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Quando “Mi ami ancora?” diventa una trappola emotiva
Forse qualcuno dei miei lettori ricorda quella vecchia pubblicità in cui una ragazza al telefono ripete: “Mi ami? Ma quanto mi ami?Mi pensi? Ma quanto mi pensi?”
Poi arrivava il padre (o la madre a seconda della versione) e le diceva “Oh, ma quanto mi costi?” perché la bolletta la pagavano loro.
Ecco, oggi le cose non sono cambiate molto da allora.
Ovviamente non c’è più il telefono con il filo… ma quella richiesta costante di rassicurazioni sull’affetto è rimasta identica.
Oggi non passa più attraverso le lunghe telefonate a carico dei genitori, ma attraverso messaggi, vocali e notifiche continue.
Cambiano i mezzi, non il bisogno: quello di sentirsi al centro dei pensieri dell’altro, di avere conferme costanti, di placare l’ansia di non essere abbastanza.
Quando Serena venne nelle mio studio di psicoterapia aveva un problema simile.
Ogni sera, prima di andare a dormire, rivolgeva al suo compagno sempre la stessa domanda:”Ma mi ami ancora?”. Era come una preghiera, che arrivava subito dopo aver spento la luce.
Questa, come potete ben immaginare, è la classica domanda che aumenta a dismisura la libido del proprio partner…
All’inizio, magari, lui sorrideva. Aveva piacere a rassicurarla, trovava persino tenero quel bisogno di sentirsi dire “sì, ti amo ancora”, mentre le prendeva la mano e le dava un bacio.
Poi, però, era diventato logorante.
Al punto da rispondere esasperato “Ancora? Ma ti ho detto di sì anche ieri sera e quella prima!”.
Quelle parole avevano colpito Serena che aveva passato la notte a girarsi e rigirarsi nel letto, meditando se andare da uno psicologo o una psicologa.
Ecco come una semplice domanda di affetto può diventare una minaccia emotiva.
Cos’è il bisogno eccessivo di rassicurazioni
Tutti abbiamo bisogno di sentirci visti, accolti, amati.
Siamo mammiferi e, in quanto tali, viviamo di relazione, non possiamo fare a meno di entrare in contatto con gli altri intorno a noi.
Abbiamo bisogno della vita sociale, che peraltro si basa su un bisogno atavico di sicurezza, protezione, riconoscimento.
Quando però un bisogno diventa continuo, mai sazio o soddisfatto, sfociando nel compulsivo, allora non è più affetto.
È una vera e propria dipendenza da rassicurazioni.
Non è amore, ma ansia di abbandono che indossa la maschera del romanticismo per legittimarsi.
“Siccome io ti amo così tanto ho bisogno che tu mi rassicuri. E se non lo fai allora significa che non mi ami altrettanto, non provi gli stessi sentimenti che ho io per te”.
È questo il ragionamento dietro il comportamento di cui stiamo parlando.
Un comportamento che ha anche sfumature di ricatto.
E quando la domanda “Mi ami?” non cerca una risposta ma uno stato di calma, questa dura soltanto per poco.
È un cerotto su un’arteria che sanguina.
Le forme più comuni di richiesta di rassicurazione
Il bisogno di conferme e rassicurazioni può travestirsi in molti modo, prendendo le forme più disparate.
“Ti sembro strana oggi?” traduzione “Dimmi che non mi stai lasciando…”
“Ma secondo te sono abbastanza?” ovvero “Sei sicuro di voler solo me?”
“Ti sembro ingrassata?”
Domanda mortale.
A questo tipo di quesiti si cerca sempre di non rispondere, al massimo si finge un malore per non dover affrontare il fuoco di fila.
Anche lo scroll compulsivo dei messaggi whatsapp è un chiaro segnale.
Controllare ossessivamente se l’altro ha visualizzato e se lo ha fatto senza rispondere…pensare che ti odia.
In questi casi, la rassicurazione è un farmaco a effetto breve mentre la relazione è una sorta di pronto soccorso emotivo.
Perché hai bisogno di rassicurazioni dal partner: ansia, attaccamento e insicurezza emotiva
Spesso il bisogno eccessivo di rassicurazioni (dal partner ma anche dagli amici, tavolta) dipende da un attaccamento ansioso, sviluppatosi durante l’infanzia.
Secondo le teorie dell’attaccamento, quando siamo bambini impariamo a regolare le nostre emozioni grazie alla disponibilità e alla sensibilità delle figure di accudimento o caregiver cioè la madre, il padre o chi si prende cura di noi.
Se queste figure sono presenti in modo coerente e prevedibile, rispondendo in modo adeguato ai bisogni del bambino, il piccolo sviluppa un senso di sicurezza interiore: sa che può contare sull’altro, quindi impara a tollerare meglio le separazioni e a fidarsi.
Se invece la presenza del genitore è incostante – a volte accogliente, altre volte fredda o distratta – il bambino può crescere con la sensazione che l’amore non sia mai garantito del tutto. È da qui che nasce quello che chiamiamo attaccamento ansioso: un modello relazionale che porta, da adulti, a vivere le relazioni con forte paura di perdere l’altro, bisogno continuo di conferme, ipersensibilità ai segnali di distanza.
