perché non riesco a lasciarlo anche se mi fa soffrire psicologo roma eur

Perché non riesco a lasciarlo anche se mi fa soffrire?

Non riesco più a stare con il mio ragazzo

Tempo fa, una paziente è venuta da me e ha esordito la seduta dicendo:

“Non riesco più a stare con il mio ragazzo”.

Sono tanti i motivi per i quali non si riesce più a portare avanti una relazione amorosa.

Normalmente, però, la ragione ricorrente è questa, e per spiegarla in maniera chiara, permettetemi una metafora:

Bisogna immaginare la relazione come un vaso, all’interno del quale sono contenute tutte le cose vissute dalla coppia, tutto quel che viene condiviso: interessi, momenti felici, sventure…

Quello che è davvero importante è che questo vaso contenitore sia sano.

Ciò che lo rende tale, il collante vero della coppia è la fiducia.

Se questa senz’altro non è una sorpresa, lo è il modo in cui si struttura la fiducia. Quel che spesso accade alle coppie è che si rompa qualcosa di assolutamente necessario al mantenimento e all’instaurazione di questo sentimento: la comunicazione.

Non si riesce più a comunicare nel modo più efficace con l’altro e questa difficoltà porta con sé delle crepe, delle fratture su questo vaso.

Il risultato è che a un certo punto la coppia scoppia.

Non si riesce più a stare con il proprio partner, anche se ci sono tanti bei ricordi e momenti insieme.

Il vaso è crepato e l’unico modo per poter andare avanti è cercare di rimettere insieme i pezzi attraverso una comunicazione efficace di coppia.

Paul Watzlawick, il padre della pragmatica della comunicazione umana, in uno dei suoi assiomi, quando parla di relazione, la distingue dal contenuto. La relazione non equivale al contenuto.

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Immagine di Drazen Zigic su Freepik

 

Sono infelice ma non riesco a lasciarlo

“Sono infelice, ma non riesco a lasciarlo. Anche se mi fa soffrire, proprio non riesco ad andare via”.

Quante volte hai sentito una tua amica pronunciare parole simili?

O magari, sei tu stessa a trovarti in una situazione del genere.

Hai un compagno, da diversi mesi o da anni ormai. All’inizio, tutto sembrava andare per il meglio, come nelle più classiche storie d’amore, quelle che adoriamo farci raccontare da film, dalle canzoni, dai libri romantici. Tanta passione, coinvolgimento, tenerezza.

È questa la famigerata fase “simbiotica”, momento nel quale si colma il vuoto della non conoscenza dell’altro con le proprie aspettative.

Poi, però, tutto è cambiato.

Lui ha smesso di essere il principe azzurro delle favole (o forse non lo è mai stato?).

E tutto quello che provi adesso è sofferenza, struggimento. Ti senti profondamente infelice.

Eppure, anche soltanto l’idea di rompere con lui, ti toglie il respiro. Ti rendi perfettamente conto che la relazione che stai vivendo non ti appaga, non ti arricchisce.

Ogni tanto ti sfoghi con un’amica o un amico, un confidente speciale a cui racconti tutto. Lo tieni al telefono per ore e ascolti paziente i suoi consigli, sempre molto sensati e rispondi: “Hai ragione, devo prendermi più cura di me” “Sì, devo bastarmi da sola” “Sì, se non sto bene con me stessa, non starò mai bene con nessuno”.

A livello razionale, sai bene che dovresti accogliere quei suggerimenti, andare via e non tornare più.

Puntualmente, però, lui fa qualcosa che ti fa cambiare idea. Fate pace, il rapporto per un po’ si rasserena.

Pascal diceva: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Ma la tristezza rimane, non se ne va mai via.

Non è detto che si tratti di dipendenza affettiva, ma forse ci sono i presupposti per parlare di questa forma di “amore malato”. In inglese la chiamano “Love addiction”. Ha molte analogie con la tossicodipendenza.

Soltanto che la droga a cui sei assuefatta e di cui non riesci a fare a meno è l’amore.

La situazione che ho appena descritto può rientrare nella casistica della dipendenza affettiva nel caso in cui venga soddisfatta questa condizione: la persona è consapevole di infelice, prova stati ansiosi, persino depressivi, non riesce in alcun modo a portare avanti la propria vita, sia dal punto di vista relazionale che lavorativo perché è bloccata in una relazione tossica, ma non riesce ad affrancarsi, a liberarsi.

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Immagine di Drazen Zigic su Freepik

Perché fa male lasciare una persona?

Un altro interrogativo che mi pongono spesso i miei pazienti con problemi relazionali è “Perché fa tanto male lasciare una persona?”

Fa male perché molto spesso le relazioni sentimentali si vanno a sovrapporre con le relazioni familiari

Mi spiego meglio.

Se all’interno del proprio rapporto il partner non è più soltanto il compagno, ma diventa anche il surrogato di un familiare che ci manca (come un padre, per esempio) o che vorremmo ancora nella nostra vita, quando quella persona se ne va, non c’è soltanto il dispiacere della coppia che si rompe.

C’è un vero e proprio lutto perché il partner rappresentava anche qualcos’altro.

L’abbandono e il lutto hanno molto in comune dal punto di vista psicologico.

Quando bisogna lasciare una persona

Normalmente si lascia una persona quando all’interno della coppia non si può più essere sé stessi e allo stesso tempo non c’è possibilità di crescita.

Le persone non riescono più a dire la verità, in altri termini, non riescono più a comunicare.

E in più, la coppia è strutturata in modo tale che non è più possibile un progresso.

Spesso nelle fasi iniziale del rapporto, le coppie stabiliscono un contratto relazionale. Si tratta di regole non scritte, norme che fanno da contenitore.

La buona coppia dovrebbe sempre rinnovare queste regole, Anche perché la vita cambia, tutto è in continuo divenire e bisognerebbe essere flessibili, non rigidi.

Come uscire da un rapporto di dipendenza affettiva

Nel mio studio di psicologo a Roma Eur e nel corso degli incontri online con diverse pazienti, mi è capitato spesso di incontrare donne sofferenti a causa della dipendenza affettiva, intrappolate in relazioni che non riuscivano a chiudere.

Posso dire che esistono tanti approcci in psicoterapia, che propongono diversi rimedi e soluzioni.

Spesso si dice che il primo passo per risolvere un problema di dipendenza affettiva, occorre proiettarsi indietro nel tempo e scavare nel passato. Il modo in cui viviamo le nostre relazioni nella vita adulta è direttamente influenzato dagli schemi che abbiamo acquisito, introiettato da bambini.

In un certo senso, noi modelliamo le nostre relazioni sulla base del rapporto che abbiamo avuto con i nostri genitori, sulla base delle dinamiche che abbiamo vissuto all’interno della nostra famiglia.

Secondo alcuni approcci teorici, è necessario individuare il copione familiare da cui tutto si è originato per poter cambiare le nostre dinamiche relazionali.

È vero.

Purtroppo, però, molto spesso conoscere il problema non significa risolverlo.

Ciascun metodo ha una sua validità ed efficacia.

Tuttavia, questa impostazione ha qualche volta lo svantaggio di condurre a un lungo percorso di introspezione, che richiede molto tempo per essere portato a compimento, con il risultato che molti non possono permettersi una terapia così lunga. Comprendere quello che ci ha influenzato quando eravamo bambini può essere utile, certo.

Ma non è né semplice né immediato.

Inoltre, focalizzarsi su una comprensione razionale di quel che è accaduto nel passato della persona, potrebbe rivelarsi controproducente, innescando delle resistenze.

Mi spiego meglio.

Se una giovane donna che si trova all’interno di una relazione tossica si rende conto che il suo disagio ha radici profondissime, legate direttamente alla sua infanzia, potrebbe avere grandi difficoltà a staccarsi da quel dolore, che si cristallizza dentro di lei. In altri termini come si potrebbe cambiare una cosa che il paziente sente così radicalmente parte di se stesso?

Sapere che finisce con partner manipolatori e abusanti perché ha avuto un padre troppo autoritario e controllante o perché è cresciuta all’interno di un nucleo familiare che non le ha consentito di elaborare ed esprimere alcune emozioni come la tristezza, potrebbe non agevolarla al raggiungimento del suo scopo ultimo: il cambiamento.

L’approccio che seguo con i miei pazienti nello studio di Roma Eur e durante le sedute online si focalizza proprio sul cambiamento.

Te lo dirò in modo semplice e diretto: dobbiamo focalizzarci su quel che fai nel presente a causa dell’infelicità. Non ci concentreremo sulle origini dell’infelicità, ma cercheremo di capire come essa influisce nell’oggi.

Potrò suonarti provocatorio o o anche brutale, per quello che ti dirò tra poco. Ma la mia intenzione è di aiutarti a uscire dalla dipendenza affettiva nel più breve tempo possibile, favorendo un cambiamento che sia reale e duraturo.

Ecco allora quel che, forse, non vorresti sentirti dire: l’infelicità può portare anche dei vantaggi.

Che intendo dire?

Che spesso ci ammantiamo di sofferenza. Sacrifichiamo noi stessi, prendiamo sulle nostre spalle il dolore, aspettandoci di venire premiati per la nostra grande dedizione. In un certo senso, lo facciamo perché vogliamo essere ripagati.

“Io ho sempre fatto tanto e non ricevo mai nulla in cambio”.

Durante le sedute, mi è capitato spesso di sentire frasi di questo tipo. Frasi che sono rivelatrici.

Allora, per riuscire a svincolarsi da una relazione tossica e infelice, ritengo che prima di tutto sia necessario porsi delle domande, anche molto scomode.

La prima: quali sono i “vantaggi” della mia infelicità? Questa sofferenza che provo mi sta portando un qualche tipo di beneficio?

Dobbiamo interrogarci in modo schietto, con sincerità, perché continuare a non voler vedere non ci aiuterà di certo.

LETTURA CONSIGLIATA

Quando ho letto “Contro il Sacrificio” di Massimo Recalcati mi sono reso conto di quanto alcune persone costruiscano in modo inconsapevole la propria infelicità, traendone un qualche vantaggio.

Il Sacrificio non è una rinuncia al soddisfacimento ma una forma masochistica di soddisfacimento.

contro il sacrificio massimo recalcati

L’altra domanda alla quale ti invito a rispondere è: se non dovessi preoccuparmi di questa relazione, a cosa dovrei pensare?

Spesso, infatti, coltiviamo una relazione sbagliata per “distrarci” e non guardare in faccia la realtà, evitando così di affrontare quel che non va nella nostra vita.

In conclusione, posso dire che sì, si può uscire da una dipendenza affettiva, a patto che la persona venga condotta attraverso le giuste domande a rendersi conto di come agisce nel presente.

Bisogna cercare di capire dov’è l’ombra dentro di noi.

Di seguito qualche domanda per avere uno spunto di riflessione al fine di comprendere se davvero ti senti infelice all’interno della tua relazione:

  • posso dire davvero quello che penso e che provo?

  • Quando mi sento triste e infelice, lui mi sostiene?

  • Invece di occuparmi delle mie questioni, passo più tempo a pensare a lui e a questo problema?

Se sei di Roma Eur, scrivimi e capiremo insieme se posso aiutarti a risolvere i tuoi problemi con il tuo partner. Possiamo incontrarci anche “a distanza”, prevedendo un percorso una serie di incontri online.

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