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Attacchi di panico dopo un lutto: perché accade?

Ti svegli di notte e ti senti mancare l’aria. Hai le palpitazioni, senti il cuore in gola e la schiena coperta di sudore. Il tuo corpo è scosso da un tremito.

Non capisci cosa sta accadendo.

Tutto questo potrebbe esserti capitato anche in altre situazioni. Magari, stavi facendo la spesa oppure stavi andando a lavoro e, all’improvviso, ti sei ritrovato in un incubo a occhi aperti.

Dentro di te un’unica emozione: la paura, fortissima.

Paura di perdere il controllo. Paura di impazzire. Paura di morire.

Se hai provato qualcosa del genere, probabilmente hai vissuto un attacco di panico.

Tante persone sperimentano attacchi di panico dopo la perdita di una persona cara.

Altri hanno attacchi di panico a seguito di un’esperienza traumatica.

Perché vengono attacchi di panico dopo un lutto?

Attacco di panico è quando la persona pensa che di lì a breve morirà o perderà il controllo, impazzendo del tutto.

Quando c’è una forte minaccia per la sopravvivenza della persona, quest’ultima può sperimentare un’ansia molto forte che innesca l’attacco di panico.

Allora ci domandiamo: perché vengono gli attacchi di panico dopo un lutto?

Dopotutto, la persona che lo prova non è in pericolo, ma ha perso qualcuno di caro.

Qui ci viene in aiuto la teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby.

Attraverso di essa comprendiamo come alcune figure chiave della nostra esistenza – come i genitori, gli amici o il partner – sono coloro che ci permettono di avere un’esistenza serena, equilibrata.

L’essere umano è una creatura sociale.

Anche se non lo ammettiamo, tutti noi abbiamo un bisogno profondo e insopprimibile di stare con gli altri, di entrare in relazione con loro.

Sono proprio le relazioni a determinare la qualità della nostra vita, il nostro benessere.

Quando muore una persona, è come se la rete di relazioni che abbiamo intessuto fin dall’infanzia si strappasse.

Perdiamo un punto di riferimento fondamentale e siamo costretti a trovare un nuovo equilibrio e una nuova identità.

La nostra identità, infatti, è modellata sulla base dei rapporti che stringiamo con chi abbiamo intorno.

L’altro è il nostro specchio, ciò che ci permette di conoscerci e riconoscerci.

Soltanto attraverso l’incontro e il confronto con l’altro siamo in grado di comprendere chi siamo davvero.

Dunque, chi perde una persona significativa, non perde soltanto qualcuno che amava.

Perde anche la possibilità di sapere chi è.

Quindi, se questo lutto avviene quando non abbiamo ancora elaborato una nostra identità definita, la nostra stessa identità viene minacciata.

Ci troviamo in bilico sul baratro, avvertiamo il pericolo.

Ed ecco che si scatena l’attacco di panico.

Sintomi dell’attacco di panico dopo un lutto

In parte, i sintomi dell’attacco di panico dopo un lutto sono simili a quelli innescati da altre situazioni.

Ci sono, però, alcune manifestazioni tipiche di chi ha subito una perdita.

La condizione fondamentale è il dolore che si riaccende all’improvviso, ogni volta che qualcosa ci ricorda la persona amata.

Potrebbe trattarsi dei luoghi che abbiamo visitato con quella persona.

Oppure di frasi che pronunciava spesso e che sentiamo dire a qualcun altro.

O ancora di canzoni che ascoltavamo insieme o che parlano di una situazione simile a quella che stiamo vivendo.

Altro sintomo caratteristico di chi vive quest’esperienza sono gli incubi frequenti che riguardano la persona scomparsa, sia a livello simbolico, sia a livello più concreto, nel senso che si sogna proprio colui o colei di cui sentiamo fortemente la mancanza.

Questo può succedere anche a occhi aperti.

È il caso dei cosiddetti pensieri intrusivi. Si può vivere anche l’esperienza del flashback. Magari stai lavorando o svolgendo un’altra attività e, all’improvviso, la tua mente ti catapulta in una situazione, in un ricordo legato alle persona che hai perduto.