Insomma, da piccoli apprendiamo un copione che tendiamo a riproporre in età adulta, nelle nostre relazioni amorose.
Può darsi anche che questo bisogno di rassicurazioni dipenda da un trauma vissuto quando eravamo piccoli.
Potremmo aver visto l’amore sparire a un certo punto a causa di un lutto.
È il caso di un padre o una madre che muore, scompare, ci abbandona oppure ci delude al punto tale da considerarli morti.
In tutti questi casi, abbiamo capito che l’amore esiste perché lo abbiamo vissuto. Ma abbiamo anche appreso – in un’età durante la quale è impossibile sostenerlo – che l’amore può anche finire, scomparire per sempre.
Siamo di fronte quindi a un’insicurezza cronica, che ci spinge a cercare il nostro valore un po’ troppo fuori da noi stessi.
È giusto per certi versi, ma come tutte le cose, fino a un certo punto.
Lo stesso vale per la bassa autostima: se io non mi piaccio, come farò a piacere a qualcun altro?
L’altro può dire quello che vuole, ma conta quello che io sento di me, non tanto quello che penso a livello cosciente.
E poi c’è la paura dell’abbandono. Ogni silenzio è una prova generale dell’addio definitivo.
Il partner, dunque, diventa un misuratore esterno del mio valore, ma con un difetto: non basta mai.
Per completezza di informazione, vale la pena considerare anche un’altra situazione, piuttosto comune: quella in cui è il partner a creare, direttamente o indirettamente, sentimenti di gelosia o paura dell’abbandono.
Non sempre è “colpa” nostra.
Può capitare, infatti, di avere accanto una persona altrettanto insicura, che ha bisogno della nostra reazione gelosa o di ottenere conferme per sentirsi rassicurata della tenuta della relazione.
In questo modo si crea un circolo in cui l’insicurezza di uno alimenta quella dell’altro, rinforzando dubbi, paure e tensioni emotive.
Il bisogno eccessivo di rassicurazioni non rovina soltanto chi lo prova, logorandolo lentamente.
Anche chi viene incalzato costantemente da quelle domande soffre.
Cosa prova il partner di chi soffre di insicurezza cronica e chiede rassicurazioni di continuo?
Si sente in difetto, mancante, mai abbastanza.
Qualsiasi cosa faccia, infatti, non è mai sufficiente a far sentire bene, al sicuro, tranquillo colui o colei che ama.
Quindi sto dicendo all’altro “SEI TU che non sei abbastanza, non io”
è un effetto paradosso importante da tenere in considerazione.
Il partner vive anche un profondo (e immeritato) senso di colpa. Si tormenta perché se non riesce a rassicurarla, sta male. Se non risponde al cellulare perché ha da fare, magari perché sta lavorando, sta male.
Quindi dov’è il cellulare? Da quanto tempo non le sto scrivendo? Ho risposto al suo ultimo whatsapp?
Tutto questo comporta anche una perdita di spontaneità nella relazione. Ogni parola, ogni gesto deve essere attentamente calcolato perché essere frainteso e diventare un problema.
Così si arriva al desiderio di fuga da questo inferno che è diventata la relazione.
“Io non posso essere il suo Xanax” mi diceva un ragazzo, che viveva questa situazione con la propria compagna.
Il bisogno di rassicurazioni, dunque, finisce per distruggere la relazione stessa.
Il partner si chiude, non risponde e chi chiede attenzioni va nel panico.
Qui non stiamo dicendo che chiedere rassicurazioni al proprio partner sia sbagliato, ovviamente.
Come distinguere un bisogno sano da uno disfunzionale
È umano, legittimo, amorevole.
Ma c’è sempre un limite.
Come distinguere quindi un bisogno sano di rassicurazioni da uno disfunzionale? Quando si supera il limite?
Volendo schematizzare, il bisogno sano è quello in cui si cerca la vicinanza nei momenti di vulnerabilità. Chiedi con rispetto, accetti una risposta, hai fiducia nell’altro e questo ti permette di andare avanti.
Se invece:
- cerchi conferme ogni giorno, più volte al giorno;
- ti rassicuri ma poi dubiti di nuovo subito;
- pretendi, testi, manipoli, analizzi il tono, le parole, il timing, persino gli accessi oculari (per gli amanti della PNL);
- temi sempre che possa cambiare idea;
Non stiamo parlando di bisogno sano, ma di una gabbia che vi stai costruendo intorno.
Come abbiamo fatto con Serena?
Siamo partiti dal non smettere di fare quella domanda “Mi ami”, ma dal capire perché la stesse ponendo con tutta quell’insistenza, reiterandola più volte.
Insomma, abbiamo lavorato sulla sua disistima, sull’insicurezza di fondo, sulle sue esperienze relazionali passate e sul come sentirsi degna prima ancora di ricevere conferme.
Oggi la domanda “MI ami ancora” è rimasta, perché quella non può cambiare.
C’è una parte molto profonda di noi che è sempre terrorizzata dalla possibilità dell’abbandono.
Però ha cambiato “colore”. Non è più una richiesta di soccorso, un’ancora di salvataggio ma un momento di connessione.
Serena fa quella domanda ogni tanto, non ogni minuto.
E lui?
Lui sorride, perché quando la richiesta è libera, non forzata, anche la risposta è più vera, spontanea.



