sentirsi soli in coppia psicologo psicoterapeuta roma eur torrino mezzocammino online

Sentirsi soli in coppia: la solitudine nelle relazioni

Ci sono persone che vivono da sole ma non si sentono mai tali.

Sanno che fuori dalla porta di casa c’è un mondo intero che li aspetta: persone care su cui possono contare, legami in cui si sentono accolte e riconosciute, spazi in cui possono essere sé stesse senza dover fingere.


E poi ce ne sono altre che pur essendo in coppia avvertono un profondo senso di solitudine. Hanno accanto un partner con cui condividono spazi, routine consolidate e progetti per il futuro.

Eppure c’è un vuoto che non riescono a spiegarsi.

È una solitudine diversa, più difficile da riconoscere e da raccontare senza imbarazzo o vergogna.

Una solitudine che nasce dentro la relazione stessa e che spesso viene vissuta in silenzio, con la sensazione confusa che “qualcosa non funzioni”, anche se dall’esterno tutto sembra andare esattamente come dovrebbe.

Insieme ma soli. Cos’è la solitudine in coppia

La solitudine in coppia è una sensazione di isolamento, purtroppo, assai più comune di quanto si pensi.

Se stiamo con qualcuno e magari ci viviamo insieme, infatti, tendiamo a dare per scontato che la sua presenza fisica basti a farci sentire bene, appagati, al riparo da vuoto e solitudine.

Ma non basta trascorrere del tempo insieme, nella stessa stanza o sotto lo stesso tetto, per sentirsi in contatto con l’altro.

La solitudine in coppia, infatti,non ha a che fare con l’essere soli o in compagnia del partner, quanto con il sentirsi emotivamente connessi.

Ha a che fare con lo sguardo dell’altro, con la sensazione di essere non soltanto visti e sentiti ma ascoltati e riconosciuti per ciò che si è, non solo per il ruolo che si ricopre all’interno della relazione.

Si può dormire nello stesso letto, condividere impegni e responsabilità domestiche, organizzare vacanze, fare persino dei figli insieme e, allo stesso tempo, sentire che manca qualcosa di essenziale al rapporto.

Come se, si camminasse fianco a fianco, senza incontrarsi mai.

Come se si fosse perennemente vicini, ma separati da qualcosa di invisibile che impedisce una vera connessione.

Parli, ma anche se lui o lei ti risponde, hai l’impressione che le tue parole restino sospese nell’aria. Condividi un pensiero, una fatica, un’emozione, e dall’altra parte percepisci distanza, distrazione, assenza.

Manca, insomma, lo scambio autentico, quello spazio intimo in cui poter portare emozioni, dubbi, stanchezze, senza il timore di essere fraintesi, giudicati o lasciati soli.

E’ normale sentirsi soli anche se si è in coppia?

Spesso, quando si rendono conto di sentirsi sole nella coppia, molte persone provano un senso di confusione, vergogna o colpa.

Si chiedono se non stiano esagerando, se il problema non sia tutto nella loro testa.

Altre, invece, reagiscono al senso di solitudine con rabbia nei confronti del partner, ritenuto responsabile di quello che provano, senza riuscire a capire davvero cosa stia accadendo dentro la relazione.

Così emerge la domanda chiave, quella che molte persone tengono per sé, trovando il coraggio di porla soltanto a un freddo motore di ricerca per cercare online la risposta ai loro dubbi:


“È normale sentirsi soli anche se si è in coppia?”

La risposta, in un certo senso, è .


Ci si può sentire soli anche all’interno di una relazione di coppia, e questa sensazione è molto più diffusa di quanto si pensi.

Sentirsi soli in coppia non significa automaticamente che l’amore sia finito o che quella che abbia accanto è “la persona sbagliata”.

Troppo spesso, è questa la conclusione che traiamo quando ci sentiamo soli con il partner.

Ma se questa sensazione di vuoto e solitudine si ripresenta ogni volta che entriamo in relazione con qualcuno, come fosse parte di un copione già scritto, allora dovremmo fermarci a riflettere un momento sulla natura dell’emozione che proviamo.

È importante fermarsi a guardarla con più attenzione.
In questi casi, infatti, non parla solo della relazione attuale, ma probabilmente di modalità relazionali più profonde, di bisogni emotivi che faticano a trovare spazio o di vecchie dinamiche che tendiamo a riproporre senza rendercene conto.

Spesso, la solitudine emotiva emerge anche in relazioni stabili, durature, apparentemente serene, quelle in cui dall’esterno “va tutto bene”.

Non è l’assenza dell’altro a determinarla, quanto una distanza che si crea nel tempo, spesso in modo graduale e quasi impercettibile, tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo davvero a condividere con il partner.

E attenzione.

A dispetto di quel che si può credere, non è l’altro a farci sentire soli.

O almeno, non sempre.

Il partner non è necessariamente un colpevole né qualcuno che “non fa abbastanza”.

Più spesso, la solitudine nasce da qualcosa che si è perso lungo la strada: uno spazio emotivo condiviso.

È proprio questa mancanza di connessione, più che la relazione in sé o l’altro, a generare un senso di vuoto profondo anche quando si è in due.

La solitudine in coppia, quindi, non è sempre il segnale di qualcosa che non va nell’altro.


Spesso è il campanello d’allarme di una nostra difficoltà a sentirci visti, ascoltati, riconosciuti davvero.

Mi è capitato spesso di ricevere nel mio studio di psicoterapia persone che lamentavano di sentirsi sole nella propria relazione.

Quando domando loro da quanto tempo avvertono questo senso di solitudine in coppia, mi viene risposto “da tanto tempo, quasi da sempre”.

E allora, la domanda che pongo successivamente è: “Se è così, perché hai scelto questa persona?

Quello che emerge non è banale, tutt’altro.

Spesso, purtroppo, quando le persone si lamentano del partner, dicendo di non sentirsi connessi con lui o lei, guardano soltanto l’ultimo fotogramma della relazione cioè quel che non va, il proprio bisogno non appagato.

Ma se di bisogno dobbiamo parlare, allora occorre andare a monte, risalire all’origine e quindi capire quali sono stati i presupposti di questa relazione.

Sulla base di quale motivazione è stato scelto il partner?

Lo so che può sembrare svilente per l’amore fare questo discorso, ma non tutti si innamorano a prima vista.

Molto spesso le persone scelgono il partner e questo, di per sé, non è un male.

Ma capita di farlo sulla base di presupposti che poi gli si ritorcono contro.

Se, per esempio, c’è una persona che ha raggiunto una certa età e vuole necessariamente fare dei figli, quella è la priorità.

Allora cercherà un uomo (o una donna) disposto a mettere su famiglia, senza tenere però in considerazione altri aspetti come quello erotico, comunicativo o di condivisione.

Bisogna quindi lo scomodissimo lavoro, non semplicemente di incolpare l’altro ma di scavare per capire quali sono stati i bisogni che abbiamo cercato di soddisfare quando abbiamo scelto il partner.

È una domanda scomoda, certamente.

Ma è il primo passo per capire che più che odiare l’altro perché non è quel vogliamo, dovremmo comprendere che l’altro non lo è mai stato ma a noi andava bene così, perché magari soddisfaceva altri bisogni come quello di stabilità.

Spesso, persone che hanno delle problematiche a livello psicologico – penso ad esempio all’ansia o a una profonda insicurezza – cercano proprio dei partner stabili, al limite del noioso.

Risolvono un problema ma se ne creano un altro, che diventa poi motivo di grande dolore.

Ci sono poi persone che partono dal presupposto che da sole stanno bene e che quindi l’altro deve essere un in più.

Questa sembrerebbe la posizione più auspicabile, anche a detta di altre figure professionali che consigliano questa “autonomia emotiva”.

In realtà dovremmo cercare di non banalizzare questo argomento, perché è momlto più complesso di così.

Molto spesso, infatti, per le persone che già stanno perfettamente da sole non è facile trovare un partner.

Perché?

Perché se già stai bene da solo, si presuppone che se il partner c’è oppure no, non cambia nulla. E quindi già il presupposto della coppia stessa viene meno.

L’amore non prevede soltanto che l’altro ci debba far divertire, portare a spasso, sorprenderci.

Ci deve essere un incastro tra i bisogni dell’uno e dell’altro che si incrociano e si compattano fino a diventare un coppia che potrà andare avanti e resistere nel tempo.

Purtroppo spesso le persone sanno cosa vogliono ma questo non sempre coincide con ciò di cui hanno davvero bisogno.

Perché difficilmente si conosce davvero quel bisogno.

Capita poi che le persone che dicono di stare bene da sole, quando poi entrano in relazione, non sono persone che danno.

Piuttosto si mettono sul piedistallo e aspettano che sia l’altro a dare loro qualcosa in più.

Ma l’amore è mettersi al servizio dell’altro, non pretendere qualcosa da lui o lei.

“Mio marito mi fa sentire sola”. I segnali della solitudine emotiva in coppia

La sensazione di essere soli nella coppia emerge nel quotidiano, in quei piccoli episodi che, presi singolarmente, appaiono insignificanti, parte di una routine ormai consolidata.

Se li mettiamo in fila, però, ci raccontano una storia molto diversa sulla coppia e su come funziona la relazione.

Uno dei primi segnali che mi vengono in mente è la sensazione di non venire ascoltati quando parliamo.

Pensiamo a una donna che rientra a casa la sera con la testa piena di pensieri.

La giornata è stata lunga, il lavoro pesante, forse c’è stata una discussione con un collega. Si siede a tavola per la cena e prova a raccontare al marito quello che le è successo.

Vorrebbe soltanto trovare un alleato con cui sfogarsi un po’.

Lui risponde ma con mezze frasi, distratto, con gli occhi che scivolano sul telefono o sulla televisione accesa in sottofondo.

Così, a un certo punto, lei smette di parlare.

Un altro segnale è la sensazione di dovercela fare sempre da sola.

Quando qualcosa va storto, quando si sente fragile, stanca o in difficoltà, non pensa più al partner come al primo rifugio. Non perché non lo ami, ma perché teme di non essere capita, di sentirsi dire che “non è poi così grave”, che “esagera”, che “passerà”.

Allora si arrangia.

Poi c’è il silenzio.

Non è il silenzio dopo una lite, carico di rabbia. È un silenzio più sottile, fatto di cose che non vengono più dette perché tanto “non serve parlarne”.

E così “mio marito mi fa sentire sola” non nasce da un singolo episodio, ma dalla somma di tante piccole mancanze: sguardi che non si incrociano, parole che non trovano spazio, bisogni che restano senza risposta.

Sentire il partner estraneo. Le cause del senso di solitudine in una relazione

Quando una persona dice “mi sento sola con mio marito” o “mi sento solo con la mia compagna”, spesso non sta descrivendo la propria attuale relazione.

Sta raccontando l’effetto finale di dinamiche che hanno radici molto più lontane nel tempo.

La solitudine emotiva, infatti, raramente nasce da un singolo comportamento del partner o da un periodo difficile. Più spesso è il risultato di copioni relazionali profondi, appresi molto prima della relazione attuale.

Ognuno di noi, infatti, entra in coppia portando con sé una sorta di “manuale invisibile” su come funzionano i legami d’amore.

Si tratta di schemi e comportamenti che abbiamo assorbito durante l’infanzia, attraverso il contatto con le figure affettive di riferimento, primi tra tutti i nostri genitori.

Il clima emotivo in cui siamo cresciuti, in pratica, plasma il nostro modo di stare in relazione con l’altro. Quello che abbiamo vissuto ci “insegna” cosa dovremmo aspettarci da una relazione.

C’è chi è cresciuto in famiglie in cui:

  • le emozioni non venivano nominate o peggio venivano,
  • il bisogno di conforto veniva reputato infantile o segno di debolezza;
  • veniva esaltata l’autonomia più che la vicinanza…

In questi casi, da adulti, si può amare profondamente il partner ma non sentirsi autorizzati a portare nella relazione la propria vulnerabilità.

