«Non provo più niente. Nemmeno con i film strappalacrime.»
Michela — la chiamo così, ogni storia che racconto qui è di fantasia — me lo disse alla prima seduta, con il tono di chi riferisce un guasto. Una donna di mezza età, un lavoro, una casa, una vita che sulla carta funzionava. La sera sceglieva apposta i film più strazianti che trovava, quelli costruiti per far piangere chiunque. Li guardava fino in fondo, attenta, quasi in attesa. Niente. E più cercava di provare qualcosa, più si frustrava.
Se stai leggendo questa pagina, forse hai cercato su Google una frase che somiglia a quelle che sento nel mio studio: non ho voglia di fare niente, sono sempre stanca, vorrei solo dormire. Non sono frasi da pigri. Sono frasi da persone bloccate. E la differenza tra le due cose è tutto quello che c’è da capire.
«Sono sempre stanca, e dormire non serve»
C’è una stanchezza che il sonno ripara. Lavori troppo, dormi poco, il corpo presenta il conto: quella stanchezza ha una causa e una soluzione, e la soluzione è riposare.
Poi c’è la stanchezza di chi dorme, dorme ancora, e si sveglia uguale. Il letto diventa l’unico posto desiderabile della casa — non perché dia piacere, ma perché è l’unico posto dove non è richiesto sentire niente. Chi vive questo blocco lo dice quasi sempre allo stesso modo: «vorrei solo dormire». Non è sonno. È il desiderio che il mondo, per qualche ora, smetta di chiedere.
Michela dormiva nove ore e si trascinava comunque. Il problema non era l’energia. Era la voglia.
Cos’è davvero l’apatia
La parola apatia viene dal greco: a-pathos, assenza di sentire. Nella letteratura clinica è definita in modo preciso: una riduzione delle attività dirette a uno scopo rispetto a come la persona funzionava prima — meno iniziative, meno interessi, meno risposta emotiva alle cose che prima muovevano qualcosa. I criteri diagnostici più citati — nati nella ricerca sui disturbi neurologici e aggiornati da un consenso internazionale nel 2018, oggi il riferimento della letteratura sull’apatia — richiedono che questo calo duri da almeno quattro settimane e che abbia un impatto concreto sulla vita quotidiana.
Nota bene cosa non c’è in questa definizione: non c’è la pigrizia, non c’è la debolezza di carattere, non c’è la mancanza di volontà. C’è un blocco della motivazione. È una condizione, non un difetto morale. E chi la vive lo sa benissimo, perché continua a ripetersi “dovrei, dovrei, dovrei” — e proprio il fatto che il “dovrei” non basti è ciò che lo tormenta.
Un dettaglio conta molto, e lo vedremo tra poco: nella definizione classica di apatia, il calo di motivazione non è spiegato dal dolore emotivo. Non è che stai troppo male per fare le cose. È che il motore non parte, anche quando il dolore non c’è.
Il fratello maggiore: apatia o depressione?
Nel linguaggio di tutti i giorni le due parole si confondono. «Sarò depresso», dice chi non ha voglia di niente. A volte è vero. Spesso no. E la distinzione non è un dettaglio da manuale: cambia completamente la strada da percorrere. Anche nella ricerca clinica la sovrapposizione tra i due quadri è nota, e distinguere è considerato un passaggio fondamentale del lavoro diagnostico.
La depressione è un disturbo dell’umore, e va presa sul serio. Chi è depresso non ha semplicemente smesso di sentire: sta male. Prova tristezza, disperazione, un senso di colpa che lavora giorno e notte. Le cose che prima davano gioia non ne danno più, questo sì — ma la reazione è dolore, non indifferenza. Il depresso si incolpa: sono io che sono sbagliato. E da lì, secondo il modello della terapia breve strategica su cui si fonda parte del mio lavoro, costruisce la sua trappola: la rinuncia. Rinuncia a fare, poi a decidere, a volte perfino a immaginare. Ogni rinuncia sembra proteggerlo dal fallimento, e ogni rinuncia conferma l’idea di non valere niente.
Una cosa va detta con chiarezza, senza allarmismo e senza giri di parole: la depressione non è una tristezza passeggera. Negli studi che ricostruiscono la storia di chi è morto per suicidio, i disturbi dell’umore risultano la categoria diagnostica più frequente. Se ti riconosci nella disperazione più che nel blocco, parlarne presto con un professionista — psicologo, psicoterapeuta, medico — non è un passo esagerato. È quello giusto. Della differenza tra tristezza e depressione ho scritto in un articolo dedicato.
Chi vive l’apatia è un’altra storia. Nella mia esperienza non è disperato: è frustrato. Sente che dovrebbe sentire qualcosa, e non ci riesce. Assiste alla propria vita come Michela davanti ai suoi film: presente, eppure scollegato. Nel mio studio l’ho sentito descrivere così: «È come guardare la mia vita dietro un vetro. So che di là ci sono le cose. Non arrivano.»
Ecco perché, quando una persona arriva da me con il “non ho voglia di fare niente”, la prima cosa che faccio non è dare consigli. È capire quale emozione c’è sul fondo: la frustrazione del blocco, o la disperazione del dolore. Da questa risposta dipende tutto il percorso.
Tre spunti per orientarti (che non sono un test)
Prima di proseguire, una premessa che non scrivo per obbligo ma per convinzione: quello che segue non è uno strumento di autodiagnosi. Distinguere un’apatia da una depressione — o da una condizione medica che meriterebbe un controllo — è un lavoro clinico, fatto di colloquio e di tempo. Questi sono spunti per osservarti, non per etichettarti.
Il primo spunto è l’emozione di fondo. Prova a chiederti che cosa provi davanti al blocco. Se la risposta somiglia a rabbia sorda, fastidio, frustrazione — «possibile che non mi smuova niente?» — il quadro somiglia più all’apatia. Se la risposta è dolore, disperazione, voglia di sparire, il quadro somiglia più alla depressione.
Il secondo è il giudizio su te stesso. Il depresso si incolpa: si sente sbagliato, in difetto, indegno. L’apatico di solito non si condanna: constata. Non dice “sono un fallimento”, dice “non mi funziona più niente” — come si parla di un motore, non di una colpa.
Il terzo è cosa succede davanti alle cose belle. Al depresso le cose belle fanno male: gli ricordano ciò che ha perso o ciò che non merita. All’apatico non fanno niente: scivolano. Michela non usciva in lacrime dai suoi film. Usciva delusa.
Se in questi spunti ti sei riconosciuto più nella disperazione e nel giudizio su te stesso che nella frustrazione — o anche solo se il blocco dura da settimane e ti sta togliendo pezzi di vita — il passo utile è lo stesso in ogni caso: farti vedere da qualcuno che queste distinzioni le fa di mestiere.
La trappola: sforzarsi di sentire
E qui arriviamo al punto che Michela mi ha insegnato meglio di qualunque manuale.
Che cosa fa una persona intelligente quando si accorge di non provare più niente? La cosa più logica del mondo: cerca stimoli più forti. Film più strazianti. Viaggi più spettacolari. Musica più alta, serate più piene, progetti più ambiziosi. Oppure prende la via opposta, quella della volontà: si impone di fare, stringe i denti, si mette in agenda la vita come si mette una riunione.
E funziona. Per un’ora. Poi il vetro torna, e torna più spesso.
Il problema è che l’emozione non risponde ai comandi. Funziona come il sonno: più ti ordini di dormire, più resti sveglio. Più ti ordini di sentire, più ti osservi mentre non senti — e osservarsi mentre non si sente è un modo molto efficace di non sentire. Ogni tentativo fallito diventa la prova che sei rotto. La soluzione tentata, ripetuta con più impegno, diventa il meccanismo che mantiene il blocco. È il circolo vizioso che nell’approccio strategico si cerca per primo: non “perché sei apatico”, ma “che cosa fai per non esserlo — e che effetto sta avendo”.
Michela non era rotta. Stava solo remando con tutte le sue forze nella direzione che la teneva ferma.
Quando le emozioni si spengono per proteggersi
C’è poi un caso particolare, che merita rispetto: a volte il sentire non si spegne per esaurimento, ma per eccesso. Una perdita, un lutto, un periodo che ha chiesto troppo: il sistema emotivo, sovraccarico, abbassa la leva generale. Tutto si attutisce — il dolore, ma insieme anche il resto.
Non è un capriccio della psiche: uno studio recente sul lutto prolungato ha mostrato che l’intorpidimento emotivo è una dimensione a sé del lutto che fatica a risolversi — ed è proprio la componente più legata alla compromissione della vita quotidiana. In questi casi il lavoro non è “riaccendere la voglia”: è dare spazio al dolore che è stato messo in pausa. Trattare come semplice apatia ciò che è un lutto congelato sarebbe un errore — e anche questo si capisce solo guardando la persona, non il sintomo. Del dolore che si presenta in altre forme dopo una perdita ho parlato anche a proposito degli attacchi di panico dopo un lutto.
Cosa succede nelle prime sedute
Se ti aspetti che il percorso cominci con una lista di consigli — fai sport, esci di più, coltiva un hobby — devo deluderti. Sono consigli sensati. Se fossero bastati, probabilmente non saresti su questa pagina.
Le prime sedute servono a una cosa sola, e l’ho già nominata: capire come funziona il tuo blocco, non perché sei bloccato. Quale emozione c’è sul fondo. Da quanto tempo dura. Che cosa hai già tentato — perché è lì, in quello che hai già tentato con impegno e senza risultato, che di solito si nasconde il meccanismo che tiene tutto fermo. Se emerge un quadro depressivo, la strada è quella, con la serietà che merita. Se emerge un lutto congelato, si lavora sul lutto. Se emerge l’apatia, si lavora sul paradosso che la nutre: smontare lo sforzo di sentire, invece di raddoppiarlo.
Non ti prometto risultati né scadenze: sarebbe scorretto. Ti dico però il patto che propongo a chi entra nel mio studio: il percorso si verifica strada facendo, e uso le prime dieci sedute come banco di prova. Se i benefici non si vedono, si valuta insieme se cambiare strada o fermarsi — un percorso si discute, non si trascina.
Da questo blocco si può uscire. Michela — che resta un personaggio di fantasia, ma è fatta della stoffa di tante persone vere — non è uscita dall’apatia il giorno in cui è riuscita a piangere per un film. È uscita il giorno in cui ha smesso di comprare il biglietto apposta.
Domande frequenti
Non ho voglia di fare niente: sono depresso?
Non è detto, ed è la domanda giusta da fare a un professionista, non a una pagina web. La mancanza di voglia è un sintomo condiviso da quadri molto diversi: apatia, depressione, un lutto recente, stanchezza fisica, alcune condizioni mediche. Ciò che orienta è l’emozione che accompagna il blocco: la disperazione e il senso di colpa vanno in una direzione, la frustrazione e l’indifferenza in un’altra.
Quanto deve durare perché sia il caso di occuparsene?
I criteri clinici dell’apatia parlano di almeno quattro settimane di calo evidente rispetto a come funzionavi prima. Ma non serve aspettare una soglia per chiedere un parere: se il blocco ti sta costando lavoro, relazioni o pezzi di quotidiano, è già abbastanza.
Dormire di più aiuta?
Se la tua è stanchezza fisica, sì. Se è apatia, no: dormire non restituisce la voglia. Svegliarsi stanchi dopo molte ore di sonno, per settimane, merita prima di tutto un controllo dal medico per escludere cause fisiche; escluse quelle, è uno dei segnali che il problema non è l’energia.
L’apatia passa da sola?
A volte sì, quando è la coda di un periodo di sovraccarico che si sta chiudendo. Quando invece si è instaurato il circolo vizioso — mi sforzo di sentire, non sento, mi sforzo di più — tende a mantenersi, perché è proprio lo sforzo a tenerlo in piedi. In quel caso un percorso mirato serve a interrompere il meccanismo, non a “tirarti su di morale”.
Se in questa pagina hai riconosciuto la tua stanchezza, il tuo vetro, i tuoi film guardati apposta — parlami di cosa provi. Anche solo per capire insieme di che blocco si tratta: scrivimi senza impegno.
Ricevo nel mio studio di Roma EUR e online. Se invece in queste righe hai riconosciuto la disperazione, non aspettare l’articolo giusto: chiama il tuo medico, o un professionista della salute mentale, questa settimana.
Bibliografia
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