Dopo aver trattato numerosi temi sia nei video del mio canale Psycoffee sia qui sul blog, oggi vorrei parlare della relazione di coppia a partire da una vera e propria esperienza con una mia paziente, che chiamerò col nome fittizio di Maria, per tutelare la sua privacy.

Maria è una donna sui 40 anni, ben curata, con un lavoro, una casa sua e molti amici. Insomma, è una donna adulta, indipendente che potremmo definire “solare”.

Nonostante le apparenze, Maria porta con sé molto dolore. “Tutti pensano che sia sempre sorridente e felice, ma nessuno si rende conto di quanto io mi sforzi ad esserlo” mi dice la prima volta che la incontro.

E così durante il consulto psicologico, emerge con più forza ancora il dolore per una storia d’amore che si è appena conclusa con la rottura. Le chiedo: “E cosa mi dici delle altre storie, quelle precedenti?” La domanda la spiazza un momento, poi mi risponde dicendo che tutte le sue storie iniziavano e finivano alla stessa maniera. Maria inizia a piangere quando comprende che tutte le sue relazioni sembrano aver seguito uno stesso schema, un copione ben collaudato che si ripete inconsciamente, almeno sino a un attimo prima.

Prima ancora di offrirle un fazzoletto lei inizia rapidamente a cercarne uno nella borsa. Penso: “Maria non è abituata a chiedere aiuto” e subito dopo le dico: “Deve essere difficile per te essere qui a parlare di certe cose.” Lei annuisce e, sentendosi compresa, inizia a raccontarmi lo schema disfunzionale che la porta alla sofferenza.

Il copione è quello che segue. Maria, di solito, incontra un uomo di cui si innamora e con il quale instaura una relazione che, almeno all’inizio, sembra affiatata. Lei riversa sul compagno un’enorme quantità di amore e attenzioni. Per un po’ le cose funzionano. Ma poi, di punto in bianco, il compagno sparisce. La lascia così, senza troppe spiegazioni.

È andata in questo modo anche l’ultima volta e Maria è venuta in consulto per capire cosa c’è che non va.

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Cosa faccio di sbagliato? In una frase: darsi la colpa per una relazione finita male

Maria mi pone due domande fondamentali, che rivelano molto. Lo fa con il suo modo dignitoso, cercando di non mostrare tutto il dolore che prova. Mi domando se la dignità sia anche questo: trattenersi per non pesare agli altri, ma in fondo “esistere” non significa anche concedersi un momento di fragilità con qualcuno di cui ci si fida?

Maria mi guarda, non sente più il disagio che la sua condizione le imponeva, e con un coraggio ritrovato mi chiede che cosa fa di sbagliato.

Che cosa c’è di errato nel suo comportamento che fa scappare gli uomini?

Perché si ripetono sempre le stesse dinamiche?

Come se fosse necessario lei ribadisce che sta soffrendo moltissimo. E si vede. Ha gli occhi rossi e gonfi di pianto. La notte non riesce a dormire. Fa continuamente pensieri brutti. Crede di essere una persona sbagliata e che rimarrà per sempre da sola.

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Il copione familiare

Man mano che andiamo avanti nel nostro dialogo e che lei mi racconta qualcosa di sé e del suo passato, ci rendiamo conto che queste dinamiche in cui si trova imprigionata, di fatto, hanno il loro modello in cui copione familiare: ovvero quello che la vita le ha insegnato.

Maria tende a ripetere un copione familiare in cui ha vissuto.

Cosa significa, in concreto?

Nell’infanzia di Maria ci sono un padre autoritario e abusante, un uomo abituato a comandare e imporsi con la sua volontà, e una madre che ha sempre visto sottomettersi a questi comportamenti. Maria, dunque, è cresciuta con quell’immagine in testa, ha interiorizzato una figura maschile abusante e una femminile che cede e non reagisce, ma si lascia soggiogare e opprimere. All’interno del setting protetto e riservato della mia stanza, Maria rievoca momenti di grande paura, provati da bambina, mentre il padre arriva alla violenza fisica sulla madre. Il senso di oppressione e abuso della figura maschile l’hanno portata ad avere paura degli uomini.

Quindi Maria non può far altro che cercare di piacere a tutti i costi, non per amore, ma per paura.

Pensiamo all’uomo che l’ha appena lasciata, che chiameremo fittiziamente Francesco. Francesco, per mesi, ha assecondato i desideri espressi da Maria. Ha continuato a ripeterle che anche lui vuole mettere su una famiglia, che vuole un figlio, che vuole andare a vivere con lei. Le ha sempre detto che lei è unica, speciale e meravigliosa e che addirittura non può vivere senza di lei. Mi racconta che nel cuore della notte lei apriva gli occhi e Francesco era lì a dirle quanto fosse “bella”. Me ne parla con occhi sognanti.

Poi, a un certo punto, senza alcun preavviso, se n’è andato. E alla richiesta di spiegazioni sul suo comportamento, le ha risposto che lei è troppo controllante, oppressiva e pretende troppo da lui.

Lei, ovviamente, ne soffre in modo terribile. Per di più, questa improvvisa rottura arriva dopo un’altra parentesi particolare. In precedenza, infatti, c’era stato un momento in cui si erano presi una pausa di riflessione. Dopo appena una settimana, lui era tornato da lei come se nulla fosse accaduto e lei lo aveva accolto, senza fiatare.

