“Non so da dove cominciare …”

Questa è una delle frasi che mi capita di ascoltare più spesso durante la mia professione. Contrariamente a quello che si può immaginare è un’affermazione pronunciata da uomini e donne in egual misura, senza particolari differenze. Una difficoltà trasversale.

Non di rado accade che, a seguito di un sostegno psicologico complesso, una persona si trovi nella condizione di dover riallacciare dei rapporti, magari dopo esserne usciti con tante difficoltà, ma di non sapere come fare.

Sembra che l’incontro con l’altro non sia più occasione di condivisione di mondi diversi, ma di scontro.  Molto spesso non ci sente più “visti” per quello che si è, ma come uno strumento per la vanagloria altrui.

L’importanza del tempo nelle relazioni

Vorrei farti una domanda un po’ paradossale: la comunicazione è diventata più difficile perché ci sono tanti mezzi per farla? Mi viene da pensare ai social, alle dating app (le applicazioni per appuntamenti) e via dicendo. Ho come l’impressione che quando si sperimenta un blocco della comunicazione ci si trovi davanti non alla scarsità, ma alla sovrabbondanza della stessa.

Abbiamo troppi strumenti a disposizione e finiamo con usarli male.

Sembrerebbe che il passo verso l’intimità sia diventato così breve da far paura, semplicemente perché non c’è più modo di conoscersi con i giusti tempi. Questa società va troppo veloce per i rapporti che hanno bisogno di tempo per crescere e svilupparsi. Spesso non abbiamo la capacità di attendere, di aspettare che trascorrano le ore, i giorni, le settimane. Ci aspettiamo tutto e subito, senza neanche troppo impegno.

Quando ero piccolo mio nonno, uomo straordinario, notando la mia felicità nell’annusare un fiore, mi disse molto saggiamente: “Vedo che ti piacciono quei fiori? Bene, adesso nonno ti insegna che devi sporcarti le mani nella terra se ne vuoi uno tuo”. Così mi spiegò che per fare un bel fiore occorreva tempo, acqua, concime (che puzzava), e bisognava sporcarsi un bel po’.

E soprattutto, mi insegnò che bisognava accettare quest’ultima cosa con gratitudine.

Un bozzetto che raffigura me e mio nonno, realizzato da me (dottor Manuel Marco Mancini)

Per tantissimi versi, l’epoca digitale offre all’istante infinite possibilità. Contemporaneamente, però, non ci dà l’occasione di capire che per far nascere un “fiore” occorre sporcarsi le mani e dedicargli un sacco di tempo, attenzioni, pazienza. Il telefonino si è rotto? Si cambia. Fine.  Le relazioni, al giorno d’oggi, sembrano funzionare allo stesso modo. Finiamo col trattare le persone così, come fossero oggetti da sostituire quando non funzionano come vorremmo.

Il suggerimento che sento di darti è di diventare tu stesso paziente nel darti e nel ricevere. Bruciare le tappe è inutile. Occorre tempo. Più si corre, più l’altro, spaventandosi, potrebbe farci del male.

La paura dell’altro e del suo giudizio

Esiste un’altra questione che vorrei sollevare.

La vicinanza con l’altro spaventa anche per paura del giudizio, del confronto. Temiamo di essere goffi, brutti, indesiderati. O ancora abbiamo paura che l’altro ci prenderà in giro, umilierà, deluderà etc. etc. E così nel mondo dell’economia globale, assecondando la formula della domanda e dell’offerta, ci sono venute in soccorso le app e i social network, che ci consentono di connetterci con gli altri, di rimanere in contatto, di dialogare con chiunque in qualsiasi momento.

Attenzione, non critico questi mezzi. Affermo che non bisognerebbe fermarsi a questi, ma cercare di fare buona comunicazione anche con le nuove tecnologie.

Prima del Covid facevo alcuni workshop sulla comunicazione efficace, e una cosa che amavo ripetere era che bisogna pensare a come aiutare l’altro, e non il contrario.

Tornando all’affermazione iniziale?

“Non so da dove cominciare …”

“Comincia da cosa puoi fare per l’altro”, rispondo.

Il problema è che quando qualcuno ci si avvicina, non ascoltiamo né guardiamo, non ci disponiamo a conoscere l’altro. Siamo concentrati sull’impressione che daremo di noi stessi.

In questo modo, si perde completamente di vista lo scambio che è alla base della relazione.

La comunicazione errata: l’altro come specchio

Per semplicità mi limiterò ad esporre due esempi classici.

Alessio incontra Francesca, ma non la osserva, né ascolta. È concentrato sul messaggio di onnipotenza che deve dare. Io la chiamo comunicazione davanti allo specchio. A quanti è capitato di stare davanti a qualcuno\a e sentirsi completamente soli? Ecco, molto spesso il problema è che l’altro semplicemente non c’è. Ci usa come specchio per guardare il proprio riflesso, per vedere quanto si sente bello/a oggi. Ci parla di ex, di diete, di chili persi, di macchine. Ci inonda letteralmente con le sue chiacchiere. E non aspetta nessuna risposta. In altri termini, siamo usati come strumento per contenere l’evacuazione altrui (date voi il nome di un oggetto simile …).

La comunicazione funziona a senso unico, non c’è dialogo o scambio.

Poi c’è quella/o che grossomodo fa così:

Alessandra incontra Mauro, non lo osserva, né ascolta, etc. etc. perché è troppo terrorizzata dall’essere rifiutata. Ogni minima reazione di Mauro è soggetta a interpretazione catastrofica, come un segno dell’imminente abbandono o rifiuto. Personalmente definisco questa come: comunicazione davanti allo specchio deformante. Mi specchio nell’altro e quello che vedo è un mostro goffo e patetico, un’immagine di me per la quale provo imbarazzo e vergogna, che mi fa sentire inadeguato rispetto all’altro.

Vi sarà capitato di parlare con qualcuno che si offende all’istante per qualsiasi vostro commento e avrete provato un certo grado di frustrazione nel dover spiegare l’ovvio.

Purtroppo, una persona potrebbe usare entrambe queste forme comunicative errate, con il risultato che è molto difficile avere uno scambio soddisfacente con l’altro.

Ora, un’altra precisazione: avere relazioni soddisfacenti non si significa necessariamente sposarsi e avere figli. Ognuno ha le sue ragioni per decidere qualcosa oppure no. Per “soddisfacente” intendo dire una relazione o più relazioni che ci appagano.

La comunicazione corretta è condivisione

Tornando alla comunicazione: quando una comunicazione può dirsi “giusta”?

Per rispondere a questa domanda bisogna avere in mente la figura geometrica del cerchio.

Mario comunica a Luisa. Quest’ultima lo ascolta (davvero) e offre al mittente il contenuto arricchito del suo feedback, così che Mario (se ascolta davvero) potrà rimandare all’altro un significato ancora più grande. E così via. Un cerchio. Non c’è un vero inizio né una vera fine. Esiste solo una comunicazione: dal latino communis che significa condividere, mettere in comune.

Come si riconosce una comunicazione efficace da uno sfogo pruriginoso dell’io altrui? Ascoltando la pancia ovvero le nostre reazioni.

Basta domandarsi come vi siete sentiti durante la comunicazione, e più ancora che sensazioni sono emerse successivamente. Vuoto? Paura? Noia? Probabilmente non siete stati ascoltati. Oppure non avete davvero ascoltato l’altro.

Naturalmente il discorso sarebbe ben lungi dal concludersi così.

Oggi, muovendo i primi passi verso una comunicazione efficace, ho voluto condividere come “mettere in comune” un contenuto con un’altra persona è un momento splendido che porta ad un arricchimento generale. Per farlo bisogna andare oltre la paura, e il narcisismo che lo segue, e che inevitabilmente ci fa perdere l’altro anche quando lo vorremmo con noi.

Se mi prendo la responsabilità di piantare un fiore è per vederlo crescere, non per abbandonarlo se non cresce in una notte.