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Terapia breve strategica e Gestalt: il mio approccio terapeutico integrato

Come avrai letto sulla pagina di presentazione, il mio approccio terapeutico è un approccio integrato, che coniuga insieme la terapia breve strategica e la psicoterapia della Gestalt.

Si tratta di due metodi abbastanza diversi, ma complementari.

Oggi ti parlerò della terapia breve strategica secondo il Giorgio Nardone’s model e della terapia della Gestalt. Si tratta di una metodologia innovativa nel campo della psicoterapia, che si distingue per la sua grande efficacia nel trattamento di una vasta serie di disturbi psicologici e comportamentali.

L’obiettivo principale della terapia breve strategica, come si intuisce dal nome, è condurre il paziente al superamento del suo problema in un tempo relativamente breve, attraverso un percorso estremamente strutturato e mirato.

A parer mio, questo approccio ha quattro punti di forza, quattro “vantaggi” per così dire.

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Stare nel presente per risolvere il problema

In primo luogo, si focalizza sul qui e ora. La terapia breve strategica, proprio perché ha lo scopo di risolvere una questione specifica, non si occupa della storia del problema, ma del suo funzionamento.

Essa, quindi, si concentra sulle difficoltà sperimentate nel presente, nel momento attuale, senza andare a scandagliare il passato, l’infanzia del paziente, per cercare le origini remote del disagio vissuto.

Spesso, quando una persona viene da me in studio con tanti problemi e tanta confusione in testa, la primissima cosa che faccio è cercare di ridefinire il problema, di circoscrivere il campo d’azione, in modo tale che, fin dalla prima seduta, si possa cominciare a lavorare su qualcosa.

Se il problema è molto grande, complesso, articolato, si cerca di dare una priorità in modo da potersi orientare e cominciare a risolverlo, passo dopo passo.

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Le tentate soluzioni che alimentano il problema

Il punto chiave sono le tentate soluzioni ovvero quello che il paziente fa per cercare di superare il problema ma che, anziché risolverlo, lo sostiene, spesso rendendolo cronico.

Faccio un esempio.

Se una persona ha molta paura di essere aggredita in un locale ( magari perché in passato ha vissuto un’esperienza del genere che lo ha impressionato), quando entrerà comincerà a guardarsi intorno, squadrando i presenti come fossero tutti potenzialmente pericolosi.

Questo atteggiamento “difensivo” avrà un effetto sulle persone intorno che, sentendosi guardate male, reagiranno di conseguenza.

In casi come questo, potremmo trovarci di fronte a quella che viene definita “profezia che si autoavvera” cioè a un evento temuto che si verifica proprio perché, con il nostro atteggiamento, poniamo le condizioni perfette per farlo accadere.

È la convinzione che trasforma la realtà in quello che non vogliamo.

La tentata soluzione di essere guardingo, assumendo un atteggiamento aggressivo non può che scatenare la reazione aggressiva degli altri.

Paul Watzlawick le chiamava ipersoluzioni: soluzioni che funzionano così bene da diventare un problema.

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Soluzioni personalizzate per ciascuno

Altro punto focale dell’approccio elaborato da Giorgio Nardone è l’enfasi sul costruire soluzioni che siano personalizzate, tagliate su misura per la persona che sceglie di seguire un percorso di questo genere.

La terapia breve strategica è estremamente creativa.

Non si tratta, dunque, di far entrare il paziente dentro il metodo, costringerlo – per così dire – all’interno di uno schema preconfigurato, sempre uguale a sé stesso e valido per tutti, ma di adattare il metodo al paziente, tenendo presenti le sue caratteristiche e peculiarità di individuo.

Volendo usare una metafora possiamo dire che adottando questo approccio non cerchiamo di far indossare al paziente un vestito già pronto, senza considerare la sua corporatura e taglia.

Piuttosto, cuciamo su misura il vestito per lui.

Questa è una peculiarità tipica del modello breve, che si differenzia da altri approcci che prevedono che il paziente debba essere edotto su tutta una serie di concetti psicologici, talvolta studiando persino dei manuali che il terapeuta gli offre, prima di cominciare a lavorare su sé stesso.

L’utilizzo di strategie e tecniche specifiche chiamate prescrizioni è parte integrante del percorso.

Già dalla prima seduta, il terapeuta breve strategico proporrà immediatamente qualcosa da fare, i cosiddetti compiti, in modo che il paziente già dalla seduta 1 inizi a lavorare e occuparsi del problema.

È per questo che nel mio approccio si paga anche la prima seduta.

Perché non si tratta di un semplice colloquio conoscitivo, ma di un colloquio operativo. Si inizia a lavorare da subito.

Terapia breve strategica: dieci sedute per sbloccare il problema

Un aspetto del metodo che spesso viene frainteso ha a che fare con la brevità del percorso terapeutico.

Seguendo questo approccio, si cerca di sbloccare il paziente entro le prime dieci sedute.

Che cosa significa “sbloccare”?

Vuol dire, in sostanza, che il paziente comincia a stare meglio perché i sintomi vanno in remissione oppure scompaiono del tutto.

Raggiunto il traguardo della decima seduta, possono accadere tre cose:

  • il percorso arriva alla sua naturale conclusione perché il problema si è risolto o comunque è in via di risoluzione e il paziente ha acquisito gli strumenti per occuparsene da sé;

  • il percorso può proseguire oltre perché, magari, nel frattempo è sorto un nuovo problema che il paziente vuole affrontare in terapia oppure perché vuole continuare a lavorare su quello in essere

  • si può decidere di interrompere perché non si assiste a miglioramenti evidenti e, di conseguenza, si trae la conclusione che il percorso non è adatto al paziente, non gli sta dando giovamento alcuno.

A proposito di questa ultima possibilità, vorrei sottolineare un aspetto per me molto importante: è il terapeuta strategico a prendersi la responsabilità dell’inefficacia della terapia, non il paziente.

Questo è un punto importante.

Esistono casi in cui la terapia è più complessa, perché magari il problema su cui si sta lavorando richiede maggior impegno e quindi tempo.

Tuttavia, se la terapia funziona, entro la decima seduta ci si aspetta che avvengano dei miglioramenti, anche piccoli, ma che segnalano un buon andamento del percorso.

Quando si parla di queste dieci sedute, spesso ci si trova di fronte a reazioni di scetticismo e incredulità, anche da parte di altre figure professionali.

Ma il discorso non è che in dieci sedute avvengono dei miracoli.

Semplicemente, applicando una serie di strategie e protocolli molto ben collaudati, si riduce il sintomo fino a farlo sparire. Dopodiché si può lavorare ancora se ci sono i presupposti, se emergono altre difficoltà da trattare oppure ci si può salutare con soddisfazione.

3 FASI

1. Il funzionamento

Una prima fase in cui comprendiamo davvero il funzionamento del problema per capire su quali elementi agire.

2. Le soluzioni

Analisi dei tentativi che non hanno funzionato in passato.

3. Lo sblocco

Consigli ed esercizi necessari allo sblocco del tuo problema.

Si procede così da una seduta all’altra fino alla risoluzione del problema, che molto spesso ha la “forma” di uno o più sintomi.

Come vedi lo scopo di tutto questo non è una maggiore “consapevolezza” del problema, poiché questa non sempre lo risolve, ma ci focalizziamo come un laser sul punto esatto in cui intervenire. Risolviamo

La terapia della Gestalt

Naturalmente tutti i metodi terapeutici presentano dei punti di forza e delle criticità.

Per quel che riguarda la terapia breve strategica, posso dire che – stante la sua grande efficacia, dimostrata dai risultati ottenuti – questo approccio non può essere utilizzato per trattare tutti i disturbi.

Ma questo discorso vale un po’ per tutti i metodi.

Qualche volta è il paziente a sentire di aver bisogno di approfondire la conoscenza del problema, andando a indagare quelle che sono le cause sottostanti, gli aspetti emotivi profondi, che possono essere ricercati nel passato.

Tante volte chi viene in terapia ha proprio l’esigenza di capire perché accadono determinate cose, quali sono le ragioni alla base di determinati sintomi.

Faccio un esempio.

Se un giorno malauguratamente vi trovaste a cadere in un burrone, vi trovereste a porvi due domande (non saprei dire in quale ordine): come sono caduto e come ne esco?

Se la strategico breve si concentra sul “come ne esco”, andando alla ricerca della soluzione, per alcuni pazienti potrebbe anche essere utile capire come sono caduti, in modo tale da evitare di ripetere lo stesso errore.

In tutti questi casi in cui è richiesta una esplorazione dei sentimenti e del vissuto, io utilizzo la psicoterapia della Gestalt, che è un approccio terapeutico che enfatizza la consapevolezza e la responsabilità personale dell’individuo.

La terapia della Gestalt è stata sviluppata da Fritz Perls tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Suo fondamento è la comprensione della persona nel suo contesto presente e nel suo contesto passato: la consapevolezza emerge nel momento in cui si ci rende conto che quello che si sta facendo nell’oggi proviene dal passato, dipende da un copione familiare che si continua a perpetuare finché non si fa qualcosa a riguardo.

Come nella terapia breve strategica, nella Gestalt l’attenzione si concentra sul qui e ora. Ma allo stesso tempo, spesso si fanno dei veri e propri salti temporali che mettono in stretta relazione il passato e il presente, evidenziando come ciò che è accaduto e abbiamo vissuto un tempo ha delle ricadute sull’oggi.

È come se si facesse dei piccoli viaggi nel tempo.

Altro elemento fondamentale è l’awareness, cioè la consapevolezza sui propri processi interni e su come essi influenzano le interazioni con l’ambiente. Quindi attraverso la consapevolezza, l’individuo può cominciare a riconoscere i propri pattern di comportamento disfunzionale.

La Gestalt, inoltre, si caratterizza per quello che viene definito “il confine del contatto”.

Ma di questo vorrei parlare in un prossimo articolo, perché immagino che avrete diverse domande sia sulla terapia breve.

Per dare rapidamente qualche coordinata, possiamo dire che il confine di contatto ha a che fare con la capacità dell’individuo di riconoscere e gestire i propri confini tra sé e gli altri.

Per la Gestalt il confine è sacro.

Molto spesso le persone che vengono in terapia non hanno veri confini. E se non hai ben chiaro il limite tra te e l’altro, i problemi dell’altro diventano i tuoi.

Per esempio, il partner sempre scontento diventa un tuo problema, ma in verità non lo sarebbe perché se l’altro ha delle pretese assurde, tu non sei tenuto a soddisfarle e lui o lei non può rovinarti il tuo qui e ora.

In conclusione, il mio è un approccio integrato che prevede una forte componente di risoluzione del problema rispetto ai sintomi, in particolar modo tutti i disturbi che sono legati all’ansia, agli attacchi di panico, alle fobie, ai pensieri ossessivi, ai disturbi alimentari.

Oltre a questo, mi avvalgo del potente mezzo della Gestalt per consentire al paziente di rispondere alla domanda: “Come ci sono finito dentro questo burrone?” che secondo me promuove tanta consapevolezza e permette di alzare una difesa contro determinati accadimenti che potrebbero nuovamente ripresentarsi.

Dall’esperienza si può trarre la propria forza.

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