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“Se rallento mi sento inutile”. Perché durante le ferie non riesci a sentirti davvero in vacanza?

L’estate è a un passo, con tutte le sue promesse.

Hai programmato le ferie mesi fa, tra una riunione protratta fino a tardi e una telefonata di lavoro arrivata all’ultimo momento. Hai prenotato l’albergo, organizzato gli spostamenti e segnato il giorno della partenza.

Quella data cerchiata in rosso sul calendario ti ricordava che c’era un obiettivo da raggiungere.

Ancora qualche settimana di lavoro, ancora qualche scadenza da rispettare, ancora qualche problema da risolvere e poi, finalmente avresti potuto fermarti.

Quel riposo te lo sei guadagnato, no?

E, invece, adesso che le ferie sono finalmente a un passo, non ti senti come immaginavi.

Quando ci pensi, anziché l’entusiasmo avverti un nodo allo stomaco. La mente va subito alle cose che rimarranno in sospeso, alle email che si accumuleranno nella casella di posta giorno dopo giorno, alle richieste che non potrai evadere con la solita puntualità e solerzia.

Per un momento cerchi di scacciare questi pensieri. Dopotutto ti sei organizzato bene.

Nella scelta della struttura, non ti sei limitato a controllare la vicinanza alla spiaggia o le recensioni.

Ti sei assicurato che ci fosse un Wi-Fi affidabile e veloce, una sala silenziosa da dove collegarti in caso di necessità, magari anche fornita di stampante, perché non si sa mai…

Insomma, ancora prima di partire, avevi già previsto ogni cosa.

Non c’è da preoccuparsi.

Eppure la tensione che provi non si allenta, anzi. Più si avvicina il giorno della partenza e più ti ritrovi a controllare, organizzare e anticipare mentalmente tutto ciò che potrebbe accadere mentre sarai via, lontano dal lavoro.

Sai che dovresti essere felice: stai per andare in vacanza dopo un anno di fatica.

Ma allora perché l’idea di fermarti per due settimane ti fa sentire in colpa?

Se ti riconosci in questa situazione, potresti avere a che fare con quella che viene definita ansia da ferie: un insieme di preoccupazioni, tensioni e sensi di colpa che rendono difficile vivere il periodo di vacanza come un vero momento di riposo.


Ansia e senso di colpa in vacanza: quando le ferie non sono affatto riposanti

Tempo fa vi ho parlato di Marika, una donna di 38 anni che era arrivata nel mio studio di psicoterapia all’Eur per un problema che la accompagnava ormai da anni.

Appena aveva un momento libero, anziché dedicarlo a un libro, a una passeggiata o a un film che desiderava vedere da tempo, trovava sempre qualcosa di “utile” da fare.

Riordinava casa, recuperava attività arretrate, organizzava impegni futuri o si anticipava il lavoro per i giorni successivi.

All’apparenza sembrava una persona particolarmente efficiente e responsabile.

In realtà, fermarsi le risultava estremamente difficile.

Soffriva di quella che, ai giorni nostri, viene chiamata oziofobia.

Le ferie non facevano che amplificare e rendere ancora più evidente il suo disagio per il tempo “vuoto”. Mentre amici e parenti iniziavano a rallentare già nei giorni precedenti, concedendosi qualche gita fuori porta o una serata senza programmi, Marika diventava sempre più irrequieta.

Provava un misto di ansia e senso di colpa.

Ansia perché sentiva di perdere il controllo su tutto ciò che era abituata a gestire nella quotidianità, senza delegare mai a nessuno: le email, le scadenze, gli impegni, i problemi da risolvere.

Senso di colpa perché una parte di lei continuava a ripeterle che fermarsi era un lusso che non poteva permettersi. Nemmeno in vacanza.

Così, finiva col trovarsi dentro un paradosso, con il corpo in vacanza e la testa altrove, inchiodata alla scrivania dell’ufficio.

Se andava in spiaggia, si portava dietro i documenti più leggeri, dicendo che quelli erano la sua “lettura estiva”. Al ristorante controllava il telefono tra una portata e l’altra. Aveva persino caricato alcune videolezioni sul tablet, così da poterle seguire nei ritagli di tempo, magari mentre il marito faceva la doccia o si concedeva un riposino.

Quando era arrivata in terapia da me, pensava che il problema fosse il lavoro.

“Sono una workhaolic” aveva esordito durante uno dei primi colloqui, autodiagnosticandosi una dipendenza da lavoro.

Si era rivolta a me proprio per questo. Oltre a occuparmi di ansia e attacchi di panico, infatti, seguo spesso persone che sperimentano un rapporto difficile con la propria professione, tra stress cronico, burnout e difficoltà a separare la vita lavorativa da quella personale.

A prima vista, la sua interpretazione sembrava plausibile.

Eppure, approfondendo la situazione, emerse qualcosa di diverso.

Il lavoro non era il problema principale, ma il modo che aveva trovato per non fermarsi mai.

In pratica, era la sua tentata soluzione.


Out of office anxiety. Se andare in vacanza ti mette a disagio, forse il problema non sono le ferie (e nemmeno il lavoro)

La storia di Marika potrebbe sembrare un caso estremo e isolato. In realtà, descrive una difficoltà molto più diffusa su cui ultimamente si stanno accendendo i riflettori.

Negli ultimi anni, infatti, gli esperti hanno iniziato a parlare di out of office anxiety, un’espressione utilizzata per indicare l’ansia che sempre più persone sperimentano quando si allontanano dal lavoro per periodi più o meno lunghi.

Secondo una ricerca condotta nel 2025 dall’istituto Censuswide su un campione rappresentativo di italiani, il 68% delle persone continua a pensare al lavoro anche durante le vacanze e sente il bisogno di controllare email, messaggi o comunicazioni professionali mentre è in ferie.

Il fenomeno è particolarmente frequente tra professionisti, lavoratori autonomi e persone che ricoprono ruoli ad alta responsabilità, ma può riguardare chiunque abbia difficoltà a separare il proprio valore personale dalla produttività.

Non riesco a rilassarmi in vacanza

Non stacco mai la testa dal lavoro

Se non faccio nulla mi sento inutile

Numeri e frasi come quelle che hai appena letto potrebbero far pensare che il problema sia il lavoro.

E, in alcuni casi, è davvero così. O meglio, a pesare è la visione che abbiamo di noi stessi in rapporto al lavoro, modellata da una società che ci vuole sempre produttivi e performanti.

Viviamo in una cultura che tende ad associare il valore personale alla produttività, all’efficienza e alla capacità di essere sempre presenti e sul pezzo.

Così, con il tempo, molte persone finiscono per misurare il proprio valore in base a ciò che fanno anziché a ciò che sono.


“Riposare è tempo perso”. Quando il tuo valore personale dipende dall’essere produttivo

A questo si aggiunge spesso una storia personale in cui l’amore, il riconoscimento o l’approvazione da parte dei nostri genitori sembravano arrivare soltanto quando raggiungevamo certi risultati.

Magari sei cresciuto con un padre che lavorava duramente e che, pur con le migliori intenzioni, ti ha trasmesso l’idea che il valore di una persona dipende dall’impegno e dal sacrificio.

Difficilmente si prendeva una pausa e pretendeva che tu condividessi quello che per lui era senso del dovere. Quando rallentavi o non ottenevi il risultato sperato, quel che ricevevi non erano parole di incoraggiamento e sostegno ma uno sguardo di disapprovazione che sembrava dirti: “non hai fatto abbastanza”.

Col tempo, messaggi come questo, più o meno espliciti, possono essere interiorizzati fino a trasformarsi in una voce critica che continua ad accompagnarci anche in età adulta.

All’inizio sembra giudicare tutto ciò che facciamo (o non facciamo).

“Non ti impegni abbastanza, non fai abbastanza.”

Con il tempo, però, dal fare si passa all’essere.

E quel “Non fai abbastanza” si trasforma in un giudizio inappellabile: “Non sei abbastanza”.

Quando una convinzione del genere si radica profondamente in noi, finiamo col ritenere che il nostro valore personale dipenda da quanto produciamo, da quanto ci impegniamo e da quanto riusciamo a essere utili agli altri.

Ne ho parlato più approfonditamente anche nell’articolo dedicato al dialogo interno e alle convinzioni che influenzano il modo in cui giudichiamo noi stessi.

In queste condizioni, il riposo smette di essere un bisogno naturale e diventa qualcosa che va giustificato, meritato o addirittura evitato.

Ecco perché alcune persone, pur desiderando disperatamente le ferie, una volta arrivate a quei giorni di riposo tanto agognati durante l’anno poi non riescono a godersele davvero.

Ogni momento di inattività viene vissuto come una perdita di tempo.

Ogni pausa come una rinuncia alla produttività.

Ogni giornata trascorsa senza “concludere” qualcosa come una piccola colpa da espiare.

Dietro l’ansia da ferie, quindi, non troviamo soltanto la paura di lasciare il lavoro in sospeso.

Spesso troviamo una domanda molto più profonda: “Se non sto facendo nulla di utile, quanto valgo?”


Quali sono i sintomi dell’ansia da ferie? I segnali con cui si manifesta

L’ansia da ferie, dunque, è una condizione caratterizzata da preoccupazione, irrequietezza e senso di colpa legati all’idea di interrompere le proprie attività lavorative e abituali durante il periodo di vacanza.

Non tutte le persone che soffrono di ansia da ferie sono consapevoli di avere una difficoltà con il concedersi una pausa.

Molte sono convinte di essere semplicemente responsabili, organizzate o particolarmente attente al proprio lavoro.

Ma, a lungo andare, i sintomi tendono a emergere con una certa chiarezza.

Alcuni dei segnali più comuni dell’ansia da ferie includono:

  • il bisogno di controllare continuamente email e messaggi di lavoro,
  • la difficoltà a rilassarsi,
  • il senso di colpa quando non si è produttivi,
  • l’irrequietezza durante le vacanze
  • la sensazione di dover essere sempre reperibili.

Per alcune persone iniziano già nelle settimane che precedono la partenza, sotto forma di preoccupazioni continue, difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro e bisogno di verificare che tutto sia sotto controllo.

Altre manifestano il proprio malessere proprio quando le ferie iniziano.

Arrivano a destinazione ed ecco che l’irrequietezza comincia a farsi sentire. Nervosismo, incapacità di stare fermi, bisogno di riempire il tempo a disposizione con attività più o meno produttive

Quest’ultimo è un segnale importante.

Quel bisogno di riempire, infatti, ha spesso a che fare conla difficoltà a stare a contatto con il vuoto.

In molti casi, le attività con cui saturiamo le nostre agende – gli appuntamenti, le scadenze, le urgenze che non possono davvero aspettare –servono a tenerci occupati e soprattutto a distrarci.

Ma da cosa?

Immagina la tua mente come una soffitta in cui, nel corso degli anni, hai accumulato scatole che non avevi voglia di aprire.

Dentro alcune ci sono le preoccupazioni per il futuro. Dentro altre paure, delusioni, dubbi, domande rimaste senza risposta o problemi che hai preferito rimandare.

Finché la vita procede a ritmo sostenuto, il rumore delle incombenze quotidiane copre tutto il resto.

Le ferie abbassano improvvisamente il volume di quel rumore.

Ed eccolo lì, il silenzio. Un silenzio nel quale cominciano a farsi sentire dei colpi sordi, forti, contro la porta della soffitta.

Sono tutti quei pensieri che durante l’anno sei riuscito a tenere sullo sfondo e che ora reclamano la tua piena attenzione.

Nell’ansia da ferie, il problema non è il tempo libero in sé.

È ciò che il tempo libero rende finalmente impossibile ignorare.


Perché controllare le email in vacanza aumenta l’ansia (e come smettere)

Quando sei in ferie e senti che dovresti essere altrove, impegnato a fare qualcosa di produttivo, cosa fai di solito?

Marika, quando si sentiva così, prendeva in mano lo smartphone e cominciava a programmare le attività della settimana del rientro. Verificava le scadenze, si accertava che non le fosse sfuggito nulla.

Gestiva. O meglio, controllava.

E ogni volta che lo faceva, si sentiva subito meglio.

Spalle meno contratte, mandibola rilassata, nodo allo stomaco allentato: il suo corpo rispondeva con una sensazione di immediato sollievo.

Il problema?

Quella era la più classica delle tentate soluzioni, quei rimedi che mettiamo in atto in modo automatico e che ci danno l’illusione di risolvere il problema.

Nell’immediato, infatti, sembrano funzionare.

L’ansia diminuisce, la tensione si allenta e torniamo a sentirci in controllo della situazione.

Ma è proprio questo beneficio a renderle così pericolose.

Ogni volta che Marika controllava le scadenze o programmava il lavoro futuro, il suo cervello imparava una lezione ben precisa: per stare meglio doveva continuare a farlo.

Così, anziché imparare a tollerare l’incertezza, il tempo vuoto o il disagio che emergeva quando si fermava, diventava sempre più dipendente dal controllo.

Nel breve periodo il problema sembrava ridursi. Nel lungo periodo, però, si rafforzava.

In altre parole, il controllo non spegne l’ansia.

La alimenta.

Lo stesso accade quando riempi ogni momento libero con attività, programmi e impegni.

Più tenti di tenere a distanza l’ansia, più lei si ripresenta a bussare alla tua porta.

Fermarsi senza sentirsi inutili: come spezzare il circolo

Quando si prova questo tipo di ansia – legata al vuoto, al tempo libero, al “non fare nulla” – l’istinto è di fare proprio come Marika cioè assecondare il bisogno di controllo, prendendo in mano lo smartphone per verificare se ci sono nuove email oppure per programmare le attività future.

Come dicevo, questa è la classica tentata soluzione.

Attraverso comportamenti come questo ricerchiamo il sollievo dalla tensione interna. E, almeno all’inizio, raggiungiamo il nostro obiettivo.

Ma la tentata soluzione ti illude soltanto di poter riprendere in mano la situazione.

A lungo termine, però, non fa che alimentare l’ansia e la dipendenza dal controllo.

Quello che si innesca è un vero e proprio circolo vizioso in cui, più cerchi di allontanare l’inquietudine riempiendo ossessivamente ogni momento libero, distraendoti con le più diverse attività, più lei tornerà a bussare alla tua porta con maggiore insistenza.

Cosa fare allora per spezzare il circolo vizioso?

Forzarsi a “staccare la spina” o ripetersi che “devo rilassarmi a tutti i costi” non serve a nulla. Anzi, è controproducente.

La calma non è uno stato che si raggiunge facendo pressione su sé stessi. L’imposizione, al massimo, può crearti ancora più frustrazione perché non riesci.

Se vogliamo disinnescare l’ansia da ferie, è fondamentale scardinare il meccanismo che l’alimenta cioè la convinzione che il nostro valore personale dipenda da quanto produciamo o da quanto riusciamo a essere utili.

Il riposo non è un premio che ti devi sudarti fino allo sfinimento nè una perdita di tempo.

È un bisogno biologico, un diritto inalienabile.

È prendersi cura davvero di sé stessi.

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