Chi l’avrebbe mai detto che il lavoro del futuro sarebbe stato quello dell’assicuratore? Quello che oggi vedo sempre più spesso nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur è un vero e proprio risk assessment: l’analisi preventiva dei rischi relazionali.
C’era un tempo in cui si usciva con l’altro per il piacere di scoprirlo.
Oggi c’è un’ossessione nuova, martellante: l’ossessione per le Red Flags. Un paziente mi ha raccontato che la persona con cui era uscito si era presentata con un taccuino e prendeva appunti.
Giuro, prendeva letteralmente appunti!
Esattamente come a un colloquio di lavoro. Ormai, quando si incontra qualcuno che potrebbe diventare un potenziale partner, si esce con la lente d’ingrandimento in tasca, cercando quel minimo difetto, quell’appiglio clinico necessario per poter scappare a gambe levate.
Avete presente i film hollywoodiani in cui l’investigatore, col caffè in mano, indaga sulla scena del crimine isolando le prove?
Alcuni fanno esattamente lo stesso: si siedono al tavolo del bar e, invece di godersi quell’incontro speciale con l’altro, cercano le prove per condannare la persona che hanno davanti.
Il paradosso del tempo: scrolling infinito e terrore dell’impegno
La giustificazione che si sente ripetere più spesso per questa caccia alle streghe preventiva è quasi sempre la stessa: “Il mio tempo è prezioso, non voglio sprecarlo investendo mesi nella persona sbagliata“.
Eppure, le statistiche globali restituiscono una fotografia ben diversa della situazione: le persone trascorrono in media quasi 7 ore al giorno davanti agli schermi. Di queste, oltre 2 ore e mezza vengono assorbite quotidianamente dallo scrolling passivo sui social network, tra video, immagini e post.
Guardando nello specifico all’Italia, passiamo circa 3 ore al giorno incollati esclusivamente allo smartphone.
Qui si innesca un cortocircuito clinico e sociologico devastante. Perché buttare ore preziose su TikTok, ipnotizzati e anestetizzati dalle notifiche martellanti non fa alcuna paura, mentre investire due mesi in una frequentazione incerta terrorizza?
La risposta è cruda: il tempo trascorso davanti allo schermo è un tempo su cui si ha il controllo totale. Siamo all’interno di una zona sicura, asettica.
Il tempo investito in un altro essere umano, invece, sfugge al controllo e porta con sé il rischio del fallimento e della ferita.
Usare la scusa del “tempo prezioso” è solo un modo per mascherare il terrore dell’asimmetria.
Il “Therapy Speak” come arma: diagnosticare l’altro per non guardare sé stessi
Siamo diventati tutti novelli psicologi fai-da-te. Usiamo il vocabolario clinico come un’arma da difesa.
Narcisista patologico. Love bombing. Borderline. Gaslighting.
Oggi basta guardare un video di pochi minuti per sentirsi in grado di diagnosticare disturbi psichiatrici complessi a chiunque. Magari lo si fa solo perché l’altro non ha risposto a un messaggio entro un’ora, o perché ha disdetto un appuntamento.
È come usare un bisturi per tagliare il burro.
Si patologizza l’egoismo normale e si trasforma il banale attrito umano in una tossicità clinica. A questo punto viene in mente il celebre monito biblico della pagliuzza e della trave nell’occhio: diagnosticare ossessivamente le colpe dell’altro è l’escamotage perfetto per non guardare mai le proprie travi interiori.
Perché lo si fa?
Spostare ossessivamente l’attenzione sulle Red Flags dell’altro è un modo per dirsi: io vado bene, sono il sano della situazione, sono il buono della storia.
L’etichetta deresponsabilizza.
Se si è la vittima di una presunta patologia altrui, si diventa passivi. E da vittime, comodamente, non si deve fare nessuno sforzo per cambiare.
L’iper-vigilanza nelle relazioni e l’illusione del controllo: le Red Flags come paradosso della prevenzione
Prima di continuare è importante chiarire un concetto: riconoscere un reale segnale di allarme è fondamentale. Se la persona che avete davanti è violenta, abusante o palesemente instabile, il vostro radar serve a salvarvi la pelle, è sano.
Ma quello di cui parlo oggi non è la normale e comprensibile tutela personale: è accanimento diagnostico. C’è una differenza abissale tra lo scappare da un incendio reale e il passare la vita a cercare col lanternino una traccia di fumo per avere la scusa per correre via.
Questa ricerca spasmodica in psicologia clinica si chiama iper-vigilanza.
È l’illusione del controllo preventivo. Ma questo bisogno ossessivo di controllo innesca una tentata soluzione disfunzionale. Più si cerca di difendersi preventivamente, più si crea esattamente il problema da cui si rifugge.
È come vivere impugnando un metal detector emotivo. Si passa la vita a scansionare la spiaggia, finché il detector suona per una banale linguetta d’alluminio. Ci si convince di aver disinnescato una mina antiuomo. Ci si sente dei sopravvissuti.
Ma qual è il vero risultato di questa operazione? Che si passeggia da soli su una spiaggia deserta.
Nel momento in cui si parte così prevenuti, si diventa freddi e inquisitori. L’altro si sente costantemente sotto esame, si irrigidisce, si difende e inevitabilmente si allontana.
Ecco la profezia che si autoavvera. Si finisce per creare esattamente il mostro e l’abbandono che si temeva.
Accettare il “Mismatch”: non esiste la polizza kasko sui sentimenti
Le incomprensioni, le differenze, le sbavature caratteriali. La relazione perfetta, la casetta del Mulino Bianco asettica e senza rischi, non esiste.
Amare richiede obbligatoriamente un rischio e una quota di vulnerabilità. Accettare il mismatch significa capire che la frizione non è una bandierina rossa da cui fuggire al primo segnale, ma l’unico vero spazio in cui la coppia può mettersi alla prova, scontrarsi e crescere.
Amare non significa trovare una scultura perfetta e senza difetti.
Significa avere il coraggio di far scorrere le proprie dita proprio su quelle crepe, sapendo perfettamente che, prima o poi, potrebbero tagliarci.
Come spegnere il radar: la prescrizione per tornare a vivere le relazioni in modo autentico
Come si esce da questa trappola? Bisogna riabituarsi all’attrito con le altre persone. Smettere di usare il telefono come manuale diagnostico portatile.
Se c’è qualcosa che stona al primo appuntamento, non gridate subito alla Red Flag. Restate lì. Tolleratelo. Esploratelo.
La domanda fondamentale non è cercare di capire se l’altro è clinicamente sbagliato, ma capire che effetto fa a voi trovarvi davanti a quella differenza.
Smettere di scansionare chi vi sta davanti in cerca di difetti è l’unico modo per mettersi davvero in gioco. Perché la vera e unica Red Flag, quella gigantesca, è il terrore di vivere.
A chi ha blindato i propri sentimenti dico: un cuore tenuto sotto vuoto non sanguina mai, è vero. Ma smette anche di battere.
Prima di lasciarci, vorrei darti un ultimo spunto di riflessione attraverso un semplice esercizio.
Se ripensi alle tue ultime uscite quante red flags hai contato? Fatichi ad avere una relazione a causa di queste?
Se ti senti in gabbia da poco magari non è nulla di importante, perchè oggettivamente capita di vivere delle esperienze poco appaganti, ma se questa situazione perdura da tempo allora forse è arrivato il momento di fare qualcosa per te.



