In un momento di crisi come quello che stiamo affrontando a causa dell’emergenza sanitaria in atto a livello globale, una delle questioni che emergono – in particolare in questo periodo estivo – è quella relativa alla paura di viaggiare. Per poterne parlare in modo chiaro è necessario, innanzitutto, operare una distinzione: distinguiamo tra chi ha paura di viaggiare in generale e chi ha paura di viaggiare a causa del Covid-19.

La paura di rimanere incastrati e non poter tornare

Nel primo caso, il timore di viaggiare ha a che fare con l’agorafobia intesa in senso più ampio. Agorafobia non come paura degli spazi aperti, ma come timore di rimanere incastrati e non poterne uscire.

Nella situazione odierna, con un virus in circolazione di cui sappiamo poco e che potrebbe contagiarci senza che neppure ce ne accorgiamo, è normale che chi già manifesta una paura del viaggio possa farsi delle domande: “E se vado in vacanza e mi prendo il Covid-19 all’estero, cosa succede poi? Dovrò fare la quarantena lì? Rimarrò bloccato lì?”. Nella mia pratica quotidiana, come psicologo clinico, sento sempre di più domande di questo tipo. Di fatto, il Covid-19, amplifica la paura e il disagio di chi già si sente in difficoltà quando deve compiere un viaggio. L’agorafobia, quella paura di rimanere bloccato, di non poter tornare a casa, nel proprio luogo sicuro e confortevole, si amplifica enormemente, fino ad arrivare nel peggiore dei casi al panico vero e proprio.

Il Coronavirus smaschera un’ansia già presente

“Dottore, ho paura di viaggiare a causa del Covid”

“Ma in passato hai già avuto paura di metterti in viaggio?”

“No”

Questa è la classica conversazione che avviene nel mio studio di psicologo nell’ultimo periodo. Tanti vengono da me perché, all’improvviso, si sentono bloccati, incapaci di fare qualcosa che prima facevano normalmente. Il tema, in questo caso, non è quello dell’agorafobia. Il fatto è che il Coronavirus, la situazione di allarme in cui ci troviamo, porta all’emersione di qualcosa che già era presente nell’individuo. In altri termini, ha riacutizzato un’ansia pregressa.

Un’ansia che covava sotto alle ceneri e aspettava soltanto il momento adatto per venire alla luce. Un’ansia che, magari, veniva tenuta sotto controllo ed era funzionale, non dava sintomi particolarmente gravi, non impediva che la vita fluisse normalmente (lavoro, amici, relazioni etc. etc.).

Il Covid ha stravolto la normalità.

Quando, a causa del Covid, si sperimenta l’ansia che già era presente sotto soglia, silenziosa, allora bisogna andare a scoperchiare il vaso di Pandora per capire cosa c’è dentro quest’ansia. I sintomi possono portare a diversi disturbi:

C’è poi quello che potremmo chiamare odio per gli untori, una forma di paura così forte che conduce a manifestazioni incontrollate di rabbia e violenza. Basta scorrere le notizie sui vari quotidiani nazionali e locali per leggere di continui episodi legati proprio al terrore provocato da chi viene visto come potenziale vettore del contagio. È del 15 luglio la notizia di una rissa scoppiata all’interno della metro B dopo che alcuni ragazzi, senza mascherina, sono stati rimproverati da una signora. Giorni prima su un treno della linea Roma-Lecce si era sfiorato lo scontro tra due passeggeri poiché uno dei due aveva tolto la mascherina per parlare al telefono. E ancora, è di poche ore fa la notizia di una rissa scatenatasi su un volo per Ibiza.

C’è uno stato di forte allarme, è evidente.

L’incertezza e la perdita di controllo

Cosa accomuna chi aveva già paura di viaggiare e chi la sente adesso, in tempo di Covid-19?

In breve: la perdita del controllo.

La pandemia da Coronavirus è un evento dirompente che ha sconvolto completamente le nostre vite, modificando in modo drastico routine e abitudini consolidate nel tempo. Il Covid ha avuto un effetto su tutti gli ambiti della nostra vita, da quello lavorativo alle relazioni intime. Il lockdown ha costretto milioni di persone a rimanere chiuse in casa, senza poter andare in ufficio o al lavoro, senza poter incontrare amici, parenti, colleghi.

Tutt’ora, anche se stiamo cercando lentamente di riappropriarci della normalità, non possiamo dire che le cose sono tornate come prima. Non lo sono affatto. E ciò che appare più evidente è che adesso è del tutto impossibile prevedere gli sviluppi futuri. Non sappiamo cosa accadrà, sentiamo di non poter controllare nulla.

Come ho già detto in passato in un articolo del blog e in mio video dal titolo “Ansia: quando devo preoccuparmi e come ripartire”, il problema principale dell’ansia è la perdita di controllo che viene concepita come qualcosa di inaccettabile e che, quindi, viene razionalizzato, potremmo dire giustificato e messo a tacere. In realtà, però, l’ansia ha sempre qualcosa da dire, una storia da raccontarci che andrebbe ascoltata. L’assenza di prevedibilità innalza i livelli di ansia, andando a riacutizzarla oppure enfatizzando quella paura di rimanere incastrati che abbiamo trovato in precedenza.

Quello che crea ansia, quindi, è l’incertezza riguardo al futuro.

Naturalmente, non si tratta di uno stato d’animo “scoperto” ai tempi nostri. Basti pensare ai versi di Lorenzo il Magnifico: “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza” in cui si invita a godere del momento presente, dell’oggi poiché non vi è alcune sicurezza riguardo l’avvenire. Il senso di angoscia ha sempre fatto dell’uomo, perché noi viviamo in un mondo dove nulla è certo. Ma finché quest’incertezza rientra in una dimensione gestibile, finché l’individuo è in grado di elaborare un progetto per il proprio futuro, il senso di incertezza si mitiga.

Quando non è più possibile, proprio come in questo particolare momento storico, l’incertezza aumenta a dismisura.

La nostra è una società focalizzata sulla produttività e sull’efficienza, che tende a incoraggiare una mente che si concentra più sul fare che sull’essere. Ne consegue che normalmente, all’interno di questo tipo di società, gli individui che hanno la tendenza a programmare la propria vita, a pianificare e lavorare per tappe e obiettivi, riescono anche a progredire, soprattutto dal punto di vista lavorativo. La pianificazione è più facile in quei soggetti che hanno la percezione di poter controllare gli eventi della propria vita (cd. locus of control interno). Adesso che, però, il Covid ha scompaginato le nostre esistenze e rimescolato le carte in tavola, questi individui provano un fortissimo senso di incertezza. Non c’è più un orizzonte temporale preciso, non si sa il quando, il dove, il come.

Mancano i punti di riferimento per orientarsi.

Esistono poi coloro che hanno la percezione che gli eventi siano controllati da una sorta di fato superiore (cd. locus of control esterno), di non avere una vera e propria capacità di dominarli, come fossero completamente indipendenti dal loro volere e dalla loro pianificazione. Per loro, la programmazione risulta meno immediata. E, forse, proprio per questo motivo, sono loro a manifestare una maggior resilienza psicologica di fronte allo sconvolgimento determinato dal Covid-19.

Per chi ha un locus of control interno, e quindi è particolarmente provato da questa situazione, potrebbe essere utile comprendere che è l’eccessivo controllo che porta, paradossalmente, alla perdita del controllo. Più si pianifica, meno spazio si lascia all’imprevisto che, di fatto, è proprio ciò che rende la vita unica e speciale. Tante volte, nel corso del mio lavoro, mi capita di ascoltare racconti di vacanze in cui ciò che viene messo più in luce è proprio un fatto strano, un imprevisto, qualcosa di fuori dall’ordinario che è arrivato a trasformare quel viaggio.

Emozionarsi significa lasciare posto a una porzione, anche piccola, di imprevedibilità.  Lasciamo che la vita faccia il suo lavoro. D’altronde, come diceva il poeta: “Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”.