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Sindrome dell’impostore: quando la bassa autostima ti impedisce di dare il meglio di te

“Non merito nulla”: cos’è la sindrome dell’impostore

“Dottore, ho fatto l’esame più difficile della facoltà di Giurisprudenza, ho preso il massimo dei voti… però sono stato fortunato!”

“Dottore, sono tra le più giovani tirocinanti della Banca d’Italia… eppure mi sembra che non valgo abbastanza, che non me lo merito affatto”

Ecco, queste sono le classiche affermazioni che sento da uomini e donne, ragazzi e ragazze che incontro nel mio studio di psicologo all’Eur e che sono affette dalla cosiddetta sindrome dell’impostore.

Intanto una piccola nota tecnica, a scanso di equivoci.

Questo non è un disturbo catalogato nel DSM-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali a cui solitamente fanno riferimento i professionisti della salute mentale. Di conseguenza, parlare di “sindrome” non è del tutto corretto quando si affronta questo problema.

Al di là di questioni di inquadramento, però, quello che ci interessa comprendere è che l’impostore vive immaginando che tutti i suoi successi siano fortuiti.

È fermamente convinto che quello che riesce a ottenere non gli deriva dalla sua abnegazione, dall’impegno e dai sacrifici, ma da contingenze esterne.

Chi vive la sindrome dell’impostore è un po’ come se fosse uno scolapasta.

Come lo scolapasta non trattiene l’acqua, così lui o lei non riesce a “trattenere l’autostima” dalle esperienze che fa. La conseguenze è che nel tentativo di colmare questo contenitore “forato” si cerca sempre di dare il massimo, di fare di più, entrando in un vortice che è un vero e proprio circolo vizioso.

Infatti, più una persona cerca di essere perfetta, più alza l’asticella e più si espone a uno stress crescente che, mescolato anche ai sensi di colpa, come sappiamo, porta all’ansia e qualche volta persino alla depressione.

In sostanza, la persona che soffre della sindrome dell’impostore è gravata da tanti sensi di colpa e dalla sensazione costante di non essere all’altezza del ruolo che ricopre, di non essere abbastanza brava.

Esiste poi anche un’altra variante di questo problema, anche se non ne troverai traccia da nessun’altra parte.

Dal mio punto di vista di psicologo psicoterapeuta, infatti, c’è una netta differenza tra la persona che comunque fa e cerca di raggiungere la perfezione e la persona che, invece, per paura di fallire, di non riuscire, di fare brutta figura, evita di intraprendere qualsiasi progetto, di fare.

Questi ultimi sono tra quelli che provano un senso di vergogna così forte che li porta poi alla paralisi, a non mettersi mai in discussione, a non buttarsi.

Talvolta, queste persone vivono proprio delle vite parallele per evitare che familiari, amici e conoscenti possano pensar male di loro.

Per esempio, ci sono studenti universitari che raccontano ai propri genitori che stanno riuscendo a dare gli esami, ma in realtà non è così.

La paura di deludere l’altro e quella di fallire, impediscono loro di fare, di andare avanti.

Riassumendo, dobbiamo distinguere tra chi vuole la perfezione e si sforza in ogni modo per raggiungerla perché sente sempre di non essere abbastanza e la persona che, al contrario, evita per paura di non riuscire mai.

Sembra una distinzione di poco conto, ma sotto un profilo di inquadramento fa la differenza, poiché si troveranno strategie diverse per uscire dal problema a seconda del caso.

L’intervento è completamente diverso poiché si tratta di due tipologie di paziente che, anche se presentano lo stesso problema, lo declinano in forme completamente diverse.

Quindi diverso sarà anche l’approccio da usare con loro.

Anzi, è fondamentale capire fin da subito questa differenza sostanziale onde evitare di fare danni, proponendo soluzioni non adatte.

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Immagine di Freepik

Le cause della sindrome dell’impostore: ecco perché non pensi di valere abbastanza

Ma quali sono le ragioni, le cause della sindrome dell’impostore?

I pazienti che soffrono di sindrome dell’impostore che si sono rivolti a me, venendo nel mio studio di psicologo psicoterapeuta a Roma Eur oppure incontrandomi virtualmente nelle sedute online, hanno una caratteristica comune:

vengono tutti da famiglie di medio/alto livello, dove i genitori sono liberi professionisti e/o imprenditori, persone di successo che in maniera implicita o esplicita hanno lasciato intendere loro che il successo in ambito professionale sia fondamentale per realizzarsi come persona.

In sostanza, è come coi loro gesti, comportamenti e parole se trasmesso loro questo messaggio: io posso amarti soltanto se hai successo e non in quanto persona, figlio o figlia, che merita rispetto e amore a prescindere.

Non posso amarti semplicemente per quello che sei ma solo per ciò che fai o ottieni.

Soffermati per un momento  e prova a metterti nei panni di un figlio che cresce in una famiglia di questo tipo…

Quanto può essere doloroso sapere di essere amati in funzione di… e non semplicemente perché esistiamo, come individui unici e irripetibili, con i nostri pregi e difetti, i pro e i contro?

