non mi sento mai soddisfatto insoddisfazione cronica obiettivi traguardi psicologo psicoterapeuta roma eur torrino mezzocammino

“Non mi sento mai soddisfatto”. Quando il successo non basta a farti sentire felice

“Dottore, ho appena ricevuto una promozione. Avrò un ufficio più grande, guadagnerò di più…

Tutti mi fanno i complimenti, eppure continuo a pensare che non sia abbastanza. È come se la soddisfazione durasse pochissimo. Ho firmato stamattina e già sto pensando al prossimo obiettivo.”

Quando Michele è arrivato nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur, portava con sé una domanda che lo accompagnava da tempo:

“Perché, nonostante abbia ottenuto ciò che desideravo, non riesco a sentirmi soddisfatto?”

Aveva 38 anni, un ruolo di responsabilità in un’azienda internazionale e una carriera che molti avrebbero definito di successo.

La sua vita sembrava avere tutti gli ingredienti che normalmente associamo alla realizzazione personale.Che ci fosse qualche problema nell’ambito più personale?

In verità no.

Anche nella vita privata, tutto sembrava andare a gonfie vele: una famiglia splendida, una bambina piccola che lo chiamava papà, un cane che lo aspettava per le passeggiate serali.

Insomma, aveva tutto quel che si può desiderare.

O perlomeno ciò che, nell’immaginario comune, dovrebbe garantire la felicità.

Eppure Michele avvertiva una sensazione di vuoto che non riusciva a spiegarsi.

“Appena arrivo a un traguardo, penso sempre a quello che c’è dopo. Non riesco a godermi mai quello che ho” mi disse durante la nostra prima seduta.

Aveva il tono affaticato di chi ha corso la maratona senza mai fermarsi un attimo.

Questo non significa che Michele non provasse entusiasmo quando otteneva qualcosa. Al contrario, ogni successo gli dava una sensazione di soddisfazione.

Ma aveva appena il tempo di assaporare il risultato.

Poi, ogni volta, la sua mente lo proiettava di nuovo verso ciò che ancora mancava.

Così ogni conquista smetteva rapidamente di essere un traguardo e diventava soltanto il punto di partenza per una nuova corsa.

Era come fosse costantemente in gara con sé stesso.

“Non riesco a godermi quello che ho”. L’illusione dietro la convinzione che “sarò felice quando…”

Se ti sei riconosciuto nella storia di Michele, probabilmente anche tu hai provato quella strana sensazione di vuoto che arriva dopo aver raggiunto un obiettivo importante.

Magari ti è successo il giorno della laurea, appena conclusi i festeggiamenti con amici e parenti.

Oppure quando hai finalmente trovato il lavoro che desideravi, concluso un progetto impegnativo o acquistato la casa per cui hai fatto sacrifici per anni. Forse è accaduto dopo aver perso quei chili che cercavi di eliminare da tempo in palestra o a conclusione di quel viaggio tanto desiderato.

Ciascuno di noi attribuisce valore a obiettivi diversi.

Ciò che li accomuna è l’idea che, una volta raggiunto quello specifico traguardo, ci sentiremo finalmente appagati, in pace, magari felici.

“Quando otterrò quella promozione, sarò ripagato di tutti i miei sforzi”

“Quando comprerò casa, mi sentirò realizzato.”

“Quando perderò quei chili, finalmente mi piacerò.”

Sarà capitato anche a te di formulare pensieri come questi.

Non fraintendermi.

Non c’è alcun male nel desiderare qualcosa o nell’impegnarsi per migliorare la propria vita.

L’ambizione è un importante motore di cambiamento. Ci spinge a metterci in gioco, a sviluppare le nostre capacità e a costruire qualcosa che per noi sia significativo.

Senza questa spinta, rischieremmo di rimanere fermi, senza darci la possibilità di dare forma al futuro con le nostre mani.

Ma quando diciamo a noi stessi “Sarò felice quando…” accade qualcosa di diverso.

In pratica stiamo affidando a un risultato futuro il compito di regalarci una serenità che, nel presente, ci sfugge.

Ma cosa succede quando quel momento arriva e quella sensazione di pienezza dura solo poche ore, pochi giorni o, addirittura, non arriva affatto?

Perché la soddisfazione dura così poco? Il meccanismo dell’adattamento edonico

Michele, come molte delle persone che arrivano da me in terapia, viveva intrappolato in una situazione che può apparire paradossale.

Più raggiungeva gli obiettivi che si era prefissato, meno riusciva a sentirsi davvero appagato.

Viveva un’insoddisfazione cronica, che si accompagnava anche al senso di colpa.

Se guardava la sua vita dall’esterno, infatti, si rendeva conto di avere molto: un lavoro soddisfacente, una famiglia, una casa, una stabilità che molte persone avrebbero desiderato.

Avrebbe dovuto sentirsi felice, grato.

Invece quello che provava era soltanto frustrazione e delusione. Emozioni che sentiva sbagliate, perché non riusciva a trovare una giustificazione, un motivo valido per sentirsi così.

“Non ho motivo di stare male. Ho tutto quello che dovrei desiderare” era questo il pensiero ricorrente.

Se non riusciva ad apprezzare ciò che aveva, allora il problema doveva essere lui. Si sentiva egoista, ingrato, incapace di accontentarsi.

E quel senso di colpa finiva per alimentare ancora di più la sua insoddisfazione.

Eppure Michele non era incapace di essere felice.

Per comprendere il meccanismo in cui era intrappolato dobbiamo distinguere due aspetti diversi della questione.

  • il primo riguarda il normale funzionamento della nostra mente;
  • il secondo, invece, ha a che fare con il significato che attribuiamo ai risultati.

Prova a ripensare a una situazione che quasi tutti abbiamo vissuto.

Torna con la mente al momento in cui hai acquistato qualcosa che desideravi da tempo.

Magari l’ultimo modello di un certo smartphone, la tua prima macchina o un oggetto per cui avevi messo da parte i soldi per mesi.

Appena uscito dal negozio e arrivato a casa, probabilmente non vedevi l’ora di aprire la confezione, provarlo, mostrarlo alle persone a cui tieni. Per qualche giorno, forse anche qualche settimana, hai provato una sensazione piacevole, di vera euforia.

Poi, lentamente, quell’emozione iniziale ha cominciato ad attenuarsi, fino a scomparire quasi del tutto.

Non perché l’oggetto avesse perso valore o perché non ti piacesse più.

Semplicemente perché il tuo cervello si è abituato alla novità. Adesso quello è lo standard, una parte della quotidianità che non desta più particolare attenzione o piacere.

Questo accade non soltanto con gli oggetti, ma anche con molte delle esperienze positive che viviamo.

Il nostro cervello, infatti, è progettato per adattarsi ai cambiamenti, anche a quelli positivi.

È quello che, in psicologia, chiamiamo adattamento edonico.

Da un punto di vista evolutivo è una risorsa preziosa. Se ci accontentassimo troppo facilmente di ciò che abbiamo a disposizione, probabilmente non avremmo alcuna spinta verso l’ambiente che ci circonda.

Smetteremmo di esplorare, imparare e migliorarci.

“Dovrei essere felice e invece…” Cosa si cela dietro l’insoddisfazione cronica?

L’adattamento edonico, di per sé, è un meccanismo normale e persino utile.

Il problema nasce quando ogni traguardo viene investito di un compito impossibile: farci sentire finalmente abbastanza.

In questi casi, il successo non diventa un punto di arrivo, ma una conferma temporanea del proprio valore.

“Non è mai abbastanza”: quando l’eccellenza diventa un’ossessione

A questo punto potresti chiederti: se il problema non sono i risultati, allora cos’è?

Nella maggior parte dei casi, non è il successo in sé a farci stare meglio o peggio.

Il punto non è quanto ottieni.

È che cosa quel risultato rappresenta per te.

Per Michele, così come per tante persone che incontro nel mio studio di psicoterapia, il successo non ha a che fare semplicemente con il raggiungimento di un obiettivo.

Era una prova.

La prova di valere abbastanza.

La promozione, così come tutto quello che aveva raggiunto in precedenza, non rappresentava soltanto un successo professionale. Era il tentativo, del tutto inconsapevole, di rispondere a una domanda molto più profonda:

«Valgo abbastanza?»

Per comprendere questo meccanismo, può essere utile distinguere tre dimensioni della nostra esperienza: il fare, l’avere e l’essere.

Il fare comprende ciò che riusciamo a realizzare nel corso della nostra esistenza: il lavoro, le competenze che sviluppiamo, gli obiettivi che raggiungiamo.

L’avere riguarda, invece, tutto ciò che possediamo, non solo sul piano materiale ma anche simbolico. In questa categoria, dunque, rientrano beni materiali, denaro, prestigio, riconoscimenti, status sociale.

L’essere, infine, riguarda il nostro valore come persone.

In una condizione di equilibrio, il fare e l’avere arricchiscono la nostra vita, ma non definiscono chi siamo davvero.

Il problema nasce quando queste tre dimensioni si sovrappongono fino a confondersi.

In altre parole, smettiamo di dire “ho avuto successo” e iniziamo, inconsapevolmente, a pensare “valgo perché ho avuto successo”.

