Meravigliosa fragilità. Ricordo di averlo pensato alla fine di The Last Dance, serie televisiva che ho visto recentemente.

Attraverso la storia del più grande cestista americano, ho sentito che prendeva forma dentro di me la convinzione di poter scrivere di narcisismo, quello sano.

Spesso ho avuto modo di scrivere – come nel mio libro “Narcisismo e femminicidio” – e di parlare – come in questo video di Psycoffee  – di narcisismo patologico, espressione che preferisco rispetto a quella di Kernberg che lo definisce addirittura maligno, ma è raro e anche difficile poter concettualizzare un narcisismo sano in una società in cui sembra ci sia il riconoscimento del solo orientamento patologico.

Probabilmente in questo secolo il narcisismo sarà quello che l’isteria fu per Freud nel secolo precedente…

The Last Dance, la vicenda di Michael Jordan tra delusione e voglia di riscatto

Tornando alla serie.

Jordan, nasce in una famiglia dove il padre “vede” di più il fratello, si sente l’ultimo, e c’è solo la madre a consolarlo e credere in lui. Khout, padre della psicologia del sé, dirà che la storia del narcisista è fatta di abbandoni, che possono essere rappresentati da lutti o anche delusioni. Chissà quanta delusione il piccolo Michael Jordan deve aver patito nel sentirsi l’ultimo della famiglia.

Contrariamente a quello che si può credere, il primo coach, parlando di lui, citerà pressappoco cosi: “non aveva nulla di che”. Questa è la base che ha sostenuto il piccolo Michael nel diventare “Air Jordan”: paura, rabbia, frustrazione. Dal coacervo di emozioni che solo chi non è stato visto può sperimentare, in fondo a quel caos furioso, qualcosa si è accesso. Qualcosa che non poteva essere più spento nemmeno dopo 69 vittorie consecutive di fila, 6 titoli NBL,  5 volte MPV e la fama del più grande giocatore di tutti i tempi.

La verità negata del narcisista è: io non sono abbastanza, sono stato deluso dagli altri (notoriamente mamma e papà), per colpa mia. Dal “ground zero” di questa verità nascono tutte le forme di narcisismo.

Spesso mi si chiede come si riconosce un narcisista sano da uno patologico, in una parola: dall’empatia.

La capacità di mettersi nei panni dell’altro, ma c’è di più…

I compagni di Michael lo amavano e odiavano allo stesso tempo, in un’alternanza tra smodata ammirazione e biasimo per le critiche a cui costantemente li sottoponeva con sbeffeggiamenti, provocazioni, in un atteggiamento che in superfice può sembrare puramente persecutorio, ma che in realtà aveva come unico intento quello di portarli al suo livello.

Un narcisista patologico non vuole nessuno al suo livello.

Jordan sì. Kobe Bryant, era un promettente giocatore di basket (parliamo di uno che vincerà 5 titoli NBL) ed era solo un ragazzo quando conobbe sul campo la leggenda: Air Jordan. Kobe, durante la partita, si avvicinò a quest’ultimo e gli chiese dei consigli … e fu sorpreso quando la leggenda gli spiego tutto nel dettaglio, aggiungendo: chiamami.

La bellezza non può che essere condivisa.

Chi lo conosceva bene sapeva perfettamente che Jordan non doveva essere schernito, per lui quella era la molla: dimostrare che tutti si sbagliavano, il padre primo fra tutti. Quest’ultimo ammise che se c’era un modo per far eccellere il figlio era provocarlo. I padri servono anche a questo, alle volte, nei casi più tristi, solo a questo.

I due trasformano il rapporto padre figlio da disfunzionale a sano. E così, come per magia (semplifichiamo con la magia perché l’elaborazione di tali processi psicologici ci porterebbero altrove dal tema proposto), accadde che il primo detrattore del figlio divenne anche il primo dei suoi ammiratori. I due divennero inseparabili, fino alla tragedia della morte paterna.

Qualche volta mi è capitato di ascoltare persone affrante e arrabbiate con il proprio destino. Giustamente ferite, e risentite dalle iniquità a cui nessuno, ammettiamolo, può essere immune. Quel dolore, spesso decifrabile solo aldilà del resoconto narrativo, ha ragione d’esistere esclusivamente come ostacolo da superare per diventare altro: una versione diversa di se stessi. Jung diceva:” la vita, per compiersi, non ha bisogno della perfezione, ma della completezza”,

E. Morin, nella sua teoria della complessità, affermava che l’unico modo per un sistema di evolvere è quello di entrare in crisi (la mia mente si collega purtroppo, automaticamente all’emergenza Covid, e alle relative implicazioni subite).

 Per giungere all’interezza è necessario ascoltare la verità negata, affrontarla, non correre verso il podio della vittoria, allo sbando e privi dell’accettazione di ogni parte di sé: occorre prima entrare in conflitto. Vincerla significherebbe venir meno alla più grande verità che ci è stata data a disposizione: la vita è retta dall’equilibrio di polarità opposte.

Nel nucleo di ognuno, aldilà di ogni narcisismo, sano o patologico che sia, la verità negata continuerà a esistere spingendoci a raggiungere il massimo attraverso la rabbia, la paura, la frustrazione, la gioia, e molto altro. Non esiste luce se non immersa nell’oscurità.

Senza lotta non ci può essere nessun progresso” diceva Frederik Douglass.

Accendersi presuppone l’oscurità.

E così la bellezza di questo immenso campione si manifesta proprio nel chiaroscuro di queste forze apparentemente contrapposte, Michael Jordan appassionato, devoto, disciplinato, inflessibile, presuntuoso, fragile: la forza di un uomo che ha accettato ed integrato la parte oscura di sé, e che alla fine, ha vinto.

Una volta mi capitò una ragazza in seduta che ripeteva:” io rifiuto i pensieri negativi, mi sforzo sempre di sorridere. Qualsiasi cosa accada”. Mascella serrata. Occhi sgranati. Sguardo sfuggente.

Rimasi a fissarla, e poi dissi semplicemente che sembrava molto faticoso. Lei pianse. Andava bene. Solo un cieco non ha paura di entrare in una stanza piena di serpenti.

Meravigliosa fragilità, davanti a un canestro sbagliato, alla furia agonistica in risposta a uno scherno avversario, a uno sguardo paterno rivolto altrove: io sarò il migliore