Che esperienza terribile deve essere sapere che i nostri genitori ci vogliono bene soltanto se diventiamo qualcuno, che il loro affetto non è incondizionato?

Nella mente delle persone che vivono questa esperienza si crea un’equazione: se ho successo sono meritevole d’amore, altrimenti no, non valgo nulla e non merito nulla.

Sindrome dell’impostore sul lavoro

Sul posto di lavoro, chi soffre della sindrome dell’impostore tende a sgobbare come un mulo, a sobbarcarsi impegni e incombenze.

Ma vorrei sottolinearlo, questo non vale tanto a livello quantitativo ma soprattutto qualitativo?

Ciò significa che queste persone quando devono completare una task, un compito, finché non hanno raggiunto la perfezione, non passano a quello successivo.

Il risultato?

Anche se si impegnano tantissimo, il capoufficio o il responsabile di turno li rimprovera poiché sono troppo poco performanti. Ogni lavoro, infatti, soprattutto in ambito aziendale, segue un principio di economicità per il quale, se un singolo compito richiede troppo tempo, diventa antieconomico, non profittevole.

Se ci vogliono ore e ore, controlli su controlli, tutto il resto del lavoro chi lo fa?

E quindi, come sempre, la soluzione diventa il problema.

Io, insicuro al massimo, affetto dalla sindrome dell’impostore, faccio mille controlli perché non voglio commettere alcun errore, ma questo mi porta a essere rimproverato aspramente.

Sindrome dell’impostore in amore

In amore non è tanto diverso.

In amore, sentirsi non meritevoli di essere amati per quel che sono, porta le persone a dare, dare, dare nel tentativo di soddisfare l’altro…

Prendiamo il caso di una ragazza che si è presentata nel mio studio di psicologo psicoterapeuta a Roma Eur per affrontare i suoi problemi con il fidanzato.

La chiameremo Luisa, per tutelare la sua privacy.

Luisa aveva una relazione da lungo tempo con un ragazzo, che la riempiva di doni e attenzioni. All’inizio, tutto questo le faceva molto piacere. Ma alla lunga, si era resa conto che oltre questo non c’era altro perché questa persona non poteva non dare, aveva necessità di farlo per dimostrarle il suo valore attraverso le cose materiali.

Essere amati in funzione di… ci costringe a indossare una maschera perché ci convinciamo di poter ottenere affetto soltanto se saremo qualcun altro.

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Il contrario della sindrome dell’impostore: l’effetto Dunning-Kruger

Spesso, si sente parlare anche del contrario della sindrome dell’impostore. Si tratta di quello che viene comunemente definito effetto Dunning-Kruger, un tipo di distorsione cognitiva per la quale si tende a sovrastimare la propria competenza e preparazione, giudicandola superiore a quella degli altri.

Coloro che ne sono affetti di solito vengono molto meno in terapia.

E vi basterà guardarvi intorno per riconoscerne diversi. Questi soggetti, infatti, sono coloro che non sanno, non capiscono eppure commentano, quelli che non hanno alcun titolo o competenza ma, nonostante questo, ritengono di potersi esprimere su qualsiasi questione.

Pensano di sapere tutto, pur non avendo studiato nulla o essersi informati su alcunché.

Purtroppo, l’effetto Dunning-Kruger è un po’ incoraggiato dal contesto in cui viviamo, dai social che ci mettono a disposizione un megafono con cui far sentire la nostra voce, una vetrina in cui esporci e guadagnare quei quindici minuti di notorietà che vengono promessi a tutti.

Andy Warhol nei propri diari scriveva che un giorno tutti avrebbero avuto la possibilità di essere famosi per almeno un quarto d’ora al giorno.

È quel che sta accadendo proprio ora grazie alla diffusione di internet e delle piattaforme di condivisione.

Di per sé non è una cosa negativa.

Se non fosse che per raggiungere quel quarto d’ora di fama, le persone direbbero e farebbero davvero di tutto, senza limiti.

Fortunatamente non tutte le persone.

Strategie e consigli contro la sindrome dell’impostore

Come sempre in casi del genere, il mio primo consiglio da psicologo è  prendere consapevolezza del problema.

Soffrire della sindrome dell’impostore significa sentire di non poter essere amati così come si è, per quello che si è, ma solo in quanto portatore di un risultato.

Ecco, se ti accorgi di questo ti suggerisco di lavorarci il prima possibile, chiedendo l’aiuto di un esperto che possa sostenerti nel tuo percorso per acquisire una più solida autostima, una più alta considerazione di te stesso o te stessa.

Anche perché la sindrome dell’impostore, il non sentirsi adeguato, spesso è un problema che riguarda i più giovani, soprattutto le donne ma nella mia esperienza ho incontrato anche tanti ragazzi che ne soffrivano.

Pensaci un momento: come sarebbe essere amati al di là dei risultati, così come si è, nei propri limiti, per quello che sei?

Oltre la sindrome dell’impostore: ritrova una solida autostima

Chiaramente questo è un discorso che riguarda da vicino anche l’autostima.

Quindi superare la sindrome dell’impostore significa recuperare anche una sana e solita autostima, di cui abbiamo già parlato in altri articoli che ti linko qui sotto.

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