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Il manuale della litigata perfetta? Non esiste
Se pensi di poter trovare in questo articolo il manuale della litigata perfetta, devo deluderti: non esiste un modo per “litigare bene”.
Diciamo, piuttosto, che ci si può chiarire, che si può imparare a esprimersi e comunicare al meglio per gestire il conflitto.
Si litiga, infatti, nel momento in cui non c’è chiarezza.
Potremmo definire il litigio come un’esperienza fondamentale della vita, che si sperimenta all’interno di ogni tipo di relazione (da quella familiare al rapporto di coppia, fino al contesto lavorativo) nel momento in cui c’è una mancanza nella comunicazione.
Il litigio occorre nel momento in cui non c’è la possibilità di un reale scambio con l’altro.
Per alcuni, l’energia che scaturisce all’interno di un litigio e che spesso si sfoga sotto forma di violenza verbale (insulti, parolacce, denigrazione dell’altro) può essere utilizzata a favore della coppia.
Personalmente, però, ritengo che la questione vada guardata da un altro punto di vista.
Per come la vedo io, non si tratta di un’energia che può essere riutilizzata.
Scoprirai leggendo questo articolo che nella maggior parte dei casi colui che litiga è incapace di contattare, riconoscere e comunicare le proprie reali emozioni all’altro.
Lui o lei non è in grado di guardarsi dentro e di tirare fuori quello che prova.
Quindi l’altro non fa che rispondere alla violenza con altra violenza.
Come ripeteva Gandhi, però, “occhio per occhio rende il mondo cieco”.
Nei prossimi paragrafi esploreremo le radici del conflitto, la sua funzione e come possiamo imparare a “litigare bene” o meglio a comunicare in modo efficace con l’altro.
Il nostro scopo, infatti, è quello di creare una relazione felice e soprattutto appagante.
Alle origini del conflitto: perché litighiamo?
Ma perché litighiamo?
Di solito, il conflitto nasce da divergenze di opinione, da bisogni insoddisfatti, da malintesi o da aspettative non realizzate. Spesso, alla base di una controversia ci sono differenze nei valori, nei desideri o nelle percezioni.
Volendo scendere nel profondo, possiamo dire che le persone litigano perché sentono il bisogno di essere ascoltate.
Nella relazione di coppia, un conflitto può sorgere quando uno dei partner sente che i suoi bisogni emotivi non vengono soddisfatti.
Questo è un tema per me importante e vorrei sottolinearlo.
Io non posso fare in modo che l’altro curi le ferite del mio passato.
Se io sono cresciuto nella trascuratezza, se ho avuto un padre o una madre scostante, che non mi dimostrava il suo amore, che non si prendeva cura di me, non posso far scontare quest’esperienza al mio partner.
Non posso pretendere che lui o lei chiuda i miei vuoti. Non posso chiedergli di farmi da genitore sostitutivo, di prendersi cura di me come fossi un bambino.
Quella di coppia è una relazione tra adulti.
Quando parliamo di bisogni non appagati, dunque, facciamo attenzione.
Occorre prima capire se questi sono bisogni legittimi all’interno di una relazione di coppia (il sostegno, l’attenzione, il rispetto etc.) oppure se si tratta di vuoti che derivano da una situazione non risolta, da un problema personale.
È una distinzione molto importante.
Spesso, infatti, c’è viviamo nell’aspettativa assurda – come si vede in alcuni film o programmi televisivi più leggeri – che il partner sia la panacea di tutti i mali, colui o colei che può salvarci.
Quando poi veniamo messi di fronte all’evidenza che questo non può essere, ecco che si scatenano litigate furiose.
Mi viene in mente il caso di una coppia che è venuta nel mio studio di psicoterapia all’Eur qualche tempo fa. Li chiameremo Giulia e Andrea, nomi di fantasia per tutelare la loro privacy.
Andrea si dedicava con grande passione al suo lavoro, che lo teneva molto impegnato. Giulia, dal canto suo, desiderava trascorrere più tempo insieme al compagno.
C’era, dunque, un disallineamento tra i loro bisogni.
Lui molto spesso non c’era a causa degli impegni e sosteneva di lavorare anche per mantenere la famiglia che stava costruendo con Giulia. Lei, però, recriminava la sua assenza e gli diceva di aver sposato lui e non il suo lavoro.
Dietro questa dinamica, c’era qualcosa di più complesso cioè la mancanza di una connessione emotiva tra i due partner.
Per Andrea il lavoro era diventato così centrale e importante che preferiva stare fuori casa piuttosto che trascorrere del tempo con la moglie…
Mi sembra evidente che c’era un problema di fondo, una distanza.
Giulia, dal canto suo, non faceva altro che cercare in modo ossessivo di non farsi abbandonare dal compagno. Aveva messo da parte le amiche, tralasciato gli hobby, rinunciato persino alla propria soddisfazione professionale per dedicarsi completamente alla coppia.
Come vediamo, entrambi avevano i loro buoni motivi per comportarsi in un certo modo.
Ed è proprio dal riconoscimento delle ragioni dell’altro che può partire una discussione sana. Questo riconoscimento è la base.
Ma lo vedremo tra poco.
Funzioni ed effetti del conflitto
Prima di parlare della gestione del conflitto, vorrei approfondire la sua funzione e soprattutto gli effetti, positivi e negativi.
Un conflitto negativo lo riconosciamo dal suo esito, che è sempre distruttivo.
Se a seguito di una discussione con qualcuno – che sia un collega, il partner o un familiare – non si verifica qualcosa di sanante e ricostruttivo (una parola affettuosa, un gesto distensivo etc.), allora ci troviamo di fronte a un conflitto mal gestito che incrina il rapporto, rendendolo più fragile.
Diversi sono quei casi in cui c’è un chiarimento, una riconciliazione tra le parti capace di rinsaldare il legame, che viene non solo ribadito ma rafforzato.
Nel caso della coppia formata da Andrea e Giulia, possiamo dire che entrambi avevano bisogno di lavorare sulla comunicazione.
Lui doveva essere più chiaro sui suoi desideri, sul tipo di relazione che desiderava avere con la partner.
Nel corso dei colloqui, infatti, era emerso un fatto importante: Andrea aveva una serie di desideri che pensava di non poter soddisfare all’interno del rapporto con Giulia. C’erano alcune cose che pensava di non poter fare o dire.
Per questo, aveva finito con l’immergersi completamente nel lavoro.
Allo stesso tempo, Giulia aveva bisogno di lavorare sulla propria autonomia, sul ritagliarsi un tempo e uno spazio per sé, altrimenti avrebbe sempre sentito la necessità di chiedere al compagno di riempire i suoi vuoti interiori.
A questo proposito, vorrei tornare sul tema dei messaggi dati da certi programmi televisivi spazzatura, in cui il rapporto di coppia viene raccontato in modo distorto, facendo credere che un partner è chiamato a soddisfare tutti i bisogni irrisolti e le insicurezze dell’altro.
Questa narrazione, che viene portata avanti per moda e per generare audience, catalizzando l’attenzione del grande pubblico, non fa che creare un immaginario sbagliato del funzionamento delle relazioni amorose.
Immaginario che, purtroppo, porta a situazioni al limite.

Perché è importante gestire il conflitto
Se un conflitto divampa in modo incontrollabile significa che non ho una comunicazione salda ed efficace.
Dunque il tema non è tanto come gestisco il conflitto una volta che è deflagrato, quanto capire come sono arrivato a quel conflitto.
Se ciò che mi ha portato allo scontro è lecito, cioè legato a una dinamica normale e fisiologica all’interno di una coppia adulta è un conto. Se invece il motore del conflitto è qualcosa che viene dal mio passato e sto scaricando sull’altro, è un altro.
Come ho già detto, questa distinzione è fondamentale.
Spesso è necessario un profondo lavoro personale per diventare delle persone e quindi dei partner sani.
Tieni conto, infatti, che quando una persona sana entra in contatto con una persona tossica possono verificarsi due scenari.
Nella maggior parte dei casi, la persona – se è veramente sana – si tira indietro, lascia, per preservare sé stessa.
Se, invece, non è davvero sana, allora la storia prosegue ma entrambi si rovinano la vita.
Il conflitto in famiglia
Come abbiamo detto all’inizio, il conflitto non si verifica soltanto tra partner di una coppia, ma nei più vari contesti.
Mi viene in mente il caso di una famiglia, in cui i genitori avevano assunto il ruolo di amici e compagni dei propri figli anziché porsi come figure di riferimento, capaci di dare regole e imporre dei limiti.
Ne era conseguito che, con la crescita, i figli ormai adolescenti erano diventati ingestibili, persino aggressivi.
Non c’era nessuno che in qualche modo guidasse quella famiglia, che sapesse gestire il conflitto tra i membri.
Il conflitto sul lavoro
Per non parlare degli effetti devastanti del conflitto sul luogo di lavoro.
Personalmente, ho avuto esperienze in grandi multinazionali (in cui ho lavorato come consulente esterno e tenuto workshop).
Posso dire che spesso ci si può trovare di fronte a manager molto preparati sul piano professionale, che sanno fare bene il loro lavoro ma hanno forti difficoltà quando si tratta di gestire il personale, di interagire con i sottoposti.
Feedback e commenti pronunciati senza tatto, sensibilità o lucidità possono diventare veri e propri attacchi sul personale, devastanti per chi li riceve.
Questo genere di comportamenti non fa che disamorare i lavoratori, che non si trovano a proprio agio in un luogo in cui vengono presi a male parole.
Ma il problema non riguarda soltanto chi si trova in posizione di vertice.
In alcuni ambienti manca la cultura dell’errore e prevale la competizione sfrenata. Così, anziché correggere, sostenere e aiutare i colleghi, si commenta in modo negativo il loro operato o addirittura si fa la spia.
Tutte dinamiche che innescano relazioni tossiche sul posto di lavoro.

Il valore del conflitto: trovare l’amore dietro la rabbia
In conclusione, vorrei dire che il conflitto non deve essere visto per forza come qualcosa di negativo.
Piuttosto, dovremmo considerarlo come una spia d’allarme.
Se c’è un conflitto, c’è un bisogno che non riesco a esprimere.
Potrei fare tantissimi esempi:
Magari un partner sta male fisicamente da tanto tempo e vorrebbe sfogarsi, parlando all’altro dei suoi dolori, ma trova dall’altra parte una persona che sminuisce la sua sofferenza con frasi tipo “Non è niente” “Non preoccuparti, passerà presto” “Esageri sempre”.
Questo tipo di risposte cosa comporta?
Che ci si sente incompresi e arrabbiati, al punto da diventare aggressivi. Ma nel momento in cui ci si relazione all’altro con violenza, lui o lei non può che attaccare a sua volta.
È una escalation simmetrica.
Il problema è che chi sta male deve avere il coraggio di tirare fuori la paura che si porta dentro, anziché lamentarsi. L’altro, invece, dovrebbe poter tirar fuori la frustrazione del non poter far nulla per aiutarlo, per alleviare quel malessere.
Dovremmo insomma imparare a gestire il conflitto non sotto forma di rabbia, ma come voce del bisogno che non è stato accolto e ascoltato.
Finché non lo faremo, continueremo a litigare.
Dobbiamo ricordare, però, che se c’è rabbia, c’è amore. Se c’è rabbia, c’è sotto un sentimento che è così forte da farci arrabbiare.
La rabbia non è un’emozione pura ma è la conseguenza di qualcos’altro che ci teniamo dentro.
Comunicare bene significa tirare fuori quel qualcos’altro, andando oltre la rabbia.
Se ci riusciamo, allora, il conflitto diventa un’opportunità di crescita e maturazione.
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