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La voce nella tua testa può aiutarti oppure sabotarti. Trasformare il proprio dialogo interno

Monologo interiore: cos’è e come funziona

Tutti noi parliamo con noi stessi. È un dialogo continuo ma invisibile dall’esterno, fatto di frasi, giudizi, spesso persino di botta e risposta.

In psicologia, questo fenomeno viene chiamato “monologo interiore”, un flusso costante di pensieri, una voce (inner voice) che commenta in ogni momento le nostre azioni, come dei sottotitoli, anticipando gli scenari, giudicandoci o incoraggiandoci.

La ricerca neuroscientifica ci dice che questo dialogo interno attiva nel nostro cervello aree simile – ma non uguali – a quelle coinvolte nella comunicazione con gli altri.

In altre parole, quando parli con te stesso, il tuo cervello non attiva aree tanto diverse rispetto a quelle che entrerebbero in funzione se parlassi con un amico.

Quest’attività si connette al Default Mode Network, la rete cerebrale che si attiva quando siamo assorti nei nostri pensieri.


Voce interiore critica: quando il dialogo interno diventa sabotante

Qualche volta questa voce prende la forma di un’autocritica feroce che conosce i punti deboli in cui colpire.


Quando il monologo interiore assume questi connotati, è come se avessimo dentro alla nostra testa un vero e proprio sabotatore che ci tormenta costantemente con frasi come “Non sei abbastanza” oppure “Sbaglierai anche questa volta” o ancora “Non ce la farai mai”.


Frasi che ci ripetiamo costantemente e che possono innescare ansiacalo della motivazione, in taluni casi persino sintomi depressivi.
In pratica, è come se dentro alla tua testa abitasse un bullo che è sempre pronto a sminuirti e a criticare in modo aspro tutto quello che fai, trovandoti difetti e togliendoti energie.


Perché nasce una voce interiore critica e come si forma il monologo interno

Forse ti starai chiedendo perché arriviamo a sviluppare una voce interiore, critica o benevola che sia.


La psicologia dello sviluppo ha elaborato nel tempo delle teorie che spiegano questa dinamica.


La nostra voce interiore deriva dalle esperienze precoci vissute durante l’infanzia, con le principali figure di attaccamento, solitamente i nostri genitori.


Se tali esperienze sono state traumatiche, se i nostri genitori non sono stati in grado di sostenerci, ci hanno criticato troppo quando eravamo bambini, giudicandoci e confrontandoci in negativo con gli altri.


Che accade in questi casi?


Che il bambino interiorizza i giudizi che riceve, fa proprie le voci dei genitori, al punto che non riesce più a distinguere la propria voce dalla loro.

Non c’è più un confine.

Quando cresciamo e diventiamo adulti, questo meccanismo difensivo può diventare un ostacolo.


Ma perché accogliamo dentro di noi quelle critiche anziché rifiutarle?

Non è certo una scelta!

Il bambino si adatta al contesto in cui vive. E se per vivere ha bisogno di accettare queste ipercriticità, le accoglierà perché il suo scopo è essere amato dal genitore, indipendentemente dalle qualità e dal valore di quest’ultimo.


In quanto esseri umani, infatti, siamo “programmati” per cercare l’approvazione di chi si prende cura di noi (i nostri caregiver) poiché da loro dipende la nostra sopravvivenza, non solo fisica ma anche emotiva.


È importante cercare di comprendere questo monologo interiore per poterlo distinguere da ciò che siamo noi per davvero.


Sotto un profilo un po’ più tecnico, questa voce interna può diventare sabotante, autocritica, può essere un dialogo interno anche ansiogeno tipico dei disturbi d’ansia che si presenta sotto forma di frasi catastrofiche tipo:


“E se succede questo…allora farò questo…oppure quest’altro”.


È come se cercassimo in ogni modo di ipotizzare tutti gli scenari futuri possibili, anticipando le mosse dell’altro.


Oppure, in casi più estremi, possiamo avere a che fare con una voce interna addirittura persecutoria, legata spesso a fenomeni dissociativi o psicotici, che danno luogo per esempio ad allucinazioni uditive interne, tipiche della schizofrenia.


Dunque, questo dialogo interiore è su un continuum che va fa ciò che è normale e fisiologico, di cui facciamo esperienza più o meno tutti, passando per pensieri più autocritici e meno adattivi, fino ad arrivare all’estremo opposto al patologico, alle voci che hanno carattere allucinatorio.


Voce interiore autocritica come meccanismo di difesa: perché ci giudichiamo da soli

È importante quindi cercare di comprendere che questa autocritica feroce, a volte, per qualcuno, può avere anche una valenza positiva.


Mi spiego meglio.


Quando io so che l’altro mi rifiuterà, sarò io per primo a giudicarmi e rifiutarmi, in una forma di difesa preventiva dagli altri che così non potranno in alcun modo infierire.

Spesso questo meccanismo difensivo si associa a patologie gravose come la depressione, dove è prevalente questo senso di colpa, di disperazione, di autoaccusa; oppure i disturbi d’ansia, in cui lo vediamo manifestarsi insieme a sintomi altrettanto tipici come la ruminazione, i pensieri catastrofici, le anticipazioni negative etc; o ancora nei disturbi ossessivi compulsivi c’è un dialogo interno che spesso è intrusivo, basato sul dover fare o meglio sul controllare, mettendo in atto delle strategie perché “altrimenti accadrà il peggio”…


Il dialogo interiore positivo. I benefici di una voce interna alleata

La scala che porta al benessere è la stessa che porta a situazioni disadattive o dolorose, dipende da quale direzioni si prende.


Questo dialogo interiore, infatti, può anche essere incoraggiante, favorendo la resilienza o antifragilità come la chiama Taleb.


Il modo in cui ti parli può anche strutturare una vera e propria mentalità da campione, che non si arrende mai, che continua a lottare nonostante le avversità che si affrontano.


Come migliorare il proprio dialogo interiore?


Scacciare i pensieri o cercare di controllarli. Le tentate soluzioni di chi è perseguitato dalla propria voce interna

Spesso, quali sono le tentate soluzioni dalle persone che sperimentano un monologo interiore negativo, autocritico e, in definitiva, sabotante?


In molti cercano di scacciare i pensieri negativi, altri ci si tuffano a capofitto, altri ancora vorrebbero esercitare sui pensieri il controllo più assoluto.


Tutte queste soluzioni oscillano tra l’inutile e il dannoso.


Spesso, infatti, viene anche consigliata come panacea di ogni male la meditazione. Ma la meditazione non sempre va bene per tutti.


Ci sono persone, per esempio, che hanno una tendenza molto forte al controllo di ogni pensiero.


È chiaro che se una persona del genere fa meditazione, magari non la fa con l’intento di staccarsi dai pensieri per ridimensionarne l’effetto ma con lo scopo di controllarli e questo naturalmente non potrebbe che peggiorare la situazione.


Mi viene in mente il caso di Marco, un ragazzo che ha fatto con me un percorso di psicoterapia. In uno dei nostri primi colloqui, Marco mi disse: “Dottore, la mia voce interiore è come quella del mio ex capo, che mi diceva sempre che non faccio abbastanza”


Capita spesso che le voci che ci portiamo dentro poi si incarnino nelle persone che – purtroppo – entrano a far parte della nostra vita.


Questo è vero soprattutto per quel che riguarda le relazioni amorose.


Non è un caso se spesso finiamo per accompagnarci con partner poco gradevoli, che assumono nei nostri confronti un atteggiamento sprezzante.


Li avviciniamo proprio perché ci parlano con quello stesso tono svalutante che abbiamo nella mente, con cui siamo abituati a parlare a noi stessi.

Capire il proprio dialogo interiore per trasformarlo


È importante, dunque, come primo passo per liberarsi, prendere carta e penna e scrivere questo dialogo interiore cercando di distinguerlo, di capire se è tuo, se viene da te oppure se ha radici lontane nel tempo, se è composto di frasi che vengono dal tuo passato, che magari erano tipiche dei tuoi genitori.


Questo è un primo spunto di riflessione.


Così come potrebbe essere utile capire che non tutti i dialoghi interiori sono degni di attenzione clinica.


Mi spiego meglio.


Anche un dialogo che è troppo critico o che è troppo ansioso non è detto che debba essere oggetto di valutazione da parte di un professionista della salute mentale.
È importante capire se diventa un ostacolo alla tua funzionalità.


Eviti continuamente le situazioni?


Non sei più aperto alla vita?


Ti chiudi in te stesso e non ti senti in grado di affrontare le sfide che ti pone la tua quotidianità, tanto da sottrarti sempre ad esse?


Sei troppo timoroso?


Allora forse potresti parlarne con un professionista per cercare aiuto.

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