perfezionismo patologico ossessione come uscirne psicologo psicoterapeuta roma eur torrino mezzocammino online

Perfezionismo. Quando il desiderio di migliorare diventa una trappola

Quella in cui viviamo al giorno d’oggi è la società della performance.

Fin da piccoli ci è stato insegnato che l’impegno, la precisione sono valori da perseguire. Abbiamo assorbito l’idea che l’impegno è da premiare, che chi si applica di più ottiene di più.

E in molti casi questo corrisponde al vero: la costanza, la determinazione, la cura nei dettagli portano risultati.

A uno sguardo superficiale, questi valori possono apparire giusti e adeguati. Ma se portati oltre un certo limite, possono diventare delle vere e proprie gabbie interiori.

Mi spiego meglio.

Quando il desiderio di fare bene e migliorarsi si trasforma nella paura di non essere mai abbastanza, allora ci troviamo di fronte a un problema che merita attenzione.

In questo articolo, dunque, parleremo del perfezionismo, un tratto della personalità che se portato all’estremo – come tante cose – può diventare fonte di profonda sofferenza psicologica.

Alla fine troverai anche un piccolo esercizio per capire se sei soggetto a uno stato di perfezionismo.

Identikit del perfezionista. Come si comporta chi soffre di perfezionismo?

Il perfezionismo è una problematica trasversale, che riguarda in egual modo uomini e donne.

Il perfezionista come lo intendiamo qui non è semplicemente una persona precisa o che ama fare le cose per bene.

Con questo termine ci riferiamo a qualcuno che tende a misurare il proprio valore in base a standard elevatissimi, anzi, irrealistici che impone a sé stesso.

Spesso, proprio per questo, il perfezionista è intransigente con sé stesso.

Fatica a riconoscere i propri progressi, a celebrare i traguardi,e soprattutto è incapace di concedersi indulgenza o di scusarsi il minimo errore.

A questa rigidità nei propri confronti, spesso si accompagna un atteggiamento diametralmente opposto verso gli altri.

Il perfezionista, infatti, mostra fin troppa comprensione per le mancanze altrui, anche quando si tratta di errori evidenti o ripetuti.

Perché accade questo?

Perché il perfezionista è sempre pronto a incolparsi, attribuendosi la responsabilità di ogni minima sbavatura, come se tutto dipendesse sempre da lui.

L’errore è vissuto come una colpa, una minaccia alla sua stessa identità.

Dietro il perfezionismo si nasconde spesso un’esigenza profonda di controllo, legata al bisogno di sentirsi al sicuro in un mondo che appare incerto o, talvolta, giudicante.

Vedremo come quest’idea di mondo – visto come un luogo ostile, potenzialmente pericoloso – si struttura sulla base delle esperienze infantili vissute in famiglia.

Le conseguenze del perfezionismo: procrastinazione, ansia, senso di inadeguatezza

Sicuramente se ti trovi a leggere questo articolo con interesse, non sarai digiuno di psicologia.

Dunque, ti sarai reso conto della forte connessione tra perfezionismo e ossessione.

Il confine tra l’uno e l’altra è sottile e sfumato, al punto che basta pochissimo perché un tratto caratteriale come il perfezionismo sfoci in una problematica di natura psicologica.

Quand’è che il perfezionismo diventa un problema, trasformandosi in ossessione?

Quando ostacola l’azione anziché favorirla.

Il perfezionismo portato alle sue estreme conseguenze, infatti, genera procrastinazione perché, per paura di sbagliare, si preferisce rimandare all’infinito, aspettare il momento giusto.

Un momento che, in effetti, non arriva mai.

Ecco, questo è un interessante paradosso del perfezionista.

Desidera fare qualcosa talmente bene da risultare poi del tutto inefficace, poiché il timore dell’errore lo costringe all’inerzia, all’inazione.

Ma la procrastinazione è solo la punta dell’iceberg.

Tra le conseguenze di questa rincorsa all’eccellenza troviamo anche ansia e un costante senso di inadeguatezza.

Non mi sento all’altezza” è una frase che sento pronunciare spesso dai pazienti che ricevo nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur.

Queste persone sentono di non essere mai abbastanza, sia rispetto all’idea che hanno di sé sia rispetto alle richieste che arrivano loro dal mondo esterno.

Questo può anche portarli a confrontarsi con forti difficoltà relazionali.

C’è poi lo stress che è una conseguenza della tendenza del perfezionista a prendere su di sé ogni sorta di responsabilità e compito, da quelli che riguardano i familiari agli impegni di lavoro.

Spesso – non sempre, ma è un dato interessante da rilevare – il perfezionista finisce con l’accompagnarsi con qualcuno che presenta la tendenza opposta, cioè che preferisce delegare, affidare ad altri compiti più o meno gravosi.

Quindi abbiamo da una parte qualcuno che, spinto dalle proprie insicurezze e dal bisogno di avere sempre tutto sotto controllo, deve (o meglio si impone di) assumersi l’onere di tutto; dall’altro c’è chi glielo lascia fare.

Non è una regola, certo.

Ma ci troviamo di fronte a uno schema relazionale che, in anni di clinica, ho visto ripetersi spesso.

Quando il perfezionismo diventa insostenibile: la storia di Marta

A proposito di perfezionismo, mi viene in mente il caso di Marta (nome di fantasia), una paziente arrivata nel mio studio di psicoterapia alcuni mesi fa.

Marta aveva 34 anni, lavorava in casa editrice e aveva una relazione stabile. Conviveva con il suo compagno, con il quale aveva adottato un cane.

La sua era una vita in apparenza serena.

Ma lei soffriva di un’ansia da prestazione degna di un atleta olimpionico che compete per l’oro.

Ricordo che quando venne la prima volta, portava una grande agenda a colori sulla cui copertina campeggiava la scritta “Piano settimanale per raggiungere la serenità”.

Anche soltanto a leggere quella frase, veniva a me l’ansia!

Si scusò subito, perché era in ritardo di (soli) 2 minuti. Da questi primi elementi, già cominciavo a capire quale potesse essere il problema.

Ma la conferma mi arrivò al secondo appuntamento, quando mi portò una lista scritta al computer in cui elencava tutti i suoi difetti, chiaramente in ordine alfabetico.

La terza volta, avevo finito i fazzoletti in studio. E quando lei si mise a piangere durante il nostro colloquio, si presentò il problema di non poter asciugare quelle lacrime, che lei vedeva come un’imperfezione.

Insomma, Marta era convinta che per sentirsi bene, doveva risolvere tutto.

E per tutto si intende dal tono di voce alla postura, fino a come venivano riposti i panni nell’armadio.

Ricordo – e questo farò forse sorridere chi mi legge – che lei si sforzava in ogni modo di pronunciare nel modo giusto la parola QUINOA.

Il suo mantra interiore era: se non lo faccio perfettamente, non ha senso che lo faccia.

Dopo l’ennesimo attacco di panico, era crollata. Ed era venuta da me dicendo: “Non capisco perché anche se controllo tutto, è come se il mio corpo non collaborasse”.

Ma va, strano no?

Come mai il corpo non la seguiva in questo suo desiderio di perfezione?

Allora le proposi il paradosso e le chiesi: “E se provassimo a fare qualcosa male, non perfetto, ma con consapevolezza?”

Lei allora scelse di fare qualcosa in modo diverso, qualcosa di piccolo, gestibile.

Da quel minuscolo gesto partì il suo cambiamento perché Marta si accorse che il mondo non stava lì a giudicarla e che lei poteva fare le cose anche con un po’ di imperfezione.

Adesso la sua agenda si chiama “Piano settimanale per stare bene (anche se non ho un piano)”.

Perfezionismo e disturbo ossessivo. Qual è la differenza?

Dunque, il perfezionismo diventa clinico quando questa modalità mentale è accompagnata da una forte sofferenza psicologica e quando si verifica una compromissione del funzionamento personale e relazionale, proprio come avviene per problemi quali l’ansia generalizzata, i disturbi alimentari, gli attacchi di panico o il disturbo ossessivo.

Cosa distingue l’ossessività come tratto caratteriale dal disturbo ossessivo-compulsivo?

La personalità ossessiva è caratterizzata da rigidità, perfezionismo estremo e da un’attenzione maniacale alle regole e ai dettagli. Tutti tratti che, di per sé, non sono patologici.

Ciò che fa la differenza è se tutto questo ha o meno impatto sulla qualità della vita dell’individuo.

Il disturbo ossessivo-compulsivo è un problema clinico, spesso invalidante, per cui la persona è invasa da compulsioni e rituali ripetitivi che hanno lo scopo di abbassare il livello dell’ansia, ma che diventano essi stessi una trappola molto pericolosa.

Ossessività, pensieri intrusivi e attacchi di panico: il lato oscuro del perfezionismo

In entrambi i casi, sia che si parli di personalità ossessiva che disturbo ossessivo-compulsivo, è possibile che si presentino i cosiddetti pensieri intrusivi.

La gravità della situazione può essere valutata sulla base di quanto siano invalidanti questi pensieri.

Occorre cioè capire quanto questi pensieri condizionano la persona nel corso della sua giornata, nella sua quotidianità.

Tutti abbiamo dei pensieri che si insinuano nella nostra mente, è del tutto normale.

Ma nella misura in cui ci limitano nel corso della giornata o ci creino un forte stato d’ansia, è importante valutare se ci troviamo di fronte a un quadro clinico che merita attenzione e, magari, un intervento.

Spesso, peraltro, il perfezionismo è spesso legato agli attacchi di panico.

Il perfezionista, infatti, tende a vivere come se avesse la necessità di mettersi una pressione interna costante per evitare che tutti crolli, per non commettere sbagli.

L’intento di essere sempre perfetto è una vera e propria psicotrappola, che porta con sé uno stato di tensione cronica che può creare terreno fertile per ansia e attacchi di panico.

Perché?

Perché l’ossessione per il controllo porta alla totale perdita dello stesso.

Quando sentiamo che la situazione ci sta sfuggendo di mano – perché si è verificato un imprevisto, perché non stiamo bene… – il nostro corpo reagisce, attivando il sistema di allarme interno, ovvero la risposta di attacco o fuga.

A essa sono legate delle modificazioni corporee che provocano sensazioni come tachicardia, senso di oppressione al petto, mancanza d’aria, vertigini, sudorazione, tremori…

Il perfezionista potrebbe vedere queste sensazioni come imperfezioni.

A quel punto inizia quella che potremmo definire “guerra civile interiore”: da una parte il corpo, che sta semplicemente facendo il suo lavoro, segnalando uno stato di allerta; dall’altra la mente, che non accetta quelle sensazioni perché le vive come un fallimento, un segno di debolezza, qualcosa da controllare a tutti i costi.

Quello che accade è che nel tentativo di controllare, finiamo col perdere il controllo.

Quindi il corpo sotto stress grida ciò che la mente nasconde.

La tentata soluzione del perfezionista è chiara: lui o lei mette in atto una strategica con lo scopo di sentirsi a posto nel mondo.

Ma più cerca di farlo, controllando ogni aspetto della realtà, più perde spontaneità, flessibilità, capacità di adattamento.

Quella che sembra una soluzione – il controllo e la rigidità estremi – non sono altro che il problema, o meglio ciò che mantiene il problema.

Come uscire dal perfezionismo patologico: un esercizio di auto-riflessione

Uscire dalla trappola del perfezionismo patologico è possibile, ma occorre prendere consapevolezza del problema.

Per capire se quello che stai vivendo ha a che fare con un perfezionismo “sano” oppure con una modalità disfunzionale e ansiogena, ti propongo un piccolo esercizio.

Prova a porti queste domande:

  • quando sbaglio, come mi parlo? Mi concedo la possibilità di essere umano oppure mi punisco mentalmente?
  • posso completare un lavoro senza rivederlo in modo ossessivo?
  • mi è difficile delegare o accettare che gli altri facciano diversamente da me?
  • evito di iniziare progetto se non sono sicuro di poterli condurre in modo perfetto?
  • il pensiero di deludere qualcuno mi provoca ansia o sensi di colpa?

Se hai risposto sì a diverse domande, magari potresti trovarti in una situazione di difficoltà. Ti suggerisco, da terapeuta, di rivolgerti a un esperto in questa materia.

Ricorda: il perfezionismo non è un nemico da combattere, tutt’altro. Però è un messaggero che dobbiamo ascoltare, che ci racconta di un bisogno di riconoscimento, di sicurezza e valore.

Ma quel valore non può essere un ideale irraggiungibile.

A volte il primo atto rivoluzionario è proprio concedersi di essere meravigliosamente imperfetti e quindi umani.

Che poi è anche il modo migliore per sentirsi amati cioè trovare qualcuno che, in definitiva, accetta i nostri difetti.

Ma questa è un’altra storia, che ti racconterò prossimamente.

A presto,

dottor Manuel Marco Mancini, psicologo e psicoterapeuta Roma Eur

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *