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Uomini dipendenti: la dipendenza affettiva al maschile

Non esistono soltanto le donne dipendenti

La maggior parte di coloro che entrano nel mio studio di psicologo psicoterapeuta a Roma Eur alla ricerca di un aiuto professionale per uscire dalla dipendenza affettiva sono donne.

Gli uomini rappresentano una percentuale minima.

Perché?

Dati alla mano, sappiamo che sono soprattutto le donne a sviluppare un attaccamento dipendente dal proprio partner. Quante amiche, quante colleghe hai sentito parlare delle proprie relazioni tossiche? E quanti amici maschi?

Almeno in apparenza, la dipendenza affettiva sembra una questione tutta al femminile.

Eppure, ritengo che bisognerebbe indagare il fenomeno più a fondo per averne la certezza, avvalendosi di strumenti statistici. Non sarebbe per nulla facile, però.

Anche se i questionari di valutazione sono anonimi, infatti, molti uomini provano vergogna nell’ammettere di essere dipendenti dalla propria compagna.

Ed è proprio questo il problema, ciò che ci fa sottostimare il fenomeno della dipendenza affettiva al maschile.

Gli uomini crescono all’interno di un contesto sociale che impone loro di assumere alcuni atteggiamenti ed evitarne altri pur di essere accettati, reputati “nella norma”. Questo accade fin dall’infanzia, a partire da quegli anni fondamentali in cui strutturiamo la nostra personalità.

Sicuramente ti sarà capitato di sentire un genitore riprendere il proprio bambino mentre piange, rivolgendogli frasi improprie come: “Smettila, non fare la femminuccia/la donna!”

Ecco, questa era una frase piuttosto tipica ancora negli anni ‘80/’90. Sono passati quasi quarant’anni da quell’epoca, il mondo è cambiato.

Ma succede ancora di sentir pronunciare parole di questo tipo che etichettano un determinato comportamento – l’espressione dei propri sentimenti – come femminile, appannaggio esclusivo delle donne.

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Di recente, Netflix ha rilasciato sulla propria piattaforma streaming la docu-serie che racconta il processo intentato da Jhonny Depp contro l’ex moglie, Amber Heard.

In questa sede non posso entrare nel merito della vicenda giuridica poiché sappiamo che quanto che emerge nell’aula di un tribunale non è la verità assoluta ma, semplicemente, la verità giuridica.

Questo può confermarlo chiunque si intenda un pochino di diritto.

Tuttavia, questa serie può fornirci alcuni interessanti spunti di riflessione sul tema della dipendenza affettiva al maschile e al femminile.

Innanzitutto, vediamo emergere il senso di vergogna e anche la fatica con cui Jhonny Depp, a un certo punto, riesce a parlare degli abusi che subiva, di questa sorta di sudditanza in cui si trovava imprigionato, sottomesso alla propria aguzzina, identificata con la compagna.

C’è un’enorme difficoltà da parte degli uomini nel parlare di tutto questo, nell’ammettere di aver subito.

Fortunatamente, però, stiamo progressivamente sdoganando il tema della dipendenza affettiva al femminile. E, movimenti come il #MeToo, hanno dato voce alle donne, permettendo loro di trovare la forza e il coraggio per raccontare le ingiustizie e gli abusi subiti.

Non esiste, però, soltanto la violenza degli uomini sulle donne.

Esistono anche donne violente, che abusano fisicamente e psicologicamente degli uomini.

Saremmo degli sprovveduti se vedessimo la questione soltanto in un verso, tralasciando il rovescio della medaglia, oscurandolo.

Parlo di dipendenza affettiva e di abuso insieme non a caso.

La dipendenza affettiva, infatti, si caratterizza per la presenza di un elemento: la persona dipendente non vuole essere dipendente. Non si tratta di una persona che vive una storia d’amore in cui è presente un certo grado – sano – di dipendenza.

Vorrei ricordare, infatti, che nelle relazioni d’amore c’è anche un po’ di dipendenza.

Molti potrebbero non essere d’accordo con questa mia affermazione. Ma a mio modo di vedere le cose, noi nasciamo all’interno di un nucleo familiare all’interno dei quali, in quanto bambini bisognosi di affetto e cure, creiamo spontaneamente dei legami di dipendenza.

Quando cresciamo, ci troviamo a creare dei nuovi legami di dipendenza, con altre figure sane, senza ricalcare copioni disfunzionali appresi in famiglia. È chiaro che se in famiglia siamo stati esposti a un modello di amore disfunzionale, tenderemo a cercare quel tipo di relazione. Per stringere un rapporto sano e libero, dobbiamo riuscire ad andare oltre quegli schemi, intervenendo magari con una buona psicoterapia.

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Caratteristiche dell’uomo dipendente

Quando vengono nel mio studio di psicologo uomini che confessano di aver subito veri e propri abusi psicologici – dolorosi quasi quanto quelli fisici – ne parlano con grande difficoltà, con grande imbarazzo.

Questi soggetti, vittime della dipendenza affettiva, presentano diverse caratteristiche.

Una delle principale è l’incapacità di autogestirsi: gli uomini che ne soffrono mancano di agentività rispetto alla propria vita.

Quel che fanno dipende in larga misura dal volere di qualcun altro.

Più in particolare, questi uomini si sentono responsabili della felicità della propria compagna, si sentono in dovere di accontentarla in ogni modo.

Questo è un tipico meccanismo sotteso alla dipendenza affettiva al maschile, innescato da manipolazioni operate in forma più o meno sottile dalla donna. Per esempio, lei potrebbe fare paragoni continui con quello che hanno i fidanzati, i mariti o gli amanti delle sue amiche, protestando di non avere altrettanto.

Si passa dalle vacanze, ai regali, all’attenzione che evidentemente quest’uomo non le riserva a sufficienza, secondo lei.

Quella che vediamo in atto è una vera e propria dinamica disfunzionale.

L’uomo dipendente, infatti, cede a questo ricatto morale che poi diventa anche violenza psicologica e inizia a dare, dare, dare tutto quello che può, senza risparmiarsi.

E qui si apre il paradosso, che potremmo descrivere con le stesse parole che Paul Watzlawick, psicologo e filosofo esponente della scuola di Palo Alto, riservava alle ipersoluzioni cioè quelle soluzioni talmente efficaci che diventano esse stesse il problema.

Che accade dunque?

L’uomo dipendente affettivo continua a dare, dare, dare e con ciò è come se dimostrasse all’altra che prima non dava abbastanza. Va così a confermare l’accusa implicita della sua aguzzina, della donna richiestiva che si carica ancora di più, come se il risarcimento diventasse ancora più impellente.

Quindi più lui dà, più lei chiede, ritenendosi insoddisfatta di quel che riceve.

È una psicotrappola ed è assurdo pensare che dare sia la soluzione al problema.

Molti che vengono nel mio studio di psicologo psicoterapeuta a Roma Eur, mi raccontano proprio di aver cercato di soddisfare le richieste della propria partner, dandole sempre di più.

Il risultato?

Un fallimento completo: lei, anziché riconoscere il suo impegno, voleva ancora e ancora, sempre di più.

Questo meccanismo dovrebbe essere indagato con attenzione e senza vergogna. È proprio il sentimento di vergogna, purtroppo, che tiene gli uomini lontani dallo studio dello psicologo, che impedisce loro di rivolgersi a un professionista per superare le proprie difficoltà affettive.

Ma non bisogna vergognarsi.

Quello che posso dirti è che tanti uomini di valore hanno subito violenze e abusi da parte della propria partner. Parlo di grandi imprenditori che gestiscono veri e propri imperi, personaggi di successo.

La violenza e la dipendenza affettiva sono fenomeni trasversali, che possono riguardare chiunque, qualsiasi tipo di persona, anche quelle apparentemente più forti.

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Il dipendente affettivo può amare davvero?

 

Viste le premesse, a questo punto potresti porti un interrogativo: ma il dipendente affettivo può amare?

Dobbiamo parlarci chiaro rispetto a questo tema.

Il dipendente affettivo sicuramente amava, ha amato.

Come diceva Troisi: “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”.

Può capitare che una storia d’amore iniziata con tanti buoni propositi e belle parole, poi si trasformi in altro, nella misura in cui le richieste diventano sempre più incolmabili, nonostante gli sforzi.

Da amore diventa dipendenza.

Adesso, l’uomo dipendente affettivo, quando entra nel mio studio, è fortemente arrabbiato, prima di tutto con sé stesso. Ritiene, infatti, di essere lui quello difettoso, quello che non va bene, che ha qualche problema da risolvere per poter stare con la propria partner.

Tante volte, se si lavora bene con queste persone, in terapia emerge la rabbia che questi soggetti nutrono nei confronti della persona che li ha abusati, verso coloro che lo hanno fatto sentire responsabile della loro felicità.

Ma non è giusto delegare la propria felicità a un altro.

Si può delegare nel senso di fare un percorso insieme, progettare, costruire, stare fianco a fianco.

Ma non nel senso di farsi sostituire dall’altro, consegnargli la responsabilità di noi stessi, della nostra vita, della nostra realizzazione personale.

Nel corso della pratica clinica, mi sono reso conto di un aspetto interessante della questione.

Spesso, gli uomini narcisisti non vanno in terapia, non intraprendono un percorso per superare il proprio disturbo e imparare ad amare sé stessi e l’altro, costruendo relazioni sane.

Le donne narcisiste, invece, tendono maggiormente ad andare in terapia. Ma solitamente si presentano dal terapeuta alla ricerca della conferma del fatto che il loro partner è inadeguato, incapace, non adatto a stare con loro.

Capita anche che loro stesse convincono i propri mariti o partner fortemente traumatizzati ad andare in terapia come a dire: “Dottore, me lo curi!”

Per rispondere alla domanda che ha innescato questa riflessione, dunque, possiamo dire che l’uomo dipendente un tempo amava. Adesso, chissà…

Nel senso che la rabbia che provano sicuramente li condurrà a rivedere alcune cose della propria vita e della propria relazione.

IL MIO METODO

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Come comportarsi con un uomo che soffre di dipendenza affettiva

La prima cosa che occorre fare se si vuole aiutare un dipendente affettivo o se tu stesso ti ritrovi nel in una situazione di questo genere, è capire cosa sta accadendo.

Rifletti un momento: le ultime tre decisioni che hai preso nella tua vita sono state tue o di lei?

Nel momento in cui tutte le tue scelte vengono influenzate dall’opinione dell’altro, è probabile che stiamo parlando di dipendenza affettiva.

Facciamo però un distinguo.

Chiedere un parere al proprio partner, soprattutto se ha una precisa cognizione della questione e ne sa più di me, è del tutto legittimo. Ed è chiaro che prenderò in seria considerazione il suo suggerimento per decidere.

Ma se mi sento invaso, abusato, non rispettato, allora stiamo parlando di un’altra cosa.

Donna narcisista e uomo dipendente affettivo

C ‘è stato un periodo in cui soltanto gli uomini potevano essere narcisisti. Quest’etichetta veniva riservata soltanto ai membri del genere maschile.

Oggi, però, stiamo riscontrando sempre di più che esistono anche donne narcisiste.

Donne narcisiste che chiaramente possono avere una struttura di personalità borderline e istrionica, come è stata appunto definita Amber Heard nell’ambito del processo contro Jhonny Depp. Ma al di là della nomenclatura tecnica e delle etichette diagnostiche, quello che va capito è che spesso queste donne volendo stare sul palco h24, fanno costanti richieste di attenzioni al proprio partner e quindi scelgono di accompagnarsi con un uomo che glielo lascia fare, che le lascia esibire.

Ma questo non basta per far funzionare un rapporto.

Cominciano allora quelle continue e ripetute richieste, sempre più grandi, con il risultato che rimangono sempre e comunque insoddisfatte.

Voglio essere chiaro per non dare adito a dubbi o eventuali polemiche.

Non esistono i mostri. Esistono le persone che hanno una storia della propria vita.

Questa considerazione non assolve né giustifica le azioni che compiamo e che hanno delle conseguenze sull’altro.

Serve, piuttosto, a soffermarci per considerare tutti gli aspetti di una dinamica complessa in cui l’abusante, molto spesso, è stato anch’esso una vittima.

Nel corso del processo Depp-Heard, sono emersi elementi che permettono di ricostruire il vissuto infantile della Heard, fatto di abusi e violenze da parte del padre. Raccontare quel vissuto non significa giustificare il comportamento della Heard ormai donna adulta.

Ma dobbiamo cercare di capire che non si nasce mostri, nella maggior parte dei casi.

Se leggi quest’articolo e ti ritrovi nella descrizione di cui sopra, se ti rendi conto che a tua volta metti in atto delle manipolazioni nei confronti del partner per sentirti sempre al centro dell’attenzione perché senti questo vuoto, vorrei rassicurarti.

Nel momento in cui te ne accorgi, vuol dire che puoi fare qualcosa.

Questo è un segno positivo, predittivo di un buon percorso terapeutico. Accorgersene, prenderne coscienza è il primo passo sulla strada della guarigione.

Ti lascio con questa ultima riflessione: un piccolo esercizio da fare.

Scrivi se c’è stato qualcosa che hai fatto nell’ultimo periodo per lei che, alla fine, l’ha placata. E se questo ha avuto una lunga durata oppure, dopo poco, tutto è cominciato da capo, esattamente come prima.

Se questo è il tuo caso, allora probabilmente le richieste della tua donna andrebbero approfondite, comprese nella loro vera essenza.

Piccola nota finale: articoli come questo non servono a fare autodiagnosi fai-da-te. La psicodiagnostica è una branca ben precisa della psicologia, che prevede anni di studio e formazione per sviluppare le competenze necessarie a valutare la personalità degli individui ed elaborare un profilo. Inoltre, il modo in cui descriviamo la realtà e la situazione che viviamo è sempre viziato dal nostro punto di vista, di conseguenza è difficile parlare di verità oggettiva, ma sempre di verità soggettiva.

Spero di esserti stato d’aiuto.

A presto,

MMM

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