«Ma l’hai scritto tu?»
Prima o poi è la domanda che ci si fa davanti a qualunque cosa pubblicata oggi. Preferisco rispondere prima che tu debba farmela.
Sì, uso l’intelligenza artificiale. E su questa pagina ti spiego esattamente dove entra nel mio lavoro, dove non entrerà mai, e perché puoi fidarti di quello che leggi qui.
Da dove nascono gli articoli
Ogni articolo di questo sito nasce nel mio studio. Le frasi che leggi tra virgolette — «mi sento in ritardo nella vita», «se rallento mi sento inutile» — sono il modo in cui le persone raccontano davvero quello che vivono, e i casi che trovi negli articoli sono storie di fantasia costruite su dinamiche che incontro ogni settimana. Le idee, le tesi, l’approccio: tutto questo è mio, registrato a voce o buttato giù in appunti tra una seduta e l’altra.
L’intelligenza artificiale entra dopo, e fa il lavoro che in una redazione farebbe un redattore: trascrive i miei audio, mette in ordine, asciuga, mi aiuta a controllare che ogni riferimento scientifico citato esista davvero e dica davvero quello che gli faccio dire.
Poi torno io. Rileggo, correggo, riscrivo quello che non mi suona, verifico le fonti una per una e firmo. Niente va online senza essere passato dalle mie mani. Niente.
Dove l’intelligenza artificiale non entra
Nella terapia. Le sedute sono un lavoro tra me e la persona che ho davanti. Nessuno strumento di intelligenza artificiale ascolta, trascrive o analizza quello che accade nel mio studio.
Nei tuoi dati. Nessun dato di chi si rivolge a me — nomi, contenuti, contatti — entra in uno strumento di intelligenza artificiale. Mai.
E i video?
Nei video ci sono io: la faccia è la mia, la voce è la mia, quello che dico l’ho pensato io. Il software mi aiuta nel montaggio e nei sottotitoli, come una moviola aiuta chi monta un film. Non c’è nulla di generato: niente voce sintetica, niente avatar.
Perché te lo dico
Perché la legge italiana sull’intelligenza artificiale chiede ai professionisti di essere trasparenti su come la usano, e la trovo una richiesta giusta. Ma soprattutto perché il mio lavoro si regge su una cosa sola: la fiducia. E la fiducia non sopporta le zone d’ombra.
L’intelligenza artificiale mi fa risparmiare tempo. Quello che leggi, però, risponde a un nome e a un cognome: il mio.