Ma come arriviamo a confondere ciò che facciamo con ciò che siamo?
La risposta, molto spesso, affonda le sue radici nella nostra storia personale.

Perché il successo non cura la sensazione di non essere abbastanza

Se Michele è arrivato a vivere il successo in questo modo, non è certo perché lo ha deciso.

La convinzione di valere per quanto si riesce a ottenere si costruisce gradualmente, sopratutto durante l’infanzia, attraverso le esperienze che viviamo a contatto con le nostre figure di riferimento fondamentali.

È in questo periodo che iniziamo a costruire quello che, in psicologia, viene spesso definito copione familiare: un insieme di convinzioni profonde su chi siamo, su come funzionano le relazioni e su che cosa dobbiamo fare per sentirci amati, accettati e degni di valore.

Questi messaggi non vengono trasmessi soltanto con le parole.

Molto più spesso passano attraverso il clima emotivo che si respira all’interno della famiglia.

Pensiamo a una bambina che cresce con un padre estremamente esigente, che ad ogni traguardo raggiunto la sprona a fare meglio e la spinge a perseguire standard sempre più elevati.

Quella bambina, probabilmente, ha ascoltato più volte frasi come:

«Brava, ma potevi fare ancora meglio.»

«Adesso vediamo se riesci a mantenerti a questo livello.»

Anche il comportamento del padre invia dei messaggi impliciti su come considera la figlia.

Magari, quando la bambina porta a casa un bel voto, lui si mostra soddisfatto, le dedica attenzioni e la riempie di complimenti. Ma quando prende un’insufficienza o commette un errore, diventa freddo e distante. Oppure la paragona agli altri.

Non le dice esplicitamente: “Vali per ciò che fai”.

Eppure, è questo il messaggio che potrebbe interiorizzare: se ho successo, merito amore e approvazione. Se fallisco, rischio di perderli.

Da adulto, quel genitore esigente diventa una voce interiore che continua a ripeterti quelle parole. Non hai più bisogno di qualcuno che ti chieda di fare meglio: lo fai già da solo in modo eccellente.

Ogni successo ottenuto viene subito “declassato” a standard minimo, perché la voce interiore ti sussurra:

“Sì, bravo, ma questo ormai è il passato. Ora devi dimostrare di poter fare di più”

“Va bene, ma non montarti la testa. Adesso devi dimostrare di nuovo quanto vali.”

Ma quando il valore personale dipende da ciò che fai, nessun risultato sarà mai sufficiente.

A quel punto, il perfezionismo è quasi inevitabile.

Se, infatti, vivi ogni errore come una minaccia alla tua identità, fare semplicemente “abbastanza bene” non ti sembra più sufficiente. Devi eccellere a ogni costo e, soprattutto, evitare qualsiasi cosa possa assomigliare a un errore.

L’insoddisfazione cronica è uno dei corollari di questo tipo di perfezionismo.

Perché?

Perché il tuo sguardo va sempre oltre, senza soffermarsi.

Perché ogni volta che tagli la linea del traguardo, anziché anziché assaporare il risultato e festeggiare, stai già cercando un preparatore atletico per migliorare il tuo tempo ed arrivare pronto alla prossima gara.

Hai appena finito di salire una montagna e invece di goderti il panorama, spingi lo sguardo più in là, alla ricerca di una vetta ancora più alta.

La stessa convinzione di dover dimostrare continuamente il proprio valore è alla base anche di un’altra esperienza molto diffusa: la sindrome dell’impostore.

Chi ne soffre fatica a riconoscere i propri meriti.

Anche quando riceve una promozione, un premio o un riconoscimento, la soddisfazione dura poco. Dentro di sé continua a pensare: «Prima o poi si accorgeranno che non sono così bravo come credono.»

Ancora una volta, il problema non è la mancanza di risultati, ma l’incapacità di trasformarli in una percezione più stabile del proprio valore.

Insoddisfazione cronica. Un esercizio per capire se riesci a godere dei tuoi traguardi

Ora, nello spirito dei miei articoli, vorrei lasciarti con uno strumento pratico: un semplice esercizio per osservare il tuo modo di vivere i successi.

Ripensa agli ultimi tre traguardi importanti che hai raggiunto. Possono essere grandi o piccoli: una promozione, un esame superato, un progetto concluso, un obiettivo personale o familiare.

Per ciascuno di essi, prova a rispondere a queste domande:

  • Quanto tempo è passato prima che iniziassi a pensare al traguardo successivo?
  • Sei riuscito a provare soddisfazione o hai avuto subito la sensazione che “non fosse abbastanza”?

Se dopo aver ottenuto qualcosa, senti sempre il bisogno di fare, fare, fare, allora potrebbe trattarsi di insoddisfazione cronica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *