“Controllo le notizie solo per qualche minuto”. E allora perché non riesci a fermarti?
Serena aveva l’abitudine di controllare le notizie al mattino presto.
Appena sveglia, la mano correva all’iPhone sistemato sul comodino. Non si era ancora alzata dal letto e già era immersa nel flusso continuo di news, aggiornamenti e commenti che si erano accumulati durante la notte.
Quando arrivò nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur, mi raccontò che aveva sviluppato una sorta di metodo tutto suo.
Prima di tutto, un’occhiata ai principali siti di informazione per verificare se fosse successo qualcosa di importante. Partiva dalle testate internazionali per poi “scendere di livello” e controllare la cronaca nazionale, quella di Roma e, infine, quella del quartiere.
Se un titolo attirava la sua attenzione, apriva l’articolo. Se la notizia riguardava una guerra, una crisi economica o un’emergenza sanitaria, iniziava a cercare ulteriori aggiornamenti.
Voleva capire meglio, avere un quadro più completo, assicurarsi di non essersi persa dettagli importanti.
Poi passava ai social network.
Leggeva i commenti, confrontava opinioni diverse. A volte finiva per aprire decine di schede sul telefono, saltando da una fonte all’altra nel tentativo di farsi un’idea precisa di ciò che stava accadendo intorno a lei e nel mondo.
Quando finalmente posava il telefono, aveva trascorso mezz’ora con gli occhi incollati allo schermo. Il suo compagno, accanto a lei, era ancora sprofondato nel sonno, ignaro di quel suo viaggio mattutino tra i problemi del mondo
Lui dormiva sereno. Lei, invece, si sentiva come se fosse già a metà giornata, con la mente impegnata a rincorrere problemi che si trovavano a migliaia di chilometri di distanza.
“Pensavo che tenendomi aggiornata mi sarei sentita più tranquilla”, mi disse durante una seduta. “In realtà stavo sempre peggio.”
Serena non è l’unica a vivere questa esperienza.
Sempre più persone trascorrono una parte significativa della propria giornata a cercare e leggere notizie negative. L’intenzione sarebbe quella di sentirsi più preparate e sicure, informarsi.
Ma finiscono per sentirsi sempre più ansiose, tese e sopraffatte dagli eventi.
È il fenomeno del Doomscrolling, una parola relativamente recente che descrive l’abitudine di scorrere compulsivamente notizie negative e contenuti allarmanti, spesso per lunghi periodi di tempo.
Cos’è il doomscrolling, la dipendenza da notizie negative che non riusciamo a smettere di leggere
Forse, il termine doomscrolling (o doomsurfing) non vi dice nulla.
Eppure è molto probabile che conosciate da vicino il comportamento che questa parola descrive.
Il doomscrolling è la tendenza a scorrere compulsivamente le pagine di siti web, social network o altre piattaforme, alla ricerca di notizie negative o allarmanti.
Fin qui potrebbe sembrare qualcosa di innocuo.
Il problema?
Non riesci a fermarti, nemmeno quando ti rendi conto che quello che stai leggendo ti fa sentire sempre più preoccupato.
Un articolo rimanda a un video di approfondimento, un aggiornamento ne richiama un altro ancora, i commenti accendono il dibattito.
Quello che era iniziato come un rapido controllo delle notizie si trasforma, minuto dopo minuto, nella discesa in un tunnel infernale da cui sembra impossibile tirarsi fuori.
Il termine che descrive questo fenomeno, come dicevo, è recentissimo.
E si è diffuso in un periodo in cui le cattive notizie erano il nostro “pane quotidiano”, durante la pandemia di Covid-19, un periodo in cui milioni di persone trascorrevano ore a cercare aggiornamenti e notizie su una situazione percepita come incerta e minacciosa.
Tuttavia, i meccanismi psicologici che alimentano il doomscrolling sono molto più antichi.
“Ho bisogno di sapere cosa sta succedendo”. Quando informarsi diventa una ricerca di sicurezza
“Pensavo che tenendomi aggiornata mi sarei sentita più tranquilla” così mi aveva detto Serena durante il nostro incontro nel mio studio a Roma Eur.
Senza saperlo, aveva centrato il punto.
In quella frase c’è il cuore pulsante di tutto il problema.
Dietro la spinta a controllare continuamente le notizie non c’è soltanto il desiderio di rimanere aggiornati.
Certo, conoscere il mondo intorno a noi è importante.
Ma quando il bisogno di aggiornarsi travalica il confine della normale e sana curiosità ed entra nel territorio dell’ossessione, la mente non è più alla ricerca di informazioni.
Sta cercando un modo per sentirsi più al sicuro.
A questo punto, l’obiettivo non è più capire quel che sta accadendo in questo momento quanto sentirsi più preparati a ciò che potrebbe accadere.
L’attenzione si sposta, quindi, dal momento presente a un ipotetico (e angoscioso) futuro.
“Questa guerra si allargherà?”
“La situazione economica peggiorerà?”
“Potrebbe succedere qualcosa anche a me o alle persone che amo?”
Le notizie non hanno più senso di per sé ma diventano uno strumento per cercare di prevedere ciò che potrebbe succedere domani, la settimana prossima o nei mesi a venire.
Come se conoscere ogni possibile scenario potesse proteggerci da ciò che ancora non è accaduto.
In pratica, cerchiano nell’informazione una sorta di antidoto all’incertezza.
Alla base c’è un meccanismo biologico fondamentale.
Per i nostri antenati preistorici, identificare rapidamente una minaccia (un predatore, una tribù nemica, una carestia) rappresentava la differenza tra la vita e la morte.
Oggi non viviamo più in una savana irta di pericolo.
Ma il nostro cervello funziona secondo quella logica ancestrale che ci ha garantito la sopravvivenza per millenni.
Per questo motivo tendiamo ancora oggi a prestare più attenzione alle informazioni che segnalano problemi, rischi o scenari negativi rispetto a quelle rassicuranti.
È quello che in psicologia chiamiamo bias della negatività (negativity bias).
Il problema è che nel frattempo il mondo è cambiato, si è globalizzato, è diventato iperconnesso.
Un tempo, il pericolo di cui sentivi parlare era solo quello che accadeva nel raggio di pochi chilometri dal tuo villaggio. Se ti imbattevi in un leone, il corpo si attivava all’istante e l’adrenalina ti spingeva a scappare o, se ne eri in grado, a combattere.
Nel giro di venti minuti, la minaccia cessava.
O te l’eri cavata o il leone aveva fatto uno spuntino.
Comunque, non dovevi più preoccupartene. Oggi, invece, giriamo con un ufficio stampa in tasca, sempre pronto ad aggiornarci sulle catastrofi in atto in questo esatto momento in tutto il mondo, in tempo reale.
Crisi geopolitiche, crisi enonomiche, terremoti, uragani, riscaldamento globale… tutto arriva dritto sul nostro schermo, condensato in titoli allarmanti e notifiche push.
Anche se sono distanti, anche se non hanno un impatto diretto sulla nostra quotidianità, il nostro cervello le interpreta come minacce concrete, reali, vicine.
Se queste notizie ti fanno stare male, perché continui a leggerle? Il circolo vizioso dell’ansia
È proprio qui che nasce il paradosso del doomscrolling.
Più ci sentiamo preoccupati, più sentiamo il bisogno di informarci. E più ci informiamo, più ci imbattiamo in notizie che alimentano le nostre preoccupazioni.
In questo meccanismo, il bias della negatività gioca un ruolo importante.
Quando scorriamo le notizie online o facciamo zapping tra i canali televisivi, la nostra attenzione viene catturata più facilmente da un titolo allarmante, da una crisi internazionale o da una previsione preoccupante.
No, non è masochismo.
È una tendenza profondamente radicata nel funzionamento della mente umana, che ci porta a monitorare con particolare attenzione tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia.
Nel mondo digitale, però, questo sistema finisce per trasformarsi in un boomerang.
Proprio come nel caso di Serena.
Ancora prima del caffè, appena sveglia, il suo primo gesto della giornata era allungare la mano verso il comodino per afferrare lo smartphone. Non lo faceva per leggere i messaggi degli amici, ma per controllare le ultime notifiche dei siti di informazione.
Quel gesto, nato dal bisogno di rassicurarsi e “controllare” il futuro, si trasformava nel primo innesco della sua ansia quotidiana.
È un circolo vizioso difficile da spezzare.
Per qualche istante, il controllo ci fa sentire meglio.
Ma è un’illusione che dura pochissimo.
Ben presto subentra la seconda fase del loop: le notizie drammatiche che abbiamo appena letto generano nuovi pensieri catastrofici. La mente si sente ancora più in pericolo e, paradossalmente, per placare questa nuova ondata di ansia, ci spinge a ripetere quell’azione che ci ha dato sollievo.
Così sblocchiamo di nuovo il telefono e cerchiamo altre notizie, sperando (invano) di trovarne una rassicurante.
Come ho sottolineato spesso nei miei articoli, il controllo è una tentata soluzione che anziché risolvere il problema, finisce per alimentarlo.
Più cerchiamo informazioni per eliminare l’incertezza, più ci esponiamo a contenuti che generano nuove preoccupazioni.
E così il controllo, nato per ridurre l’ansia, finisce per diventare uno dei principali fattori che la mantengono viva.
“E se mi stessi perdendo qualcosa di importante?” La FOMO che alimenta il doomscrolling
C’è un altro aspetto del doomscrolling che spesso tende a passare inosservato, ma che gioca un ruolo decisivo nel tenerci incollati allo schermo: la FOMO (Fear of Missing Out), ovvero la paura di perdersi qualcosa di importante.
Nel caso delle notizie, questa paura può assumere forme molto particolari, traducendosi in un flusso costante di domande ansiogene che si rincorrono nella mente:
- “E se nelle ultime ore fosse successo qualcosa di grave?”
- “E se tutti ne stessero parlando e io fossi l’unico a non saperlo?”
- “E se mi stessi perdendo un’informazione che potrebbe essermi utile?”
Le notizie scorrono ventiquattr’ore su ventiquattro. Gli aggiornamenti si susseguono in tempo reale. I social rilanciano continuamente nuove informazioni, commenti e interpretazioni.
In questo contesto, l’idea di “staccare” può diventare sorprendentemente difficile. Perché la mente inizia a suggerirci che, proprio mentre siamo offline, potrebbe accadere qualcosa di importante.
È il bisogno di controllo elevato all’ennesima potenza.
Ma è anche un profondo inganno cognitivo. Ci convinciamo che l’iper-connessione ci renda cittadini più consapevoli e partecipi, mentre la verità è che ci rende solo più fragili.
Nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur, quando analizziamo queste dinamiche con i pazienti, emerge sempre lo stesso dato: la maggior parte delle notizie “urgenti” non richiede alcuna azione immediata da parte nostra.
Ci sono cose che, semplicemente, non possiamo controllare. E renderci conto di questa piccola verità, anziché mandarci nel panico, molto spesso è un vero e proprio sollievo.
Ci toglie dalle spalle il peso insostenibile di dover “reggere” il destino del mondo intero ogni volta che sblocchiamo lo schermo.
Perché il digital detox non basta. Il problema non è il telefono, ma l’ansia che cerchi di controllare
C’è poi il caso della persona che, magari, legge per caso su Facebook o Instagram che qualcuno ha avuto un malore improvviso ed è morto improvvisamente.
Da quel momento in poi, l’algoritmo sembra “complottare” contro la sua salute mentale.
Le piattaforme social, infatti, sono programmate per mostrarti contenuti simili a quelli con cui hai interagito e per i quali hai mostrato interesse.
Un interesse che viene valutato istantaneamente sulla base del tempo trascorso sulla notizia.
Così, dopo aver letto una notizia su un malore improvviso, iniziano ad apparire altri post su persone morte all’improvviso, diagnosi drammatiche, testimonianze di malattie rare, video di emergenze mediche.
Contenuti che la piattaforma sa che l’utente guarderà… per paura o per curiosità non importa, perché all’algoritmo interessa soltanto monetizzare.
Ed ecco che innesca l’ennesimo circolo vizioso.
Più la persona scorre questo tipo di contenuti, più la piattaforma gliene propone; più ne vede, più il cervello si convince che ci sia qualcosa di cui avere paura e la spinge a leggere ancora e ancora, nel tentativo di controllare.
Non è la realtà a essere cambiata, ma la lente attraverso cui la sta osservando.
A quel punto diventa facile sviluppare la sensazione che “stia succedendo ovunque” e che il pericolo sia costante.
Come sappiamo, l’eccesso di controllo non fa che generare perdita di controllo.
Quando si parla di doomscrolling e ansia legate alle cattive notizie, mi capita spesso di leggere un consiglio banale: “Spegni il telefono”.
Oppure: “Fai un digital detox.” “Disattiva le notifiche.” “Passa meno tempo sui social.”
Semplice, no?
Il punto è che questo genere di soluzioni affronta soltanto il comportamento visibile, chiudendo in un cassetto, insieme allo smartphone, l’ansia che lo alimenta.
Per un po’ potresti anche riuscire a resistere alla tentazione di controllare le notizie.
Ma la mente troverà facilmente un’altra strada per cercare la rassicurazione di cui senti il bisogno per tenere a freno l’ansia.



