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“Ho paura di litigare”. I motivi dietro l’ansia da conflitto

Ogni volta che c’è da discutere, senti l’ansia crescere dentro di te.

Non serve che l’altro alzi la voce. A volte basta che la persona che hai di fronte cambi espressione o che inizi una frase con quel tono che conosci bene, un tono che preannuncia una conversazione a cui non vuoi partecipare.

A quel punto, ti irrigidisci.

Ti sforzi di mantenere la calma, magari sorridi anche, ma dentro senti il bisogno urgente di chiudere tutto il più in fretta possibile (e senza feriti).

Così, anziché dire la tua, preferisci tirarti indietro.

Ecco, quello che ci tiene bloccati spesso è la paura del conflitto.

Nel mio studio di Roma Eur, ho incontrato decine di pazienti in questa situazione: sentivano un nodo allo stomaco ogni volta che dovevano affrontare una discussione, con un genitore, con il partner o magari con il capo a lavoro…

Il tema è così affascinante e articolato che vale la pena affrontarlo sotto diversi punti di vista.

Per questo, nel corso dell’articolo, ti racconterò tre storie in apparenza molto diverse, ma legate da una matrice comune.

Cos’è la paura del conflitto e perché l’idea di dover affrontare una discussione può generare ansia

La paura del conflitto è una vera e propria forma d’ansia legata al timore di doversi confrontare con qualcuno.

L’ansia che sentiamo montare in quel momento, però, non ha tanto a che fare con la discussione in sé, quanto con ciò che temiamo possa accadere dopo: essere fraintesi, ferire l’altro, perdere il controllo o compromettere la relazione.

Chi vive questa paura tende a nascondere ciò che sente davvero, a minimizzare o reprimere i propri bisogni nel tentativo di evitare il confronto a tutti i costi.

Da un punto di vista evolutivo e psicologico, parliamo di un timore atavico, quasi iscritto nel nostro DNA di mammiferi.

Mi spiego meglio.

Come ho già approfondito nell’articolo dedicato al timore del giudizio altrui (che ti invito a leggere a questo link), fin dagli albori dell’umanità, la nostra sopravvivenza si lega a una condizione imprescindibile: far parte di un gruppo.

Per i nostri antenati preistorici, infatti, stare insieme agli altri garantiva numerosi vantaggi.

Cacciando insieme, potevano procurarsi più cibo e, allo stesso tempo, difendersi dalle aggressioni dei predatori in modo efficace. La cooperazione permetteva anche di condividere risorse, trasmettere conoscenze e proteggere i membri più vulnerabili del gruppo.

Dunque, chi riusciva a mantenere buoni rapporti con gli altri aveva più possibilità di restare in vita (e di riprodursi).

Chi entrava in conflitto con gli altri, invece, rischiava di venire isolato o addirittura escluso dal gruppo, con conseguenze potenzialmente letali.

Ecco perché, ancora oggi, anche se viviamo in una società priva di pericoli mortali come una tigre dai denti a sciabola in agguato, l’idea di entrare in contrasto con qualcuno ci fa salire l’ansia.

È perché il nostro cervello è “programmato” per percepire il conflitto come una minaccia.

Ansia da conflitto. È normale sentirsi in angoscia di fronte a una discussione?

Va detto però che non tutti vivono la paura del conflitto allo stesso modo.

Possiamo considerare del tutto normale avvertire un po’ di tensione prima di intraprendere una discussione con qualcuno.

Come sappiamo, infatti, l’ansia ha una funzione adattiva importante, serve cioè a prepararci fisicamente e mentalmente ad affrontare una situazione stressante.

Cosa accade, dunque, quando ci troviamo di fronte a una possibile conversazione scomoda?

Il nostro cervello invia una sorta di segnale d’allarme al corpo che si attiva e mette in moto una serie di reazioni automatiche: il cuore accelera, i muscoli si tendono, il respiro si fa più rapido, mentre la mente inizia a correre, anticipando possibili scenari.

Se ci fai caso, infatti, quando devi impegnati in una discussione, pensi a tutte le cose che potresti dire (o meno) per ribattere alle parole del tuo interlocutore.

Questa attivazione psicofisica, chiamata risposta “fight or flight” (lotta o fuga), è del tutto naturale.

La nostra attenzione si alza e così possiamo valutare le conseguenze di quel che diremo e trovare strategie per comunicare al meglio con l’altro, evitando che il conflitto diventi distruttivo.

In alcune persone, però, la paura può diventare eccessiva, sfociando in un’ansia paralizzante.

È questa la forma negativa della paura del conflitto, quella che fa sentire un nodo allo stomaco anche per piccoli disaccordi e spinge a evitare qualsiasi confronto.

Con conseguenze, purtroppo, ben peggiori di quelle di una normale lite.

Mi viene in mente, a questo punto, il caso di Francesca, una donna arrivata nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur diversi mesi fa.

Quello di Francesca è un lavoro di aiuto agli altri, che si svolge in team.

Il timore di essere ripresa e criticata dai suoi colleghi, la spinge a un perfezionismo estremo, irrealistico, che non ha nulla a che fare con il desiderio di fare bene per il piacere di farlo.

A spingerla è piuttosto la paura che gli altri la giudichino e abbiano a che ridire del suo lavoro.

Capisci bene che nel momento in cui si fanno le cose non per il gusto di farle, ma semplicemente per paura che si generi un conflitto in cui l’altro verrà a dirci cose poco gradevoli sulle nostre manchevolezze, ecco che si perde il senso di ciò che si sta facendo.

E non è una questione da poco.

Se ci pensiamo bene, il lavoro occupa molte ore della nostra giornata.

E fare qualcosa soltanto per non essere ripresi vuol dire perdere la splendida occasione di creare autostima attraverso il lavoro.

Perché una persona evita il confronto? Le cause psicologiche della paura del conflitto

Come abbiamo detto, non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte a una discussione più o meno accesa.

Alcuni riescono a confrontarsi senza grandi difficoltà, mantenendo la calma ed esprimendo le loro opinioni senza scomporsi.

Altri invece vivono un’ansia così intensa da paralizzarli e da indurli a ritirarsi.

Ma perché succede?

Possiamo dire che le cause psicologiche della paura del conflitto sono molteplici e complesse.

In molti casi, questa paura affonda le radici nell’infanzia e nelle prime esperienze relazionali vissute con i propri genitori, esperienze che costituiscono un vero e proprio copione familiare.

Chi è cresciuto in un contesto in cui i conflitti venivano evitati – magari per timore di compromettere l’armonia familiare – impara presto che esprimere dissenso o rabbia è rischioso perché genera tensione, disapprovazione oppure perché, quando lo fa, viene punito.

Non parlo soltanto di punizioni fisiche, ma anche di critiche feroci, sguardi di disapprovazione, sarcasmo o rifiuto emotivo. Tutte esperienze che comunicano al bambino: “Meglio non mostrare ciò che provi, o rischi di essere respinto”.

Crescendo, quindi, sviluppa l’idea che è più sicuro tacere, adattarsi o compiacere gli altri, anche a costo di reprimere bisogni e sentimenti personali.

Questo schema, pur essendo nato come strategia di sopravvivenza emotiva, può diventare un vero ostacolo nelle relazioni adulte, impedendo di comunicare in modo autentico e di gestire i conflitti in maniera sana.

Oltre alle esperienze familiari, altre cause possono contribuire a sviluppare una forte paura del conflitto.

Per esempio, chi durante la scuola ha vissuto episodi di bullismo o esclusione sociale da parte dei propri compagni può essere portato a evitare ogni forma di scontro, anche verbale, nel tentativo di proteggersi.

Allo stesso modo, in una società come la nostra dove l’efficientismo e il perfezionismo creano spesso contesti lavorativi ipercompetitivi, la critica è vissuta come minaccia alla propria posizione o reputazione, così alcune persone finiscono per evitare ogni confronto diretto, anche quando sarebbe necessario, pur di non compromettersi.

Anche le esperienze con gli amici e con il partner, naturalmente, possono lasciare un segno significativo sulla nostra psiche.

Se, ad esempio, abbiamo avuto a che fare con una persona aggressiva o facilmente suscettibile, che si scaldava non appena aprivamo bocca, potremmo aver associato il conflitto a qualcosa di pericoloso.

Capita spesso anche nelle relazioni in cui il partner usava il silenzio come strumento punitivo, sparendo del tutto dopo un litigio, con l’intento di farci sentire in torto e in colpa. In questi casi, il messaggio implicito che si interiorizza è: “Se dico qualcosa che non va, rischio di perderlo” oppure “Meglio evitare, così almeno non succede nulla”.

Anche i traumi, così come un’autostima già bassa, ci espongono a sviluppare quest’intensa paura per le situazioni conflittuali.

Chi ha subito traumi relazionali o emotivi, infatti, non percepisce il conflitto come una normale dinamica tra persone che possono avere opinioni e visioni diverse.

Se il tono di voce si alza, se si sentono determinate parole o ci si sente addosso un certo sguardo, la mente ritorna, in modo non consapevole, alle esperienze dolorose che hanno aperto una ferita.
Allo stesso modo, quando l’autostima è fragile, si teme che un semplice dissenso possa mettere a rischio il legame con l’altro.

Come si manifesta la paura del conflitto. Sintomi e comportamenti tipici del timore di discutere

La paura del conflitto non si presenta sempre allo stesso modo in tutti coloro che la provano.

In alcune persone il timore di confrontarsi con l’altro è evidente; in altre si nasconde dietro comportamenti che, a un primo sguardo, possono persino sembrare segni di educazione o di particolare sensibilità ma che sono, in realtà, degli “strumenti di difesa”.

I sintomi fisici sono affini a quelli dei disturbi d’ansia:

  • battito che accelera all’improvviso quando si affaccia la possibilità di una discussione
  • tensione muscolare, soprattutto a collo, spalle e mandibola
  • respiro corto e affannoso
  • nodo allo stomaco o senso di nausea
  • sudorazione profusa
  • mani che tremano
  • difficoltà a pensare in modo lucido

A questi sintomi si aggiungono una serie di comportamenti che, con il tempo, diventano abitudini automatiche.

In quello che è il mio orientamento terapeutico – la terapia strategica breve – chiamiamo questi comportamenti “tentate soluzioni”.

Si tratta cioè di strategie che la persona mette in atto per cercare di proteggersi dall’ansia che sente montare dentro quando si avvicina il momento di un confronto.

Il problema delle “tentate soluzioni” è che funzionano solo nell’immediato, dando una provvisoria sensazione di sollievo.

Nel lungo periodo, però, non fanno altro che alimentare il problema, ingigantendolo sempre di più.

Una delle tentate soluzioni più comuni quando si sperimenta ansia da conflitto è l’evitamento.

Si rimandano conversazioni importanti con il partner, si cambia argomento quando il discorso tocca qualcosa che ci fa scattare, si finge che vada tutto bene anche quando non è così e, magari, parlando potremmo cambiare la situazione in cui ci troviamo.

In apparenza, questi comportamenti ci aiutano perché tengono a bada l’ansia.

In realtà, ci troviamo di fronte a un vero e proprio autosabotaggio.

Evitare il confronto, infatti, significa chiudersi in sé stessi e rinunciare alla possibilità di chiarire, negoziare o proteggere i propri bisogni più profondi.


Ci si trova così intrappolati in un circolo vizioso: meno ci si espone, più il conflitto diventa per noi spaventoso; più il conflitto fa paura, più lo si evita.

E man mano, si passa dal temere le litigate con il partner o quelle con il capo ufficio ad aver paura anche soltanto ad aprire bocca per dire la propria opinione o esprimere un innocente desiderio.

Insomma, l’ansia del conflitto progressivamente limita la nostra libertà, impedendoci di vivere appieno.

Se ci sottraiamo sempre alle “grandi prove”, la loro ombra si proietta anche su quelle piccole, facendocele apparire giganti e impossibili da superare.

Cosa accade se eviti il conflitto. Le conseguenze del “voler andare sempre d’accordo”

Un’altra tentata soluzione molto diffusa è il compiacere l’altro.

Chiedi scusa anche quando sai di non aver fatto nulla di male, dici di sì anche se dentro di te sai che vorresti urlare “no”, ti fai piccolo piccolo per lasciare spazio all’altro e così, pur di evitare tensioni o possibili conflitti, rinunci a una parte importante di te stesso.

Un po’ come faceva Teresa, il cui caso è simile e diverso da quello di Francesca.

Teresa manifestava, infatti, un problema di natura più relazionale. Lei, infatti, avendo paura dell’abbandono, cercava sempre di plasmarsi sull’altro, di accontentarlo in tutti i modi.

E cosa succedeva?

Che se l’altro voleva, per esempio, andare al centro commerciale di pomeriggio, lei diceva di sì anche se non ne aveva alcun voglia.

Potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è affatto perché ogni volta che diciamo di sì all’altro facendo una violenza a noi stessi, non stiamo alimentando la relazione ma la stiamo perdendo.

La relazione, infatti, è fatta di intimità che ha alla propria base la verità.

Senza verità, non c’è intimità.

Esiste poi il tentativo di controllare tutto, una strategia d’azione che ho visto spesso in atto, che nasce dal desiderio di prevenire qualsiasi problema prima ancora che questo si presenti.

Chi adotta questo comportamento cerca di anticipare reazioni, parole o situazioni che potrebbero generare tensione all’interno della relazione, in modo da appianare, smussare, far filare tutto liscio.

Insomma, organizzando ogni dettaglio, si cerca di prevenire ogni possibile attrito o contrasto.

Il problema però in questo caso è duplice.

Da un lato, il controllo totale è impossibile perché la realtà sfugge completamente alle redini che cerchiamo di metterle. Se è vero che possiamo in qualche modo cercare di regolare le nostre reazioni e di gestire parole e azioni in una certa direzione, non possiamo esercitare lo stesso controllo su quelle degli altri.

Dall’altro, questo sforzo continuo logora chi lo mette in atto: vivere costantemente con l’ansia di dover anticipare ogni possibile conflitto diventa estenuante e genera frustrazione, rabbia repressa e insoddisfazione nelle relazioni.

Oltre al fatto che il controllo è l’opposto della spontaneità.

E questo, in una relazione di coppia, ad esempio, significa non riuscire mai a mostrarsi davvero per quello che si è, a essere “nudi” davanti all’altro, con tutti i propri pensieri, emozioni e fragilità.

È la morte, insomma, dell’intimità vera.

In poche parole, evitare il conflitto ci protegge dall’ansia momentanea, ma impoverisce la qualità delle relazioni e ci allontana da noi stessi e dalla possibilità arricchente del confronto con l’altro da noi.

Esiste poi il caso contrario, quello di chi cerca volontariamente il conflitto pur temendo di far scappare l’altro.

Mi spiego meglio parlandoti di Lucia, una donna che temeva l’abbandono al punto da considerarlo cosa certa, qualcosa che sarebbe necessariamente accaduto.

Quindi cosa accadeva?

Anziché plasmarsi sull’altro come faceva Teresa, Lucia si comportava in modo altalenante.

In alcuni momenti risultava accomodante, andava incontro alle richieste e ai desideri dell’altro, mettendo da parte i propri.

In altri, invece, cercava volontariamente il conflitto per mettere alla prova le persone che aveva intorno a lei. In un certo senso cercava lo scontro, le provocava per vedere se sarebbero rimaste accanto a lei comunque oppure no.

Nel caso di Lucia fu molto complicato riuscire a farle sentire (non capire razionalmente, ma sentire) che a forza di mettere alla prova gli altri poi si rimane soli.

A meno che non si accetti di vivere con il cavalier servente affianco ma, in quel caso, mancherebbe tutto il resto ovverosia la gioia della relazione con l’altro.

Come affrontare la paura del conflitto in modo pratico

Come abbiamo visto attraverso le storie di tre mie pazienti, il timore del conflitto si declina in modi diversi.

Questo ha a che fare certamente con le prime dinamiche relazionali vissute in infanzia, rispetto alle quali ognuno reagisce in modo diverso.

C’è evita il conflitto perché teme di essere criticato e quindi si costringe al perfezionismo.

C’è chi ha paura del conflitto perché teme l’abbandono e quindi si adatta, plasmandosi sulla volontà e i desideri dell’altro, annullandosi pur di non subire l’allontanamento dell’altro.

E infine c’è quella che è sicura che verrà abbandonata e quindi, dato che è inevitabile, cerca apertamente il conflitto per confermare il proprio copione familiare, cioè confermare il fatto di essere indesiderabile e nessuno starà con lei.

Cosa si può fare quando emerge questo timore del conflitto?

Diciamo che se leggi questo articolo e ritrovi degli elementi che ti suonano, che ti fanno immedesimare in una delle storie che ho raccontato, allora il mio consiglio è provare a fare un esercizio di consapevolezza attraverso la scrittura, ponendoti alcune domande.

Riesci a fare di meno?

Riesci a esporti alla critica o la temi e quindi la eviti?

Riesci a dire di no?

Se non riesci, forse è il caso di parlarne.

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