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“Non ce la faccio più a lavoro. Stress cronico e burnout

Ti senti sempre stanco, anche dopo aver passato il weekend a casa, a riposo.

Ogni sera, quando rientri dall’ufficio, il pensiero dei progetti rimasti in sospeso ti segue come un’ombra: quell’email a cui devi ancora rispondere, le scadenze imminenti, le riunioni programmate che non puoi rimandare.

Ti siedi a tavola con la famiglia, ma non sei veramente lì. Con la mente sei rimasto alla tua scrivania, inchiodato a ciò che dovrai affrontare il giorno dopo. Sei distratto, irritabile, basta una domanda innocente perché tu perda la pazienza. Quando metti finalmente la testa sul cuscino, senti il battito accelerato del tuo cuore, mentre una voce nella testa ti ripete: “Non sto facendo abbastanza, né al lavoro né a casa”.

Se ti senti così ogni tanto, potrebbe essere l’effetto di una giornata più pesante del solito o di un periodo di stress intenso a lavoro.

Nulla di troppo preoccupante.

La gestione dello stress è uno dei miei ambiti di intervento in terapia. Ecome dico spesso, stiamo parlando di qualcosa che di per sé non ha nulla di negativo.

In alcune situazioni, anzi, lo stress può persino aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi, stimolandoci a rimanere concentrati e motivati.

Lo stress, infatti, è una risposta naturale dell’organismo di fronte agli stimoli e alle richieste dell’ambiente.

Il problema nasce quando lo stress smette di essere temporaneo e diventa cronico, quando non c’è più recupero, quando la tensione non si abbassa nemmeno nei momenti di riposo e il nostro corpo rimane in uno stato di allerta perenne.

Se hai la sensazione costante di essere sotto pressione, se il lavoro occupa la tua mente anche fuori dall’orario lavorativo, se ti toglie il sonno, la serenità e persino la capacità di goderti i momenti con le persone che ami, allora forse sei in sovraccarico e stai manifestando i primi sintomi del burnout.

Cos’è la sindrome da burnout

La sindrome da burnout è una condizione di esaurimento psicofisico legata a uno stress cronico, soprattutto in ambito lavorativo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita come un “fenomeno occupazionale”, distinguendola da altre condizioni psicologiche o mediche, proprio perché nasce all’interno del contesto lavorativo e si sviluppa in relazione alle sue richieste, se eccessive e prolungate nel tempo.

Per comprendere a fondo questa sindrome, è utile fare riferimento al lavoro di Christina Maslach, una delle principali studiosе di psicologia del lavoro e la prima a sviluppare uno strumento per valutare il burnout, applicato in origine esclusivamente alle persone impiegate all’interno dei servizi sociosanitari: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori.

Professioni diverse, ma accomunate da una costante esposizione alla relazione d’aiuto, da un coinvolgimento emotivo continuo e profondo con persone sofferenti e in stato di fragilità.

È proprio in questi contesti che Maslach osservò un fenomeno ricorrente cioè professionisti motivati e competenti che, nel tempo, mostravano:

  • segni di esaurimento emotivo,
  • distacco o depersonalizzazione
  • perdita di efficacia e mancata realizzazione personale nel lavoro

Queste tre dimensioni permettono di cogliere il burnout non solo come una forma di stanchezza, ma come un processo di progressivo logoramento che investe la sfera emotiva, relazionale e quella della motivazione.

Come inizia il burnout? I segnali iniziali dello stress cronico sul lavoro

Il burnout non compare da un giorno all’altro.

Siamo di fronte a un fenomeno che inizia in modo graduale, quasi impercettibile e proprio per questo tende a non essere riconosciuto subito.

È come la goccia del proverbio cinese: senza che tu te ne accorga, scava un buco profondo nella roccia, giorno dopo giorno, attraverso una lenta e costante corrosione.

Se non presti attenzione, quello che ti trovi davanti è soltanto l’effetto finale, non il processo che lo ha generato.

All’inizio la persona continua a funzionare, spesso anche bene.

Si impegna di più, stringe i denti, cerca di sostenere un carico crescente di lavoro anche se le energie sono sempre più ridotte. In questa prima fase, paradossalmente, può esserci persino entusiasmo.

Dobbiamo sempre considerare che viviamo nella società della performance, dove il superlavoro spesso presentato come un valore. In quest’ottica,essere sempre reperibili, non fermarsi mai, “dare il massimo” sono considerati sinonimo di successo.

Penso, per esempio, ad alcuni alti dirigenti, professionisti, manager che mi capita spesso di incontrare nel mio studio di psicoterapia.

Sono persone estremamente competenti, che hanno scalato la gerarchia dell’azienda o l’hanno fondata loro stesse e che sono quindi abituate a reggere responsabilità elevate. Per anni, magari, hanno vissuto ogni incarico in più come un riconoscimento delle loro capacità, facendolo diventare benzina per spingersi sempre oltre.

Questa modalità, all’inizio, appare premiante.

Arrivano risultati, riconoscimenti, avanzamenti di carriera. L’immagine di sé come persona forte, affidabile, capace di reggere tutto si consolida.

Ma a che costo?

Finché si riesce a reggere il ritmo, tutto funziona. Il problema è che, a un certo punto, il meccanismo si inceppa e quella “benzina”, anziché alimentare, comincia a consumarci dall’interno.

Le energie iniziano a non essere più sufficienti per sostenere tutto quel peso.

Si comincia a prestare meno attenzione ai dettagli, perché la concentrazione – con una mente troppo piena e affaticata – vacilla.

Il lavoro, che un tempo era stimolante, diventa faticoso, così opprimente che il pensiero di alzarsi il lunedì mattina per andare in ufficio fa venire un nodo allo stomaco.

Decisioni che prima venivano prese con naturalezza, senza doverci pensare troppo, ora richiedono uno sforzo enorme.

Allora, cominci a rimandare.

Potrebbe sembrare pigrizia o mancanza di voglia, ma in realtà è un segnale che hai raggiunto il limite di saturazione. Semplicemente non ce la fai davvero più e, allora, cerchi un modo per sottrarti, almeno provvisoriamente, agli impegni.

Sposti quella riunione, lasci in sospeso quell’email, “dimentichi” di rispondere a una richiesta che prima avresti gestito senza difficoltà.

Sei in sovraccarico e la tua mente e il tuo corpo cercano di mandarti dei segnali.

Ecco, allora che compaiono i sintomi fisici, quelli che scambi per un malessere passeggero: mal di testa ricorrenti che cerchi di mettere a tacere con un antidolorifico, tensioni muscolari che attribuisci a un movimento sbagliato in palestra, disturbi gastrointestinali che compaiono senza ragione apparente, anche se stai attentissimo alla tua dieta

“Sono soltanto stressato” rispondi, quando le persone intorno a te iniziano a notare che qualcosa è cambiato.

In fondo, lo stress è socialmente accettato.

Al giorno d’oggi, avere l’agenda piena di impegni è diventato motivo di vanto. In questo mondo al contrario, ci vengono continuamente proposti modelli di successo costruiti sulla iperproduttività, sulla disponibilità totale, sull’idea che valiamo quanto riusciamo a fare.

Fermarsi viene letto come una mancanza di ambizione, rallentare come un fallimento.

Sul fronte opposto, ci fanno credere che, se ci impegniamo oltre ogni limite, ci sentiremo finalmente realizzati e quindi felici.

Perché si va in burnout? Perfezionismo e ambiente lavorativo ostile

Il perfezionismo è una delle cause “latenti” del burnout, a cui spesso non si fa riferimento quando si parla di questo problema.

Le persone perfezioniste desiderano fare il proprio lavoro al massimo delle proprie possibilità, mettendo tutte se stesse in quello che fanno.

Detto in questi termini, potrebbe sembrare un aspetto positivo.

Il problema è che il perfezionista vorrebbe dare sempre il 100%, se non di più, ogni singolo giorno.

Dunque, non accetta il fatto che normalmente ci saranno giornate in cui sarà più performante – perché è più riposato, più concentrato, si sente meglio – e altri in cui lo sarà meno.

Che significa?

Te lo spiego meglio parlandoti del caso di una mia paziente, Antonella.

Usciva dall’ufficio sempre due ore dopo l’orario previsto. Quando tornava a casa, pur avendo fatto tantissimo, veniva colta da una forte agitazione che le impediva anche di dormire.

L’ansia la teneva sveglia di notte perché sapeva che il giorno dopo avrebbe dovuto dare di nuovo il 100%.

Non riusciva, insomma, a permettersi alcuna flessione, a concedersi di essere umana.

Il perfezionista, in un certo senso, si tratta come fosse una macchina anziché un essere vivente.

Osservando la natura e noi stessi, però, ci rendiamo conto che tutto funziona a cicli: dalle stagioni che si alternano, al ritmo del respiro e del cuore, a quello dell’esperienza.

Ogni cosa è come un’onda che ha il suo picco massimo e la sua discesa.

È fisiologico.

Il problema nasce quando pretendiamo di restare perennemente sul picco.
Restare in alto richiede uno sforzo continuo, una tensione costante. E la tensione, se non trova mai una pausa, diventa esaurimento.

Il perfezionista, insomma, sta sempre con il piede sull’acceleratore.

C’è poi un’altra sfumatura del perfezionismo, ancora più sottile.

È il perfezionista che vorrebbe avere il controllo su tutto ciò che lo circonda ma, allo stesso tempo, si lamenta del peso gravoso di questa responsabilità e di ciò che ne deriva.

Da un lato dice: “Vorrei cambiare lavoro, non ce la faccio più”; dall’altro, però, dentro di sé prova una grandissima soddisfazione a esercitare questo controllo, a dominare l’ambiente in cui si trova.

Ma il burnout, in molti casi, si lega anche al fatto di trovarsi all’interno di un ambiente di lavoro ostile.

Magari subiscono mobbing da parte dei colleghi o dei superiori.

Oppure non hanno la possibilità di esprimersi liberamente, devono sempre stare attenti a tutto quello che fanno o dicono per non essere vittima di attacchi.

Questo chiaramente è uno stress enorme, che porta con sé tanti problemi, anche di salute.

Quali sono le 4 fasi del burnout?

È importante chiarire che il burnout non segue sempre un percorso identico per tutti.

Ciascuno di noi vive l’esperienza del lavoro in modo del tutto personale, mettendo in campo risorse e fragilità diverse. E trovandosi anche ad affrontare contesti organizzativi, carichi di responsabilità e impegni nonché dinamiche relazionali differenti.

L’ambiente in cui si lavora, il livello di responsabilità richiesto, il grado di autonomia, ma anche il riconoscimento ricevuto e il supporto disponibile da parte di colleghi, superiori e altre figure incidono profondamente su come lo stress viene percepito e gestito.

Per questo il burnout non è il risultato di una “debolezza individuale”, ma l’esito di un’interazione complessa tra caratteristiche personali e condizioni lavorative.

Pur nella sua variabilità, tuttavia, è possibile individuare alcune fasi ricorrenti che descrivono l’evoluzione progressiva di questo stato di esaurimento.

La prima – paradossalmente – è la fase dell’entusiasmo, quella che in un certo senso pone le basi perché il burnout possa svilupparsi.

Pensiamo a un caso tipico: il momento in cui si ottiene una promozione.

Vedersi riconosciuti per il proprio lavoro attraverso una qualifica superiore (e anche uno stipendio più alto) è un’iniezione di energia.

Ovviamente, il passaggio a un altro livello porta con sé nuovi incarichi e responsabilità, che però vengono vissuti con grande entusiasmo. In questa fase, la persona tende a spendersi ancora di più, accettando magari più straordinari, partecipando a riunioni extra e assumendosi incarichi aggiuntivi, spinta dalla motivazione e dal desiderio di dimostrare il proprio valore.

È proprio questa spinta iniziale, premiata socialmente e valorizzata in contesti ad alta performance, che può portare a sovraccarico costante.

L’entusiasmo e la motivazione, infatti, mascherano la fatica, impedendo di vedere la stanchezza per quello che è. I sintomi così vengono “normalizzati” e interpretati come un effetto temporaneo dovuto al carico di lavoro extra.

Nel frattempo, però, il processo di corrosione è già cominciato: giorno dopo giorno, senza che tu te ne renda davvero conto, lo stress si accumula.

La goccia ha aperto una minuscola fessura e ora si sta facendo strada, silenziosamente, trasformano quella piccola crepa in una voragine.

Questo è ciò che chiamiamo fase dello stress cronico, quel momento in cui cominciano ad affiorare sintomi sempre più chiari e insistenti.

Il tuo sistema nervoso, infatti, è costantemente in allerta, pompa adrenalina e cortisolo senza sosta, colpendo il tuo stomaco, la testa, i muscoli, facendoti sentire sempre teso, pronto a scattare.

Quei segnali sottili sono il linguaggio attraverso cui il corpo e la tua mente ti dicono: “Ehi, stai andando oltre le tue capacità di tenuta”.

Rendersi conto di aver raggiunto questo punto limite significa prendere coscienza del problema prima che degeneri in burnout vero e proprio.

È come accorgersi della fessura prima che la roccia ceda del tutto.

Puoi ancora intervenire, rallentare, prenderti cura di te, cercare supporto.

Il rischio, però, è che questa consapevolezza arrivi troppo tardi, quando ormai lo stress ha iniziato a compromettere seriamente il tuo benessere fisico ed emotivo.

Se non intervieni, quello che inizia come stress cronico evolve nella fase della stagnazione.
La piccola fessura si allarga, e ora non è più solo il corpo a lanciare segnali: comincia anche la mente a “staccarsi”. Ti senti distaccato dai colleghi, dai clienti, dal lavoro stesso.

Le attività che prima ti davano soddisfazione ora sono soltanto un peso gravoso.

Per proteggerti, allora, tiri su una barriera fatta di cinismo e distacco emotivo.

È un meccanismo difensivo che si attiva in modo automatico, isolandoti dall’ansia e dal senso di frustrazione crescente.

È come se stessi cercando di resistere mentre la crepa nella roccia sotto di te si allarga sempre di più finché non cede del tutto, facendoti precipitare nel burnout completo.

A questo punto, la stanchezza è totale e pervasiva.

Ti senti incapace di affrontare anche le attività quotidiane, anche quelle più semplici.

Quanto dura il burnout e cosa influisce sui tempi di recupero?

La durata del burnout non è fissa.

L’esaurimento completo può protrarsi per alcune settimane ma anche per diversi mesi, talvolta anche più di un anno, a seconda di fattori individuali e ambientali.

Non è una semplice “influenza” da cui ci si riprende in fretta senza strascichi per rimettersi subito al lavoro.

Il burnout è uno stato complesso che coinvolge corpo, mente ed emozioni.

Gestire lo stress e prevenire il burnout

Prevenire il burnout è possibile, soprattutto se impariamo a riconoscere i segnali dello stress cronico prima che diventino ingestibili.

Uno dei campanelli d’allarme più frequenti è l’insonnia.

Non riuscire ad addormentarsi, svegliarsi nel cuore della notte senza più riuscire a prendere sonno oppure dormire ma soltanto a tratti o in modo troppo leggero, senza riposare davvero.

Spesso c’è un’ansia di fondo che non si spegne mai, come un ronzio costante.

Un altro segnale più sottile, a cui purtroppo non si fa caso, è lo spostamento delle questioni dal piano emotivo a quello cognitivo.

Stare nell’emozione come facciamo noi terapeuti in seduta (ma anche molte persone empatiche) significa avvertire la sofferenza.

Il piano cognitivo, invece, non fa male.

Dunque, queste persone, in modo inconsapevole, attivano un meccanismo di difesa che serve a proteggerli dal dolore.

Fateci caso quando parlate con dottori o infermiere.

Spesso, noi ci irritiamo perché pensiamo siano scortesi o scarsamente empatici nei confronti di pazienti e parenti.

Ma raramente ci fermiamo a considerare che chi lavora in ospedale vive turni estenuanti, responsabilità enormi, decisioni che possono cambiare la vita delle persone.

Tutto questo, spesso senza un adeguato spazio di supporto psicologico.

In contesti come questi, un alto coinvolgimento emotivo sarebbe insostenibile.

Allora, cosa accade? Scatta un meccanismo che li fa diventare più simili a dei “robot”, freddi, distanti.

Non è mancanza di umanità. È una strategia di sopravvivenza.

Se ti riconosci in alcuni di questi segnali o sintomi, ti invito a riflettere.

Un’altra cosa che potresti fare per capire in che situazioni ti trovi è chiedere alle persone a te care se hanno notato qualcosa di diverso in te, se ti vedono cambiato nell’ultimo periodo.

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