L’errore nella relazione: dare all’altro perché ci si sente sbagliati e inadeguati

Il problema di Maria è che non riesce a rendersi conto che l’altro l’ha usata e si è approfittato di lei finché ne aveva bisogno, per poi buttarla via come un giocattolo di cui si è stancato. Maria si sente in colpa, pensa di essere lei quella sbagliata. Continua a ripercorrere con la mente quello che è accaduto, tormentandosi per capire cosa possa aver fatto di male, quale errore ha commesso. Questo suo sentirsi sempre in colpa le impedisce di andare avanti. Il meccanismo che la incastra e non le consente di porre fine a tutto questo, in realtà, è il suo sentirsi inadeguata.

Maria non si sente mai all’altezza.

Io le domando cosa fa lei di solito. Lei mi risponde che fa tutto, dà tutto, è una sorta di geisha, una donna che si mette completamente al servizio dell’altro, facendo sempre di più. Questo modo di comportarsi non è problematico in sé. Non è un errore. Dobbiamo osservare, infatti, che nelle relazioni non esiste una ricetta segreta, non c’è una formula magica perché tutto vada per il verso giusto. Non esiste, in assoluto, il modo giusto o sbagliato di trattare con il proprio partner perché ogni persona è diversa, un mondo a sé stante.

Quello che non va con il caso di Maria, è che tutto quel che fa non lo fa per puro slancio ma perché non sta bene con sé stessa. Prova una profonda inadeguatezza. Si percepisce sbagliata, inadatta, incapace. Sente di non essere mai abbastanza e, proprio per questo, si impegna in ogni modo.

Questo suo dare non è fine a sé stesso, non è il donarsi per il piacere di dare.

Questo sentimento di inadeguatezza si riflette anche in altri aspetti della sua vita. Quello che Maria ripropone è esattamente quello che ha visto da piccola. La madre sta lì, remissiva, perché in fondo si sente in colpa. Ribellarsi, mostrarsi davvero per quello che si è (nel caso di Maria, una nullità) significa far scappare l’altro, e d’altronde assecondarlo per la paura di piacere non fa altro che allontanare i suoi partner.

Se non viene messo in luce il copione familiare che influenza profondamente le dinamiche attuali, tutto questo non finirà, lo schema si riproporrà all’infinito, anche con il futuro partner.

Quello che mantiene il problema di Maria è il suo senso di inadeguatezza che la porta a dare, dare, dare finché l’altro non scappa via.

Inoltre, Maria è vittima di sé stessa e della tendenza inconscia a cercare qualcuno che le rimandi esattamente quell’immagine perdente che ha di sé. In qualche modo, lei cerca un uomo che le confermi ciò che pensa di sé stessa: “non valgo nulla”. Si infila in relazioni che, alla fine, falliranno.

Love addiction ovvero la dipendenza affettiva

Nel caso di Maria ci sono i presupposti anche per parlare di love addiction cioè di dipendenza affettiva.

La dipendenza patologica fa parte di quelle che chiamiamo nuove dipendenze. Si tratta di forme di dipendenza che, a differenza di alcolismo e tossicodipendenza, non implicano l’uso di sostanze. L’oggetto della dipendenza è un comportamento o anche un’attività solitamente accettata dalla società. Tra le new addiction si contano, per esempio, lo shopping compulsivo, la dipendenza dal lavoro, la ludopatia, la dipendenza da internet, quella dal sesso.

E anche la dipendenza affettiva.

La dipendenza affettiva è una condizione psicopatologica in cui l’altro viene percepito come indispensabile. Badiamo bene. Questa condizione è molto diversa da quella, normale e naturale, di chi vive una relazione equilibrata e sente il bisogno di avere accanto il proprio partner.

Chi soffre di dipendenza affettiva vede nell’altro l’unica persona che è in grado di dargli valore. In altri termini, il meccanismo alla base della dipendenza è una costante svalutazione interna e una costante sopravalutazione dell’altro.

Questa dinamica emerge in quello che mi dice Maria in seduta.

“Lui mi ha fatto sentire come mai prima, lui mi ha fatto sentire l’essere più speciale al mondo”. Ascoltando queste frasi, è sempre più chiaro il senso di perdita che prova Maria. Nel suo copione familiare non c’è mai stata una figura che la facesse sentire in quel modo. Maria proietta questo bisogno di attenzioni e affetto che non ha mai ricevuto sul partner del momento.

Tutte le dipendenze di questo tipo nascono dal fatto che alcuni sentimenti non potevano essere espressi all’interno del nucleo familiare di origine. Sentimenti come la tenerezza, ma anche la fragilità.

Maria dà all’altro un potere eccessivo e irrealistico. Pensa che solo lui possa darle quel valore che lei sente di non possedere.

Come sopravvivere a una relazione finita?

Con il nostro percorso non stiamo semplicemente guardando al passato di Maria. Stiamo cercando di comprendere e portare a coscienza come tutto quello che ha vissuto nel suo passato condiziona il suo presente, conducendo a fare un determinato errore. Il passato è passato, certo, e non può essere cambiato. Ma noi abbiamo la possibilità di agire nel presente e di cambiare.

A che punto siamo del nostro percorso di sostegno psicologico? Maria, con grande volontà, ha deciso di trovare la forza di lavorare su questi aspetti di sé e li sta cambiando.

La situazione migliora. Adesso è più stabile e serena e soprattutto, non sente il bisogno di dare senza ricevere nulla in cambio.

Dare per il piacere di dare. Non per aspettarsi di ricevere. Ma nemmeno dare perché ci si sente inadeguati.

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