Questo accade soprattutto nei casi di disturbo traumatico da stress.

 

Il lutto traumatico

Fin qui abbiamo parlato del lutto in generale cioè del momento in cui si perde qualcuno a cui eravamo profondamente legati. Magari un genitore o un amico d’infanzia.

La morte è un fatto naturale, certo.

Ma la morte può anche essere imprevista e drammatica, causata da un evento inatteso come un incidente o una malattia non diagnosticata.

La perdita che subiamo è improvvisa e imprevista, come un fulmine a ciel sereno.

In casi simili, non c’è soltanto un lutto da elaborare.

Occorre trattare in modo efficace anche il trauma, su cui si può intervenire attraverso alcune tecniche terapeutiche come l’EMDR.

Attacco di panico e paura della morte

Un altro caso che mi viene in mente è quello delle persone che hanno un attacco di panico se sentono parlare di morte. Magari ti è capitato ascoltando le notizie al telegiornale, di sentir parlare di qualcuno che è morto e di punto in bianco hai avuto un attacco di panico.

Oppure, ti è successo quando sei venuto a conoscenza della morte di un tuo conoscente.

Che succede in questo caso?

Potremmo spiegare questa casistica in due modi.

È possibile che la disgrazia di cui di cui sei venuto a conoscenza abbia riattivato un lutto non elaborato compiutamente.

Ma è anche possibile che quella notizia ti abbia spaventato, perché hai cominciato a pensare che qualcosa del genere potrebbe accadere anche a te.

Elaborare un lutto: cosa significa davvero?

Nel mio studio di psicologo a Roma Eur e nelle sedute online, mi è capitato più volte di incontrare pazienti che hanno vissuto la dolorosa esperienza della perdita di una persona amata: un padre, una madre, un amico, un fratello, il proprio compagno o la propria compagna.

Subito dopo hanno cominciato a soffrire di attacchi di panico.

Vengono da me, sconcertati e increduli. Si sono sentiti dire spesso che devono elaborare il lutto, ma non riescono a capire cosa significhi davvero.

Che vuole dire elaborare un lutto?

C’è chi crede che elaborare un lutto significhi far sparire il dolore.

Superare la perdita, però, non significa affatto smettere di soffrire. E neppure non sentire più la mancanza di chi è andato via.

Quando cerchiamo di anestetizzarci completamente, in realtà stiamo mettendo in campo una reazione disfunzionale.

È il tentativo estremo di proteggere noi stessi da qualcosa che non riusciamo a sopportare.

Pur di soffocare la pena e lo sconforto, smettiamo di provare emozioni.

Ma così facendo, non ci diamo la possibilità di andare davvero avanti, di vivere appieno.

Elaborare un lutto significa poter imparare da quel lutto.

Mi spiego meglio parlandoti del caso di Stefano, un paziente che ho incontrato alcuni mesi fa.

Quando si è presentato nel mio studio, era profondamente combattuto.

Non riusciva a capire se mettere termine alla sua relazione e lasciare la moglie, che allora era incinta del loro primo figlio.

Allo stesso tempo, doveva affrontare la perdita del padre, avvenuta in quello stesso periodo.

Entrambe le problematiche richiedevano una certa attenzione, ma bisognava stabilire delle priorità.

Di conseguenza, ho deciso di lasciare sullo sfondo la questione della possibile separazione.

Mi sembrava più urgente dedicarci al lutto e lavorare sulla perdita della figura paterna, per cui Stefano provava un grande affetto.

Per questo, gli ho assegnato molti esercizi, tra cui uno da svolgere subito, nell’intervallo tra una seduta e l’altra.

Gli ho chiesto di prendere un foglio e scrivere nero su bianco tutte le cose che suo padre gli aveva trasmesso e insegnato, fin da quando era piccolo.

Tra le voci della lista, una mi ha colpito: famiglia.

Stefano si ricordava che anche suo padre aveva vissuto una crisi con la moglie, ma non se n’era andato. Era riuscito a rinsaldare il rapporto e a tenere insieme moglie e figli.

Con l’esempio, gli aveva trasmesso il profondo valore dell’unità familiare.

Quindi, lavorando sul lutto, siamo riusciti a sbloccare l’altra questione, quella della possibile separazione.

Le due cose, infatti, erano strettamente intrecciate e inscindibili.

Stefano stava per lasciare la moglie proprio perché inconsciamente non voleva elaborare il lutto, il dolore per la perdita. L’insegnamento del padre lo avrebbe portato a mettersi completamente in discussione.

Vediamo allora come elaborare un lutto possa avere dei benefici pratici, concreti sulla vita di tutti i giorni.

Elaborare vuole dire evolversi, superare.

Ma non eliminare il dolore, che ci ricorda quanto sia stata importante quella persona nella nostra vita.

Il dolore rimane, affievolito. Non è più quella sofferenza in grado di innescare l’attacco di panico. Una sofferenza che porta con sé un senso di smarrimento, la paura di perdere i ricordi della persona amata, il sentirsi completamente sperduti, privi di identità, vuoti.

È quello che capitava a Martina, una ragazza giovanissima che ha perso il papà dopo una lunga, terribile malattia.

Martina si addormentava ogni notte stringendo la giacca del papà, su cui c’era ancora il suo odore, familiare e rassicurante. Lo faceva perché aveva paura di dimenticare quell’odore.

Temeva di perdere per sempre anche quella labile traccia del genitore.

Ho visto il terrore nei suoi occhi quando mi ha raccontato che aveva l’impressione di non sentire più quell’odore forte come prima.

Elaborare vuol dire non aver paura di perdere questi ricordi.

Comprendere che gli insegnamenti che ci sono stati dati con amore non ci possono essere strappati. Nessuno ce li può togliere.

Sono il nostro patrimonio per sempre.

È questa la consapevolezza di chi riesce davvero ad elaborare il lutto.

Come superare un lutto

Come uscire da un lutto propriamente detto?

Occorre strutturare la propria identità, sperimentando altri aspetti di noi che fino a quel momento non avevamo potuto mettere in campo.

All’atto pratico, questo si può fare attraverso una serie di prescrizioni che, da psicologo, offro al paziente.

Ti propongo un piccolo esercizio, che puoi svolgere da subito.

Pensa alle persone significative della tua vita.

Individuane due o tre, quelle che ritieni più importanti in assoluto.

Cerca di riflettere non sui sentimenti che provi nei loro confronti, ma su ciò che quelle persone dicono di te, come ti descrivono.

È importante ragionare sulle relazioni in modo bilaterale: la relazione è un cerchio, non una linea.

Io dico una cosa a una persona significativa e quella mi risponde, dandomi un feedback che io elaboro e utilizzo per rispondere a mia volta.

C’è un dialogo, non un monologo.

Quindi bisogna abbandonare l’idea di una comunicazione biunivoca, in cui c’è un messaggio che viene inviato e ricevuto, fine.

Ti invito a fare questo esercizio. Perché sapere chi sei ha molto a che fare con l’ambiente in cui sei cresciuto e con le persone con cui sei cresciuto.

Uscire dal lutto si può, ma va affrontato.

Non si può cercare di non pensarci. Non si può evitare la sofferenza.

L’unico modo per uscire rafforzati da un’esperienza è attraversarla.

In questo modo si diventa antifragile, un aggettivo che mi piace molto e che recupero dal libro di Nassim Nicholas Taleb.

Antifragile non significa resiliente.

La resilienza, infatti, è come uno scudo che può essere incrinato e spezzato.

L’antifragilità, invece, è quella dell’Idra, il mostro a più teste. Anche se gliene tagli una, ecco che subito ne escono due.

L’Idra attraverso quel dolore diventa antifragile così come chi riesce a passare attraverso la sofferenza del lutto.

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