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Blocco emotivo: perché non provo più emozioni?

Cos’è un blocco emotivo?

Un giorno nel mio studio di psicologo psicoterapeuta all’Eur si presenta Giulia, una giovane donna di circa trent’anni, avvocatessa di professione.

Ha deciso di prendere appuntamento perché sta affrontando un periodo molto brutto nella sua vita: suo padre è morto in maniera improvvisa, ma lei non riesce a piangerlo.

Sa che dovrebbe provare un’emozione, sentirsi triste e abbattuta per il lutto appena subito. Ci sono persone che dopo una perdita cominciano persino a soffrire di attacchi di panico legati al trauma che hanno vissuto a causa di quel distacco improvviso.

Ma in realtà lei non sente assolutamente nulla.

Vede gli altri intorno a lei che esprimono il dolore, che riescono a stare nella sofferenza mentre lei non sente niente.

Quando viene da me, non lo fa perché ha un problema relativo all’ansia, alla tristezza, alle ossessioni o ai disturbi alimentari – problemi che generalmente tratto in terapia – ma perché dovrebbe provare qualcosa, ma non la sente.

Questo è il famoso blocco emotivo.

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Cos’è dunque il blocco emotivo? Per darne una definizione semplice e diretta, possiamo dire che il blocco emotivo avviene quando una persona sente che rispetto a qualcosa che sarebbe “giusto” provare, non sente nulla, non lo prova.

C’è qualcosa che non va e lui o lei lo avverte in modo chiaro.

Solitamente, quando la persona che si trova a vivere un blocco emotivo vuole capire se è normale quello che le sta accadendo.

“È normale che mi sento così?” mi sento rivolgere spesso questa domanda dai miei pazienti.

Una domanda molto difficile a dire la verità.

Il confine tra normalità e ciò che non è normale non è così netto come si potrebbe immaginare, è molto più sfumato e impreciso di quanto ci si aspetti.

Per una larga fetta di disturbi, il problema esiste nel momento in cui il paziente lo percepisce come tale.

Se una persona non prova nulla, ma non si sente a disagio in questa condizione, se gli va bene perché è fatto così, perché è abituato a essere riservato e non manifesta apertamente le proprie emozioni, allora il problema non si pone.

O meglio, questa situazione potrebbe rappresentare un problema per coloro che stanno intorno a lui o lei.

Ma certamente, come psicologo psicoterapeuta, non andrò a indagarla con le pinze. Non mi metterò a scavare in profondità per tirarlo fuori, qualora la persona si presenti nel mio studio lamentando altre forme di disagio.

Diverso è quando la persona stessa percepisce che qualcosa non va in lui o lei.

Seguendo il mio orientamento, non vado ad aggiungere un problema se la persona non lo percepisce come tale.

Questo è un concetto molto importante per me e vorrei sottolinearlo.

Capita spesso, infatti, che si vada dallo psicologo o dallo psicoterapeuta per un disagio che si prova e si finisce con scoprirne altri cento, così che il percorso si allunga all’infinito per affrontare tutta quella serie di questioni emerse nel tempo, colloquio dopo colloquio.

 

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Chi vive un blocco emotivo non riesce a percepire le emozioni
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Il mio approccio è diverso, focalizzato sulla risoluzione del problema che il paziente mi presenta.

Lavoro su quello che mi viene portato, non vado a cercare altre cose, anche perché molto spesso il paziente è assolutamente consapevole di quale sia il problema, molto più di tanti test diagnostici.

Quello che sto facendo è un discorso generico, che ovviamente può aprire la strada a diverse critiche, a cui vorrei rispondere qui di seguito, in breve.

È vero che alcuni disturbi, soprattutto quelli egosintonici, in cui il paziente non sente che c’è qualcosa di male dentro di lui, non spingono il paziente a prendere appuntamento con uno psicologo.

È il caso dei narcisisti patologici che partendo dall’assunto di essere perfetti mentre gli altri sono sbagliati non vedremo mai in terapia.

Il loro è proprio un disturbo egosintonico.

 

IL MIO METODO IN 3 FASI

1. Il funzionamento

Una prima fase in cui comprendiamo davvero il funzionamento del problema per capire su quali elementi agire.

2. Le soluzioni

In un secondo momento, analizziamo insieme le “tentate soluzioni”, ciò che hai fatto in passato e non ha funzionato per risolvere il problema.

3. Lo sblocco

Dopo aver compreso il funzionamento del problema e aver individuato i tentativi di soluzione fallimentari, arriviamo a consigli ed esercizi necessari allo sblocco del tuo problema.

Si procede così da una seduta all’altra fino alla risoluzione del problema, che molto spesso ha la “forma” di uno o più sintomi.

Come vedi lo scopo di tutto questo non è una maggiore “consapevolezza” del problema, poiché questa non sempre lo risolve, ma ci focalizziamo come un laser sul punto esatto in cui intervenire. Risolviamo

Cosa vuol dire avere un blocco emotivo? Ecco i sintomi e come si manifesta

Le conseguenze di un blocco emotivo, che potremmo anche definire come i sintomi di questo problema, sono numerose.

Innanzitutto, un forte senso di colpa che deriva proprio dal fatto che ci si sente sbagliati, perché non si provano sentimenti ed emozioni adeguati alla situazione che si sta vivendo, qualunque essa sia (per esempio un lutto).

Pensiamo a Giulia, che mi racconta: “ Sono andata al funerale di mio padre, tutti piangevano e mi abbracciavano, facendomi le condoglianze ma io non sentivo niente. Sono un mostro, sono sbagliata, sono una persona gelida, arida!”

Tutto questo può anche scatenare ansia.

Origine dei blocchi psicologici

A questo punto è necessario fare un distinguo rispetto all’origine dei blocchi psicologici.

Spesso un blocco emotivo è scatenato da un trauma, cioè da un evento dotato di forte carica emotiva che non siamo in grado di sostenere.

Cosa accade quando siamo esposti a un trauma?

Accade che la nostra mente, per proteggerci, mette in un posto remoto e nascosto, lontano dalla coscienza, l’evento traumatico. Il traumatizzato qualche volta non ricorda affatto l’evento, mentre in alcuni casi lo ricorda soltanto parzialmente, falsato, deformato, frammentato.

In tutte queste situazioni, la mente ha fatto scattare le proprie difese, tra le quali troviamo proprio il blocco emotivo, che funziona come un’armatura, impedendoci di sentire qualcosa rispetto a quanto accaduto.

Attenzione però.

Nel caso di un blocco psicologico causato dal trauma, i sintomi sono diversi perché in quella tipologia di blocco troviamo i pensieri intrusivi, gli incubi notturni e altre manifestazioni che andrebbero opportunamente valutati da uno psicologo psicoterapeuta.

Come avrete capito, il confine non è così netto.

Proprio per questo occorre rivolgersi a un professionista esperto, formato e con esperienza, poiché occorre una seria preparazione e anni di studi per poter essere in grado di fare una diagnosi e proporre un trattamento efficace per il caso specifico che si sta affrontando.

Altrimenti, c’è il rischio di trattare un disturbo con tecniche e metodi che andrebbero bene per altro, con il risultato di non ottenere alcun beneficio dalla terapia. Anzi, se il trattamento non è corretto, è possibile anche che sia controproducente.

Quindi se il blocco emotivo è dato da un trauma, che viene rimosso, allora abbiamo tutta un’altra serie di sintomi.

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Quando il blocco emotivo è legato a un evento specifico, come nel caso di Giulia che ricorda perfettamente quanto avvenuto, il trattamento è un po’ più agevole poiché il paziente è già consapevole della causa del problema e si può andare a lavorare direttamente lì, sull’evento specifico.

Se questo non accade perché il paziente non ricorda o ha un ricordo solo molto vago, allora occorre fare tutto un lavoro preparatorio per poter capire qual è il trauma che ha causato il blocco emotivo.

Quindi, i sintomi variano in base al tipo di trauma.

La difesa del blocco emotivo è un po’ trasversale in tutti gli esseri umani.

È come quando manca l’elettricità a casa. Quando c’è stato un sovraccarico di energia, la rete si “riposa” togliendo l’energia elettrica.

Qual è il problema del blocco emotivo?

È che quando tu involontariamente arrivi a far scattare questo meccanismo di difesa, non tagli fuori soltanto l’aspetto emotivo legato al trauma.

Tagli fuori tutte le emozioni in generale.

Giulia, infatti, non mi parlava di un blocco psicologico legato soltanto alla morte del padre e a tutto ciò che le ruotava intorno…

Mi raccontava di un blocco emotivo a 360°.

“Non provo più amore, non trovo piacere nel sesso, non mi interessa più uscire con i miei amici, quello che mi piaceva non mi suscita più nulla”.

La questione è abbastanza complicata.

Poi esistono le persone riservate, che non amano esprimere in modo manifesto i propri stati emotivi e che vedono questo come qualcosa che non dovrebbe esserci.

È il caso di coloro che hanno una bassissima autostima.

In quei casi, la persona percependo l’esterno come pericoloso o sentendosi inadeguata e non all’altezza cerca di proteggersi ritirandosi, evitando di prendere parte a situazioni che potrebbero danneggiarla.

Anche se questo pericolo non esiste nella realtà, è soltanto percepito.

Il blocco emotivo spesso avviene in seguito a un evento traumatico, ma non taglia via soltanto le emozioni legate a quell'avvenimento

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Blocco emotivo e mentale in amore

Il blocco emotivo può essere un serio problema per la coppia.