Se, crescendo, abbiamo imparato che chiedere attenzione, rassicurazione o vicinanza era inutile o “troppo”, potremmo aver sviluppato l’abitudine ad adattarci e accontentarci di una presenza parziale, pur di non scomodare l’altro o di perderlo.

In coppia questo si traduce in una condizione paradossale: desideriamo profondamente entrare in connessione profonda con il partner, ma allo stesso tempo non sappiamo più come crearla.

Accanto ai copioni relazionali appresi nell’infanzia, un’altra causa frequente della solitudine in coppia riguarda il modo in cui ciascuno di noi percepisce sé stesso ovvero la nostra autostima.


Quando, nel profondo, non ci si sente abbastanza degni di attenzione o “meritevoli” di amore, si entra nella coppia con un’aspettativa di rifiuto e abbandono da parte dell’altro.

In pratica, ci si aspetta che l’altro, a un certo punto, si accorga che non valiamo la pena e ci si comporta di conseguenza, cercando in ogni silenzio e in ogni mancanza la conferma della disgrazia imminente.


C’è chi sta sempre allerta, attento a ogni minimo segnale dell’altro, cercando continue rassicurazioni (ne ho parlato in un articolo che trovi qui); chi, al contrario, si chiude in sé stesso per proteggersi dal dolore e chi, invece, evita di esprimere bisogni e desideri per paura di risultare troppo esigenze.

Paradossalmente, nel tentativo di non perdere l’altro, si finisce per allontanarlo.

Purtroppo, quando ci si sente soli in relazione, molto spesso c’è l’errore di concentrarsi tanto sulle mancanze dell’altro e molto poco sui bisogni originari, che quella persona non ha compreso.

Almeno finché la vita non glieli ha fatti capire.

Dal punto di vista biologico, c’è anche un altro fattore da tenere a mente, quello de principio di omeostasi.

Le persone a un certo punto si abituano a ciò che hanno, è qualcosa di fondamentalmente umano.

Quindi, quando una persona trova un partner che dà tanto, a un certo punto è normale che desideri altro.

Ma questo è un problema che non ha a che fare con la qualità del partner, quanto con dei profili intrapsichici che andrebbero indagati, senza additare l’altro come manchevole.

Faccio un esempio semplice.

Se noi siamo abituati a mangiare bene, molto bene, andremo poi a cercare la primizia, qualcosa che nessun ristorante fa.

Se noi siamo, invece, abituati alla malnutrizione, qualsiasi cosa andrà bene pur di mangiare.

È possibile ritrovare connessione emotiva in coppia?

È certamente possibile riconnettersi con l’altro, ritrovando feeling nella coppia.

A patto, però, che non si punti necessariamente il dito contro l’altro, ma si provi a capire piuttosto quali sono i bisogni che dobbiamo soddisfare.

E poi cercare di rimandare all’altro questi bisogni, con chiarezza e gentilezza, accogliendo anche quel che viene dal partner.

Soltanto così si potrà cercare di venirsi incontro per incastrare quei reciproci bisogni.

Purtroppo nell’epoca moderna assistiamo a tendenza generale che, oserei dire, assomiglia quasi a un disegno: si va sempre più verso un’ipertrofia dell’io. Tutti sono convinti di essere così speciali e unici da meritarsi il meglio.

Ma questa è veramente una sonora sciocchezza.

Non è un fatto di sentirsi speciali, è un fatto di capire se quella persona è adatta a me sulla base del mio specifico bisogno.

Magari non è una persona che ha tutte queste qualità, ma va bene per me.

È limited edition.

Quel sentirsi dannatamente speciali è il presupposto di un cammino che porta soltanto verso la solitudine.

Non bisogna sentirsi uno qualunque ma nemmeno il non plus ultra di qualcosa, perché è assolutamente irrealistico e allontana le persone dall’amore che è un rapporto genuino, non un colloquio di lavoro da far sostenere all’altro.

Quindi è possibile la riconnessione a patto di avere la forza di mettersi in discussione piuttosto che incolpare l’altro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *