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Cosa succede quando pur di non deludere nessuno, finiamo col mettere da parte noi stessi fino quasi a sparire?
Spoiler: si ride e si riflette.
Per parlare di questa tendenza a compiacere l’altro – chiunque esso sia, genitore, amico, partner – vorrei partire da una frase che sento ripetere spesso, come una specie di verità assoluta:
“Per star bene con l’altro, devi stare bene da solo”
No, non è vero.
Le abilità relazionali non si sviluppano nella solitudine di una stanza vuota, ma nell’incontro (e scontro) con l’altro. È solo nell’attrito – gentile o faticoso che sia – con l’altro da noi, che impariamo davvero a stare in relazione.
L’altro è la nostra meravigliosa occasione di scoprire qualcosa in più di noi stessi. È uno specchio che ci permette di vedere parti magari nascoste e meno desiderabili, quelle che preferiremmo ignorare o cancellare del tutto.
Lo stare in relazione, in verità, è qualcosa che abbiamo inscritto nelle nostre cellule.
In quanto mammiferi, siamo predisposti a connetterci con i nostri simili.
Quindi l’idea di stare sempre da solo non è meno sbagliata di quella di voler stare sempre con qualcuno. Come in tutte le cose, bisognerebbe cercare (e trovare) quella sottile via di mezzo che è la più sana.
Le skills relazionali si apprendono e sono fondamentali.
Sono queste abilità che ci permettono di capire se l’altro fa per noi o meno.
È questo il punto, inutile tirarla troppo per le lunghe e incaponirsi in qualcosa che non va bene per noi, cercando di farla funzionare a tutti i costi.
Spesso, però, si cade in delle psicotrappole, come quella di cui parleremo in questo articolo: la paura di compiacere l’altro.
Perché vuoi sempre compiacere l’altro? Le ragioni del “people pleasing”
Prima di parlare di assertività, confini e autenticità, serve fermarsi un attimo e farsi una domanda semplice:
“Sto agendo per genuina gentilezza… o sto cercando di piacere a tutti i costi?”
Naturalmente c’è una bella differenza tra la gentilezza pura e semplice e il cercare di compiacere l’altro in ogni modo. Questo comportamento, infatti, è un tentativo di sopravvivenza mascherato da dolcezza, è un dire sempre sì quando dentro urli di no, è diventare così bravi a capire gli altri, i loro gusti, i loro pensieri che, a un certo punto, non sai più nemmeno cosa ti piace sulla pizza.
Lo so, può sembrare un’affermazione un po’ strana, magari estrema e ridicola.
In verità, però, succede davvero.
Claudio, un ragazzo venuto in terapia da me qualche tempo fa, ne è l’esempio.
Pur di compiacere la propria ragazza, quando faceva la pizza, Claudio la condiva seguendo i gusti e le preferenze di lei. Quando, nel corso di una seduta, gli chiesi cosa piacesse a LUI, con aria stordita mi risposte: “Boh, non lo so”.
Ma perché abbiamo così paura di compiacere l’altro?
Perché spesso temiamo di non valere abbastanza per essere amati per ciò che siamo.
Questa paura ci spinge a pensare che se ci adattiamo perfettamente all’altro, se anticipiamo i suoi bisogni, se non gli creiamo problemi (ma magari glieli risolviamo), allora mi vorrà bene.
Spoiler: in realtà, tutto questo non funziona.
O meglio, paradossalmente, funziona alla grande, soltanto che a forza di mettere l’altro al primo posto, di dargli tutto ciò che desidera, finiamo con l’eclissarci dalla relazione.
Spariamo proprio, non esistiamo più perché non siamo felici, non siamo noi stessi e quello che stiamo ricevendo non assomiglia nemmeno più all’amore.
Ci siamo mascherati per essere accettati ed è quel personaggio a essere apprezzato, non noi.
Spesso, alla base di questo problema c’è un copione familiare che abbiamo appreso e interiorizzato da bambini, all’interno della relazione con i nostri genitori.
È lì che abbiamo imparato a essere “il bravo bambino”, quello che non crea problemi, che si adatta, che si comporta esattamente come ci si aspetta da lui. Tutto pur di ricevere uno sguardo approvante, una carezza, un gesto d’amore.
Lo stesso schema lo ritroviamo nel perfezionista, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente (se te lo sei perso, puoi leggerlo qui).
Anche lui porta dentro questa convinzione: “Sarò amato solo se sarò perfetto”.
Può darsi che il compiacente, da piccolo sia stato un pacificatore: quello che si metteva in mezzo ai genitori litigiosi, cercando di smorzare i toni.
Magari faceva il buffone, il pagliaccio della casa — per distrarre gli adulti, per farli ridere, per regalare un po’ di leggerezza a un clima che pesava troppo.
Oppure è stato costretto a crescere in fretta, a improvvisarsi “piccolo adulto”, perché la madre era depressa e doveva occuparsi di lei, oppure il padre era assente, emotivamente distante, incapace di provvedere alla famiglia.
Tutte queste situazioni familiari hanno una cosa comune: al loro interno, l’amore non è incondizionato, ma rappresenta un premio per la performance.
Come si comporta chi vuole compiacere sempre l’altro
Tra le tentate soluzioni del compiacente seriale ci sono il ridere anche quando l’altro non fa ridere e sopratutto essere sempre disponibile, anche alle richieste più assurde e insensate.
Claudio mi raccontava che la sua fidanzata era estremamente ossessiva.
Una notte, credo fossero le 2, le prese la fantasia di spostare il divano, non so bene per quale motivo.
Ma Claudio, invece di dire “No, domattina magari”, si alzò in silenzio e cominciò a trascinare mobili per casa come se fosse la cosa più normale del mondo, senza una lamentela.
Solo un silenzioso: “Va bene, amore.”
Il “motto” del compiacente potrebbe essere “Tutto bene” quando in realtà, poverino, prova una sofferenza enorme perché a forza di dire di sì, reprimendo i propri desideri, si è fatto venire un’ulcera.
Il compiacente è un trasformista, in un certo senso.
Cambia gusti, idee, vestiti, comportamenti in base a chi sta frequentando in quel periodo della vita.
Non lo fa con cattiveria o per manipolare: lo fa perché ha imparato che piacere agli altri è (forse) l’unico modo per essere amato.
E il partner del compiacente?
Chi è che sceglie di stare con qualcuno così?
Chi sceglie un compiacente come partner (e perché)
Spesso, chi ha la tendenza a compiacere si incastra perfettamente con un certo tipo di partner: persone che non chiedono ma pretendono dall’altro.
Magari sono persone carismatiche, intense, affascinanti, ma emotivamente non disponibili.
Adorano essere al centro dell’attenzione, stare sotto i riflettori, ma hanno una sorta di allergia con il confronto autentico.
In tutto questo, torna alla mente il mito di Narciso, il giovane innamorato del proprio riflesso.
Accanto a lui c’era solo una figura capace di tollerarlo: Eco, la ninfa condannata a ripetere le parole degli altri, priva di voce propria.
Sarebbe ingenuo immaginare Narciso senza Eco… o Eco senza Narciso.
Anche nelle relazioni contemporanee, accade spesso che queste due figure si cerchino, si trovino e finiscano con lo stare insieme.
C’è una compenetrazione, una complementarietà tra il compiacente e il narcisista.
Nessuna persona accetterebbe un compiacente, perché si troverebbe a stare accanto a una persona che, di fatto, mente, non è mai autentica, spontanea.
Qui siamo al paradosso.
Quelli che cercano di compiacere gli altri, infatti, sono oggettivamente tra le persone più buone che può capitare di conoscere.
Spesso, però, si trovano ad avere a che fare con persone che manifestano tratti di narcisismo, (senza sfociare nel disturbo narcisistico di personalità) e che, quindi, nemmeno si domandano cosa pensa, sente o desiera davvero l’altro, troppo prese da sé stessi.
Sono troppo compiacente? Alcune domande da porsi
Per capire se sei troppo compiacente, prova a porti queste domande:
- Quante volte dici la parola scusa anche quando qualcuno inveisce contro te? Possibile che hai sempre torto?
- Quando ti chiedono tu cosa vuoi fare, sai rispondere in modo sincero?
- Dopo ogni conversazione ti chiedi se hai detto qualcosa di sbagliato?
- La tua agenda è piena di impegni di lui o lei?E la tua anima, invece?
- Le conseguenze di voler piacere per forza all’altro
Fin qui abbiamo anche un po’ scherzato sull’eccessiva compiacenza.
Tuttavia, stiamo parlando di un problema serio che ha implicazioni pesanti per chi lo vive.
Come tutti i conflitti interiori, anche questo porta con sé l’ansia e, insieme a essa, le somatizzazioni, che sono espressione della sofferenza interiore riportata nel corpo.
Il corpo non ama le bugie ripetute a sé stessi.
Se continui a dire di sì con la bocca, ma di no con lo stomaco, perché quella decisione proprio non la digerisci, ecco che lo stomaco si ribella.
E ti manda un messaggio.
O meglio, una bella mail passivo-aggressiva, con oggetto:
“Hey, possiamo parlarne? Sto letteralmente bruciando qui dentro.”
Dentro ci trovi sintomi come: bruciori, crampi, difficoltà digestive, gastriti, ulcere.
Capitò proprio questo a Claudio che, invece di confrontarsi con la propria ragazza, finì per “ingoiare” troppo – troppe emozioni, troppi silenzi, troppi compromessi – e si fece venire un’ulcera.
Ma non è soltanto lo stomaco il bersaglio delle somatizzazioni dovute all’ansia e a tutto quello che ci neghiamo.
A dare l’allarme ci sono anche i frequenti mal di testa, l’insonnia, la tensione cranica, il nodo alla gola, il colon irritabile...
Questi sintomi non sono altro che il conto da pagare per il compiacimento “professionale”.
Se soffri di uno o più di questi disturbi, è più che giusto che tu vada dal tuo medico per fare qualche controllo. Ma se le analisi non rilevano alcun problema di natura organica, forse dovresti contattare un professionista per approfondire la questione.
Spesso l’ansia non riconosciuta dà problemi anche invalidanti.
Il corpo è una parte della mente e la mente è una parte del corpo, non sono due cose diverse o distinte.
Il desiderio di sentirsi veramente amati
Quando conobbi Claudio per la prima volta, gli chiesi – come faccio sempre all’inizio di un percorso di psicoterapia – qual era il suo problema.
Lui mi rispose: “Nessuno, vorrei soltanto sentirmi amato, stimato, compreso, sostenuto, rassicurato…e non disturbare nessuno”.
Dietro questo desiderio di non disturbare, capite bene, c’era un universo di no mascherati da sì.
Claudio aveva detto così tante volte di sì nella vita che quando gli domandai cosa volesse davvero, poverino si mise a piangere.
Non lo sapeva più, si sentiva perso.
In conclusione posso dire che il desiderio di compiacere l’altro a tutti i costi non è amore, ma è una fame travestita da dolcezza.
Guarire da questo non significa diventare egoisti.
Spesso, infatti, le persone che si centrano troppo, concentrandosi su di sé, finiscono con il rimanere sole perché nessuno vorrebbe stare con una persona che si mette sempre al primo posto.
Ritrovarsi davanti una persona che rimanda sempre e solo a sé, che usa l’altro perché è utile, perché deve fargli da specchio non è davvero il massimo per iniziare una relazione d’amore.
Bisogna imparare a includersi nel proprio amore.
Alla fine chi ti ama davvero non vuole un sì perfetto, vuole te, proprio te, così come sei.