Per tanti uomini parlare delle proprie emozioni e fragilità è molto difficile.

Sono uomini spesso indottrinati da una certa cultura che ha permeato la nostra società fino agli anni Ottanta e Novanta, una cultura che voleva il maschio rigido, tutto d’un pezzo, impenetrabile e senza emozioni pena l’essere considerato “una femminuccia” o “una mammoletta” cioè, in sostanza, non essere considerato abbastanza uomo.

A soffrirne terribilmente è il partner di turno, moglie, compagna o fidanzata che sia.

Ne soffre a tal punto che invariabilmente sentiamo queste donne lamentarsi esclamando: “Il mio uomo soffre di un blocco emotivo”.

Quello che ci troviamo di fronte, però, è un “blocco mentale” più legato al tipo di personalità che si è strutturata nel tempo, influenzata dall’educazione e dalle esperienze vissute dal soggetto, che un blocco emotivo innescato da un trauma.

Il blocco emotivo può riguardare tutti, a prescindere dall’età.

La mia esperienza clinica mi permette di dire che si tratta di un problema molto diffuso tra i ragazzi delle nuove generazioni che non hanno subito il “lavaggio del cervello” della cultura patriarcale quanto i loro nonni e padri.

Sempre più spesso, infatti, mi capita di ricevere nel mio studio di psicologo psicoterapeuta all’Eur ragazzi che non sanno minimamente come approcciarsi alle emozioni.

Purtroppo, ancora ai giorni nostri, manca completamente un’educazione affettiva.

Anzi, si prova vergogna nel provare l’emozione, nel parlarne in modo aperto e spontaneo, come dovrebbe invece avvenire.

Bisogna fare un lavoro sull’alfabetizzazione delle emozioni. Occorre saperle riconoscere in noi stessi e negli altri e soprattutto saperle nominare.

Dobbiamo dare un nome a quello che sentiamo.

Altrimenti sarà impossibile imparare a viverlo nel modo giusto, senza lasciarci travolgere.

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Blocco emotivo sul lavoro

Diverso è il blocco emotivo sul lavoro, che spesso è causato dal burnout.

Che succede nella pratica?

Accade che la persona lavora e lavora talmente tanto che a un certo punto accade esattamente quel che avviene davanti a un trauma: la mente non ce la fa e si ritira e quindi crea un vero e proprio blocco emotivo.

La persona diventa fredda, quasi un automa, che lavora e basta.

È il caso di Francesco, un mio paziente, giovane ingegnere informatico, che quando mi parlava di lavoro aveva sempre le lacrime agli occhi.

Mi diceva: “Io non ce la faccio più. Io mi sento sono soltanto un numero. Lavoro dalla mattina alla sera, cinque giorni a settimana, quando arriva il venerdì sera tiro finalmente un sospiro di sollievo ma la domenica sera ricomincio ad avere l’ansia perché il giorno dopo dovrò tornare a lavoro”.

Te ne avevo già parlato in un articolo dedicato all’ansia mattutina.

Allora, come agisce la mente di fronte a tutto questo?

Esistono due possibilità.

Si protegge con l’ansia, che rappresenta non un male da combattere, ma un grandissimo alleato perché è una spia evidente del disagio, un segnale che ci dice che dobbiamo cambiare le cose.

Oppure, nelle situazioni più gravi, si protegge negando lo stato emotivo in cui ci troviamo e la persona ha come i sensi anestetizzati.

Questo è il caso più pericoloso, pensate un po’.

Tanti vengono nel mio studio preoccupati dall’ansia, che non li fa dormire o che li perseguita a ogni ora.

Sono molto meno preoccupati, invece, quelli che si presentano perché non sentono più nulla.

Sotto un profilo clinico, l’ansia sicuramente è qualcosa che può diventare estremamente invalidante. Ma il blocco emotivo, sebbene non impedisca di svolgere le normalità attività del quotidiano, equivale a non vivere.

Che vita è quella senza emozione?

Vorrei spiegarmi meglio con una metafora: la mente è il volante, l’emozione è il carburante.

Le persone che provano una fortissima ansia, hanno il serbatoio pieno di emozioni ma non sanno dove andare. Quindi la macchina parte, ma dove vado?

Viceversa, la persona che vive un blocco emotivo, possiede un volante in perfette condizioni, che funziona a dovere. Ma per quanto lo manovri, resta sempre nello stesso posto perché non ha l’energia motrice, il carburante, la forza per andare avanti.



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Cosa fare quando ti senti bloccato

Il blocco emotivo è subdolo.

Occorre capire quanto questa situazione ti condiziona la vita.

Se il blocco emotivo e mentale di cui stai facendo esperienza ti impedisce di instaurare e portare avanti relazioni sane e nutrienti, di gioire, soprattutto delle cose che prima ti davano piacere, allora è il caso di prendere in seria considerazione di parlarne con un professionista.

 

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