Permettetemi una doverosa premessa: non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, non ne sappiamo abbastanza ed è necessario attendere che la giustizia faccia il suo corso e il processo si concluda.

Quest’articolo, dunque, non vuole essere incentrato sulla colpevolezza o innocenza di Ciro Grillo e dei suoi amici. Il mio intento, da psicologo, è quello di focalizzarmi su una domanda che sorge spontanea ascoltando le parole pronunciate da Beppe Grillo nel video in cui prende le difese del figlio.

In particolar modo vorrei soffermarmi sulla seguente, incredibile, affermazione: “Perché una persona che viene stuprata alla mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo 8 giorni fa la denuncia vi è sembrato strano? Bene, è strano”.

Il comportamento della vittima di stupro

È possibile che una donna stuprata, dopo quel che ha subito, non denunci per giorni l’accaduto?

È possibile che una donna stuprata, nei giorni successivi all’evento, si dedichi a delle attività ricreative?

La risposta breve è sì, è possibile che una persona aspetti del tempo prima di denunciare.

Questo per due motivi principali.

Il primo motivo è di tipo ambientale.

In un Paese come il nostro che per alcuni tipi di mentalità, retaggio del passato, non possiamo definire moderno, la violenza sessuale è spesso vista come qualcosa che la vittima stessa ha causato.

“È colpa sua perché aveva bevuto”.

“È colpa sua perché era vestita in modo provocante”

 “È colpa sua perché non doveva uscire da sola con quei ragazzi”

Quante volte abbiamo sentito discorsi di questo genere? Tante, troppe. È evidente che molte donne vivono in un ambiente “ostile”, che non consente alla persona di sentirsi a suo agio nell’esporre l’esperienza vissuta.

Ci si lamenta che le donne non denunciano abbastanza, ma non si tiene nella dovuta considerazione il fatto che, per una donna, denunciare significa rispecchiarsi negli occhi dei maschi della loro vita, parenti, fidanzati, amici, che, in fondo, la fanno sentire colpevole.

Tutta questa condizione ambientale non favorevole al dialogo, porta le donne abusate a farsi delle domande che non aiutano l’elaborazione di quanto avvenuto. Anzi, lo peggiorano con sensi di colpa che spesso sono il “vero” ostacolo di chi deve elaborare un evento simile. Quante donne sento nel mio studio ripetere frasi del tipo: sì, è colpa mia, l’ho provocato io…

Oltre il danno la beffa.

Il trauma subito dalla vittima di stupro

Il secondo motivo per cui la vittima potrebbe non denunciare ha a che fare con un aspetto clinico.

Quando una persona subisce una violenza sessuale, possono manifestarsi una grande quantità di sintomi ascrivibili a due macroaree: forte ansia e/o dissociazione. In molti casi possono scatenarsi sintomi da stress acuto che, secondo la letteratura moderna, se permangono da tre giorni a oltre un mese dopo l’evento traumatico, sfociano in un disturbo da stress post-traumatico.

Tra i sintomi del disturbo post-traumatico citiamo a titolo esemplificativo e non esaustivo:

Tornando all’ansia, questa è così pervasiva che impedisce il normale svolgimento della vita della persona, le vittime spesso parlano di una vita prima e dopo il trauma.

Accanto a questi, come detto, possono manifestarsi anche sintomi dissociativi che nascono dal fatto che la persona non può fronteggiare il trauma vissuto. Non può tollerarlo. È come se avesse bisogno di allontanare quell’esperienza, di metterla in un posto dove fa meno male. Ma poiché non c’è un posto dentro di noi, nella nostra parte razionale e consapevole, dove questo evento doloroso può fare meno male, la mente lo colloca in un posto dove la persona non ha memoria dell’evento. Oppure ne ha una memoria alterata.

Si può ricordare una scena e scordare tutto il resto, si possono avere vuoti di memoria e così via.

 Abbiamo situazioni in cui non si riesce a sentire il vissuto emotivo dell’esperienza traumatica. Non perché quel vissuto non c’è stato ma perché è difficile affrontarlo e occorre tempo. Se il legislatore ha voluto dare particolare rilevanza alla questione dei termini di prescrizione ci sarà un motivo.

Tralascio in questa sede il problema giuridico di una vittima che ricorda l’abuso subito dopo un anno, come potete immaginare la questione è così complessa che davvero occorre tanta umiltà e preparazione per parlarne.

La donna abusata in seduta dallo psicologo

Prendiamo il caso di una paziente che viene da me, psicologo. La chiameremo con un nome di fantasia, Rossella. Questa paziente viene da me perché da mesi non riesce più ad avere rapporti con gli uomini, prova nausea anche solo al pensare di poter essere sfiorata.

Quando le chiedo il motivo che l’ha portata a scegliere un professionista uomo, la sua risposta è straziante: “Voglio mettermi alla prova, non riesco più a stare così”.

In seduta emergono gli incubi quasi costanti, gli stati depressivi, gli sbalzi d’umore, l’ansia e tutto quello che il trauma porta con sé.  Il motivo alla base di questa difficoltà è che ricorda un rapporto particolarmente violento in cui, alla fine, non era stata consenziente, ma l’ha ricordato dopo, in seduta, dietro un diluvio di lacrime, rabbia e poi arrivano loro, gli immancabili sensi di colpa: “infondo è colpa mia …”

Questa è la parte più struggente di chi fa il mio lavoro, accogliere questo turbinio di rabbia retroflessa, che deve essere reindirizzata altrove, verso l’uscita da un labirinto che sembra rimandare solo espressioni e fattezze deformi di sé stesso.

Rossella è sola, parlarne con i genitori è escluso. Il padre, mi dice, la incolperebbe di essere viziata. La madre, immagina, avallerebbe la versione paterna.

Mi è capitato di conoscere anche una persona che a distanza di 10 ANNI si è resa conto di aver subito uno stupro.

Quando una persona subisce un abuso simile può portare in seduta davvero un universo di dolore che ha le sfumature infinite della vita, e purtroppo della miseria umana.  

Andiamo avanti, e riassumiamo, l’argomento è complesso e non vorrei ingenerare confusione: la vittima potrebbe avere una forte ansia, e persino delle dissociazioni che portano alla rimozione (parziale o meno) dell’evento. Poi c’è anche chi ha il ricordo dell’evento, ma lo nega, stiamo parlando della così detta Negazione.

Il principio è lo stesso: l’evento è così traumatico che non posso viverlo pienamente e allora la mente fa scattare le sue difese, lo rimuove, togliendolo dalla coscienza, oppure lo può negare. L’evento non è rimosso, lo si ricorda, ma privo del suo significato emotivo, perché quelle emozioni sono troppo dolorose da poter essere affrontate.

Ora, capite bene che quando una vittima “ricorda” un abuso, è logico che la giustizia si attivi per verificarne la veridicità dello stesso. Ed è per questo che dobbiamo lasciare alla giustizia, fatta da tantissimi professionisti, il tempo di discernere i fatti e non degenerare in facili e superficiali giudizi.

Il caso Grillo e il rischio della mancata denuncia

Tornando al caso che ha dato spunto per questa riflessione occorre sottolineare quanto segue.

Lo sfogo di Grillo è comprensibile poiché si tratta di un padre che vede il proprio figlio indagato per un grave reato, a rischio di subire una condanna pesante.

Non è comprensibile né giustificabile, però, far passare l’idea che una donna a distanza di giorni, mesi, anni non abbia la possibilità di denunciare una violenza sessuale, semplicemente perché sotto il profilo clinico è assolutamente possibile.

Frasi del genere, pronunciate per altro da una persona che ha grande visibilità e impatto mediatico, rischiano di legittimare comportamenti lesivi della persona. C’è la possibilità che altre donne, sentendosi oggetto di giudizio, abbiano un problema in più a far sentire la propria voce, a denunciare.

A tutte voi che leggete quest’articolo, che avete subito un abuso, o che avete ascoltato impotenti da un’amica, parente: sentitevi sempre libere di dire la verità, molti non la capiranno, ma per tantissimi altri sarete l’esempio.