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Binge eating. L’abbuffata come ricerca di sollievo
Il binge eating disorder, o disturbo da alimentazione incontrollata, non ha nulla a che fare con la mancanza di forza di volontà. È un disturbo alimentare riconosciuto, che ci parla di un rapporto complesso e doloroso con il cibo, ma soprattutto di una profonda sofferenza emotiva.
A tutti, prima o poi, è capitato di abbuffarsi, ovvero mangiare più del necessario.
Può capitare a un pranzo di Natale, quando ci si riunisce con la famiglia intorno al tavolo della festa, straripante di antipasti e dolci. O magari durante un evento, una cena tra amici, un’occasione speciale in cui il cibo accompagna la convivialità e il tempo sembra scorrere più lento.
In questi momenti non c’è nulla di patologico: si mangia per piacere, per convivialità, per celebrare insieme un momento.
Ma l’abbuffata non sempre ha il sapore della festa.
Talvolta, quella voglia improvvisa di ingurgitare qualcosa arriva quando si è completamente soli, dopo una giornata difficile. È un impulso urgente, che non ha nulla a che fare con la fame né con il piacere legato al nostro cibo preferito, ma con un bisogno più profondo.
La ricerca del sollievo.
Cercare di dominarsi in quei momenti, promettersi che “questa sarà l’ultima volta che mi abbuffo” o rimproverarsi per la mancanza di autocontrollo raramente aiuta. Anzi, spesso alimenta un circolo di vergogna e colpa che rende ancora più difficile interrompere il ciclo di abbuffate che va sotto il nome di binge eating disorder.
Cos’è il binge eating disorder o disturbo da alimentazione incontrollata
Il binge eating disorder (BED), o disturbo da alimentazione incontrollata, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata accompagnati da una sensazione di perdita di controllo.
Durante questi episodi, dunque, la persona mangia molto più di quanto vorrebbe o di quanto il corpo richieda, senza riuscire a fermarsi, anche se il troppo cibo mangiato provoca senso di pienezza o disagio fisico.
Dal punto di vista clinico, la psicologia classica distingue il binge eating disorder dalla bulimia nervosa sottolineando che le abbuffate non sono seguite da comportamenti compensatori.
Questo significa che, secondo i criteri diagnostici tradizionali, chi soffre di binge eating non si induce il vomito, non assume lassativi né ricorre sistematicamente al digiuno prolungato con lo scopo di “rimediare” a quanto mangiato.
Nel mio approccio, che si rifà alla psicoterapia strategico-breve, questa distinzione viene letta in modo più ampio. Nella pratica clinica quotidiana, infatti, osservo spesso la presenza di comportamentialtrettanto rigidi e disfunzionali in persone che soffrono di binge eating: tentativi di controllo ossessivo, restrizioni severe, punizioni verso se stessi e anche vere e proprie condotte compensatorie come l’eccesso di attività fisica.
Questi comportamenti possono essere interpretati come tentate soluzioni ovvero strategie che la persona mette in atto nel tentativo di rimediare all’abbuffata, ma che finiscono per mantenere e rafforzare il problema.
In particolare, come dicevo, il binge eating non ha a che vedere con la mancanza di volontà o di disciplina.
Il problema, anzi, è proprio l’opposto: le persone che ne soffrono, eccedono nel controllo.
Mi è capitato più volte di avere in terapia per binge eating pazienti che, anche consigliati da nutrizionisti, seguivano regimi alimentari estremamente restrittivi.
Imporsi di mangiare poco, però, non fa altro che aumentare il desiderio della trasgressione.
Mi viene in mente il caso di Giulia, una ragazza che ho seguito in terapia mesi fa.
Durante la sua giornata tipo, Giulia mangiava veramente poco, per poi di notte svegliarsi e svuotare il frigorifero. Quando mi raccontava questi episodi, traspariva in modo evidente la vergogna che provava, poiché questo modo di comportarsi la faceva sentire una “malata di mente”.
Ma come le dissi, non stiamo parlando assolutamente di malattia mentale.
Il problema era proprio il controllo eccessivo.
Lei andava tutti i giorni in palestra. E se sentiva che avrebbe mangiato di notte, lei si “preparava” all’evenienza, cercando di tenersi leggera prima.
Ma questo non faceva altro che innescare il desiderio dell’abbuffata, che nel caso di Giulia avveniva anche con prodotti fit, come le fette biscottate e lo yogurt.
Insomma, non dobbiamo immaginarci l’abbuffata come l’eccesso fatto di cibi che fanno gola e ci piacciono, ma come uno strumento di regolazione emotiva, che viene utilizzato – in modo ovviamente inconsapevole – per anestetizzarsi da tutte quelle emozioni che fanno male e che non si vuole sperimentare.
Sintomi del binge eating. Come riconoscere il disturbo alimentare da alimentazione incontrollata
Riconoscere il binge eating disorder non è sempre semplice.
Molte persone convivono a lungo con questo disturbo senza dargli un nome, convinte che si tratti solo dell’effetto di periodi particolarmente intensi o stressanti, che scatenano la fame nervosa.
Ma la fame smaniosa che caratterizza il binge eating ha un nome preciso: craving alimentare.
Non si tratta di un semplice desiderio di cibo né di una fame fisiologica, ma di un impulso irresistibile, così potente da spingere a mangiare qualunque cosa senza riuscire a fermarsi.
Il sapore del cibo, in quei momenti, non lo senti nemmeno.
Chi soffre di binge eating racconta di iniziare a mangiare con l’intenzione di fermarsi, ma di non riuscirci.
Proprio l’assenza di controllo, quel non riuscire a farne a meno è un’altra caratteristica tipica del binge eating disorder.
Il cibo, durante le abbuffate, smette di essere una fonte di piacere e diventa uno strumento per placare una tensione interna difficile da sostenere.
Spesso l’abbuffata avviene in fretta, di nascosto, lontano dallo sguardo (e dal giudizio) degli altri.
L’emozione che l’accompagna?
Senso di vergogna, senso di colpa e spesso disgusto verso sé stessi.
Quando tutto finisce, resta un senso di pesantezza, fisica ed emotiva.
Resta la colpa per non essersi fermati in tempo, il rimprovero verso se stessi, la promessa silenziosa che “da domani andrà meglio”.
Promessa che, troppo spesso, si trasforma in un nuovo tentativo di controllo e in una nuova abbuffata.
“Perché non riesco a smettere di mangiare?”. A cosa sono dovute le abbuffate
“Dottore, perché non riesco a smettere di mangiare?”
Durante le sedute di terapia con pazienti che stavano lottando con abbuffate e sensi di colpa, mi è capitato spesso di ricevere questa domanda.
È una domanda carica di frustrazione e di paura.
Perché chi la pone, nella maggior parte dei casi ha già provato tutto nel tentativo di smettere di mangiare senza controllo: diete ferree, disciplina, persino punizioni.
Ogni volta che il ciclo di abbuffate si ripete, in loro si conferma l’idea di non essere abbastanza forti.
In realtà, nel binge eating, il cibo non è il nemico.
È la risposta che la persona ha imparato a utilizzare per fronteggiare stati emotivi che, in quel momento, sembrano ingestibili.
L’abbuffata arriva spesso nei momenti in cui ci sentiamo sopraffatti dalle emozioni negative, magari dopo una giornata intera in cui abbiamo cercato di trattenerci, adattandoci a un realtà ci chiede continuamente di essere perfetti, performanti, di buon umore, impedendoci di esprimere quello che sentiamo davvero: rabbia, frustrazione, senso di vuoto, solitudine.
Mangiare diventa allora un modo rapido per abbassare la tensione, mettendo per un momento il silenzioso a pensieri ed emozioni che teniamo dentro e fanno troppo rumore.
Nel cibo, si cerca una via di fuga, un attimo di sollievo.
È Binge eating o “mangio troppo”? Le differenze
Molte persone che soffrono di abbuffate ricorrenti arrivano a chiedersi se quello che stanno vivendo sia davvero un disturbo o semplicemente un rapporto un po’ complicato con il cibo.
Forse mangio troppo, si dicono. Forse dovrei solo controllarmi di più.
Mangiare oltre il necessario, come detto all’inizio di questo articolo, è un’esperienza comune.
Succede saltuariamente, in occasione di feste e momenti conviviali, in cui la presenza degli altri magari ci spinge a consumare un pasto più abbondante del solito.
Dopo magari ci sentiamo satolli, un po’ troppo pieni ma l’episodio si esaurisce lì.
Si torna alla propria routine senza che quel momento lasci un segno profondo o diventi motivo di rimuginio.
Nel binge eating, invece, l’abbuffata non si chiude con la fine del pasto.
Continua nella mente, attraverso i pensieri ripetitivi che si susseguono, alimentando vergogna e senso di colpa: non dovevo, ho esagerato, non sono capace di controllarmi.
Non è soltanto questione di quantità di cibo ingerito in poco tempo, ma di perdita di controllo e sofferenza emotiva che trova sfogo in questo appetito fuori misura.
Il binge eating disorder si può curare?
Uscire dal binge eating è possibile.
La chiave sta nell’imparare ad ascoltarsi davvero.
Il problema fondamentale è che chi ha questo disturbo non si ascolta in verità. Vuole a tutti i costi dominarsi, tenere a freno determinati impulsi.
Desidera, insomma, un controllo estremo, eccessivo che non può far altro che rovesciarsi nel suo opposto, cioè nella perdita di ogni freno.
Come dicevo all’inizio, qui non parliamo di abbuffata goliardica, di piacere della convivialità.
Parliamo di un problema che porta con sé malessere e vergogna.



