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Ghosting: perché sparisce all’improvviso (e l’illusione della vittima innocente)

Il Ghosting viene trattato sempre alla stessa maniera dalla psicologia pop, quella dei guru di TikTok e Instagram.

Il web è saturo di autodiagnosi. Il ritornello è questo: chiunque subisce ghosting è un martire empatico. Un’anima pura gettata in un mondo crudele, vittima dell’ennesimo genio del male narcisista.

Permettimi una domanda provocatoria: calarti nel ruolo della vittima ti ha forse salvato dal subire un nuovo ghosting?

Forse c’è qualcosa che non va in questa ricostruzione, giusto?

La psicologia clinica e sistemica non accetta spiegazioni così semplicistiche. La relazione è un’interazione tra due persone. Non esistono compartimenti stagni: uno perfettamente buono e l’altro perfettamente cattivo.

Non esistono gli angeli e non esistono i demoni.

Esistono disfunzioni incrociate che si scatenano come vere e proprie tempeste, come ti spiego nel mio articolo sulla coppia.

Il ghosting è un po’ il delitto perfetto. Non ci sono prove fisiche, non c’è sangue, non ci sono urla.

C’è solo l’assenza digitale.

Un visualizzato senza risposta (doppia spunta blu per i più fortunati), che scortica l’anima di chi lo subisce.

La trappola del controllo: la dinamica clinica dell’Inseguitore e del Fuggitivo

Non intendo dire che chi subisce il ghosting sia colpevole quanto chi lo commette.

Ma attenzione allo scudo della vittima.

Se restiamo bloccati nella dinamica del “cattivo” e del “buono”, il “buono” non ha alcun potere.

È passivo.

Subisce un processo che lo paralizza, e questo può pregiudicare la sua autostima. L’esternalizzazione della colpa è un sonnifero.

La tentata soluzione disfunzionale entra in gioco proprio qui. Chi subisce ghosting spesso non si domanda se, nella sua condotta, ci sia stato qualcosa che ha indotto l’altro a fuggire.

È più facile cercare il nemico.

Ma la realtà clinica è la dinamica dell’inseguitore e del fuggitivo.

Può capitare, infatti, che il partner ansioso incalzi. Esige continue rassicurazioni, definizioni immediate del rapporto.

Si apre completamente aspettandosi che l’altro faccia lo stesso.

È un controllo ossessivo, immaginatelo come una gabbia invisibile.

Stringete questo animale più forte che potete perché avete paura che scappi. All’inizio resta lì, ma poi gli togliete l’ossigeno. Non è un abbraccio, è un soffocamento. L’animale percepisce il pericolo, si divincola e sparisce. Il controllo è l’unico modo per perdere il controllo.

L’ossessione dell’ultimo accesso e l’indagine autolesionista

Ed ecco che scatta l’indagine. L’ultimo accesso su WhatsApp.

Controllare le storie di Instagram.

Spiare le storie dell’amico dell’amico.

Tutto per trovare “il motivo” dell’abbandono.

È una reazione puramente razionalistica a un dolore analogico. Ma quale logica ha mai curato l’ansia per un abbandono? Quel dolore non ha nulla di razionale. L’indagine non vi darà risposte. Vi terrà soltanto legati al vostro aguzzino. La vostra vita si ferma a cercare prove, mentre quella dell’altro prosegue.

L’analfabetismo emotivo di chi scompare: il terrore del conflitto

Spostiamo l’attenzione sul fantasma:

un manipolatore freddo e calcolatore? Un vigliacco emotivo? Una persona strutturalmente incapace di reggere l’attrito? Potrebbe essere tutte queste cose.

L’unica certezza è che scappa. Scappa perché forse non ha la spina dorsale per reggere il dolore che provoca questa rottura.

Pensate all’esperimento dello Still Face di Ed Tronick. A un certo punto il caregiver si mostra anaffettivo: il suo volto, prima accogliente, resta improvvisamente immobile.

E la regolazione emotiva del bambino va in cortocircuito: il ghosting è la versione digitale di quell’esperimento.

Quel volto scompare e ci lascia senza risposte.

C’è poi l’illusione dell’assenza di comunicazione. Come insegnava Watzlawick, è impossibile non comunicare.

Il silenzio è una forma di comunicazione estremamente violenta. Quel vuoto non significa “è confuso”. Probabilmente significa: non ho gli strumenti per relazionarmi e per confrontarmi con te in maniera adulta.

Come reagire al ghosting: tollerare l’asimmetria e staccare la spina

Quando mi chiedete in studio: “Chi fa ghosting torna?”. La risposta, qualche volta, è sì. Ma la vera domanda è un’altra. Ha senso riprenderlo?

Significa dirgli: “Hai ragione ad annientarmi a piacimento, tanto sono qui ed hai il potere di riprendermi quando vuoi”.

L’unica reazione clinica sana è dichiarare la fine della relazione, senza aspettare l’autopsia.

Questo è il lutto negato. Chi subisce ghosting deve fare un duro lavoro per elaborare questa perdita.

Bisogna imporsi che non tutti i cerchi si chiudono. Non tutto può essere spiegato da un libro e non tutte le storie hanno un finale scritto bene.

Qualche volta bisogna accettare l’asimmetria. Tollerare il rifiuto. E semplicemente staccare la spina perché, per usare le parole di Alice Sebold in “Amabili Resti”, c’è una verità sul ghosting che dobbiamo farci bastare:


«Gli assassini non sono dei mostri, sono esseri umani. E questa è la cosa più
spaventosa.»

Ti propongo un piccolo esercizio per capire cosa sta accadendo nelle tue relazioni.

Quante volte ti è capitato di vivere il ghosting ultimamente? E qual è stata la tua reazione di fronte alla scomparsa dell’altro?

Sei rimasta incastrata lì o sei subito riuscita ad andare avanti?

Le risposte a questi interrogativi posso dirti molto più di tutti i guru di Tiktok.

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