Riconoscere la depressione: sintomi e caratteristiche

“Dottore, sono depresso o vivo solo un momento di tristezza?”

Spesso mi viene fatta una domanda simile, e per rispondere occorre farci prima un’altra domanda: Cosa significa essere depressi? Quali sono i sintomi che permettono di dire che qualcuno sta attraversando un periodo di depressione? Esistono diversi segnali che indicano la presenza di umore depresso, di una situazione che dovrebbe essere indagata più a fondo.

1. La sfiducia nel futuro e l’assenza di speranza

Primo tra tutti il senso di sfiducia nei confronti del futuro e la completa assenza di speranza. Se si chiede a un depresso di immaginare il futuro, lui o lei non avrà una risposta. O perlomeno non riuscirà a dare una risposta ottimista.

È come se la dimensione dell’avvenire fosse obliterata, eliminata dall’orizzonte temporale di chi è affetto da depressione. Per il depresso sembra esistere soltanto il dolore del tempo presente che spesso trae origine dal passato, un malessere che lo intrappola e dal quale ha l’impressione di non poter sfuggire in alcun modo. Ci si sente risucchiati da uno stato d’animo che polverizza tutto il resto, colmo di tristezza, paura, senso di smarrimento.

Spesso, non è neppure chiaro perché si prova quel che si prova, quale sia la causa di questo dolore, del peso che ci si sente addosso e che non si riesce a sollevare. Si potrebbe dire che esiste un numero certo di tipi di depressione, ma la motivazione sottostante è variabile tanto quanto l’umanità.

In un caso, per esempio, la motivazione alla base del proprio stato depressivo è chiara, quasi lampante. La persona subisce un lutto, perdendo una persona cara di riferimento, oppure vive un abbandono o magari (purtroppo) scopre di avere una grave malattia che compromette la sua salute e il suo benessere generale, gettandolo nello sconforto. In circostanze del genere, è del tutto normale sentirsi tristi.

È naturale e fisiologico che emergano delle emozioni negative.

Più preoccupante è quando, nonostante l’evento traumatico sia ormai passato e superato, lo stato di depressione perdura nel tempo, condizionando la vita in ogni suo aspetto. Oppure, come accennato prima, quando si sta molto male senza capire il perché.

2. L’assenza di piacere e di stimoli

Accanto a questa visione oscura del futuro, c’è l’anedonia, che in termini semplici è l’assenza di piacere. La persona depressa non riesce a provare piacere nelle attività consuete, che si tratti delle esperienze sociali, di un hobby, della vita sessuale. Non ha stimoli, soffre della totale incapacità di una qualsiasi iniziativa, non prova più interesse per quello che prima gli dava benessere e piacere. Non riesce più a godere di nulla. Zero totale.

3. Il senso di mancanza

C’è poi quel senso di vuoto enorme e incolmabile. Il depresso percepisce un’assenza, sente che qualcosa manca, ma non riesce a capire cosa e, di conseguenza, non può “tappare il buco”. Ci si sente sempre a metà, come se per essere completi mancasse sempre qualcosa o qualcuno.

È questa caratteristica tipica del depresso a renderlo particolarmente vulnerabile a quelle che chiamiamo love addictions cioè le dipendenze affettive. In pratica, chi sente questo vuoto cerca costantemente nell’altro quel qualcuno che possa colmarlo, farlo sentire completo. Qualche volta, questo tipo di dinamica porta il depresso ad associarsi con un soggetto dalla personalità narcisistica, che vuole essere visto come il salvatore. Si instaura un meccanismo perverso, patologico, che non può risolvere lo stato depressivo, anzi la relazione patologica funge da mezzo attraverso il quale la persona depressa si infligge una punizione. Come vedremo il “sentirsi sbagliati” è, infatti, un altro elemento prodromico della depressione.

4. Sentirsi sbagliati

Un’altra caratteristica ci chi sperimenta un tono dell’umore depresso è l’idea di essere fondamentalmente sbagliate, cattive. È una condizione paradossale perché, in molti casi, questo tipo di persone ha la tendenza più di molti altri a mettersi continuamente in discussione, a sottoporsi a un’autoanalisi costante, a verificare ogni comportamento, parola, gesto. Ma proprio questa tendenza, che potrebbe essere considerata virtuosa e utile alla propria crescita, quando oltrepassa un certo limite, li rende maggiormente vulnerabili alla depressione.

Un approccio moderno alla depressione, concentrarsi sulla relazione

Già a partire dal medico greco Galeno, vissuto tra il II e il III secolo d.C., si comincia a parlare di Malinconia, nella sua teoria dell’umore. In massima sintesi, e certamente semplificando molto il discorso, potremmo dire che già nel 1915, Freud, il padre della psicoanalisi, nel trattato “Lutto e malinconia” sostiene che il depresso è colui che ha perso precocemente i propri oggetti d’amore (i caregivers, i soggetti emotivamente più rilevanti, che spesso coincidono con i genitori). Secondo Bowlby, che sviluppa questo filone di pensiero, il bambino che cresce con questa perdita precoce incolpa sé stesso e cresce con un forte senso di colpa e di vuoto, che è alla base della depressione.

L’impostazione classica in psicologia, dunque, per tanto tempo è stata quella di scavare nel passato del soggetto per scoprire le cause del disagio e provare così a risolverlo. Dal punto di vista della psicoanalisi, soltanto individuando il trauma – fattore scatenante del disagio psicologico – e rivivendolo, è possibile raggiungere un livello di consapevolezza tale da superare il problema. Personalmente, attraverso il sostegno psicologico, io seguo un approccio diverso, legato agli sviluppi più moderni della psicologia che si è spostata dal piano intrapsichico a quello interrelazionale. Quando vengono in seduta, le persone raramente parlano di sé stesse in prima persona. Molto più spesso, il loro racconto si concentra su una relazione significativa. Yalom dice che se una relazione ci fa ammalare, una relazione ci può guarire. Ed ecco che la relazione con lo psicologo, quel rapporto particolare che si crea durante il percorso insieme, diventa lo strumento fondamentale della cura. Questo perché la relazione con lo psicologo consente al paziente di sperimentare e vivere in prima persona una relazione sana.

Dunque, qual è l’approccio migliore per trattare una depressione?

Spesso si parla dell’approccio farmacologico. I farmaci antidepressivi sicuramente hanno la loro efficacia nel contenere i sintomi e alleviare il disagio. Soprattutto nei casi in cui ci si trova di fronte a una depressione psicotica o delirante, cioè quando il paziente ha la mente così annebbiata da non poter valutare in modo oggettivo la realtà, da vedere le cose in chiave distorta in base a convinzioni e idee errate, la prescrizione del farmaco può essere estremamente utile.

La pillola certamente può dar sollievo al sintomo. Ma io propongo un altro tipo di approccio, focalizzato sulla relazione. È importante, a mio avviso, comprendere nel presente, nel qui e ora, cosa comporta la depressione a livello relazionale. È importante far capire al paziente come sono caratterizzate le sue relazioni nell’oggi e se sta riproponendo un copione, uno schema di comportamento, da troppo tempo.

Non bisogna avere paura della depressione in sé. Non è tanto importante quel che ti è successo nel passato. Non è importante quello che ti è stato fatto nel passato. Tutto questo ti condiziona, è vero. Ma tu puoi fare qualcosa. Ciò che veramente conta è quello che ci fai tu con questo passato, oggi, nel tuo presente: questa è una tua responsabilità.

Un esercizio per capire meglio

Ti lascio con una piccola pillola, un esercizio da provare per comprendere meglio le dinamiche di cui ti ho appena accennato. Prova a chiederti: come sono le mie relazioni oggi? Sono soddisfacenti oppure c’è qualcosa che vorrei cambiare, magari migliorare? Mi sento sempre in colpa? Ma soprattutto, c’è una relazione importante che mi fa sentire sbagliato? Spostiamoci dalla depressione alla relazione e proviamo a fare un passo avanti verso il futuro.

Il presente è l’unico dono che abbiamo.