Insieme al narcisismo  e alla depressione, l’ansia è l’altro flagello del nostro tempo. Molto spesso i miei clienti mi domandano qual è il campanello d’allarme di uno stato d’ansia, quando devono cominciare a preoccuparsi e soprattutto come riconoscerla. Partendo dal presupposto che ognuno ha la propria ansia, e che la resilienza ad essa legata è un fattore assolutamente soggettivo, la prima cosa che faccio è di incoraggiare a parlarmene in modo più approfondito.

Scopro così, nella stragrande maggioranza dei casi, che quell’ansia o è un fatto normale, oppure è parte di una struttura di personalità che vive l’esperienza quotidiana attraverso quel preciso stato d’animo. Sarebbe come dire che quella persona indossa gli “occhiali” dell’ansia per muoversi e orientarsi nel mondo.

L’ansia, anticipazione di una possibile (o impossibile) catastrofe

Di per sé l’ansia, così come le così dette emozioni negative, tanto represse nella nostra società, eppure utilissime, non è necessariamente un nemico da debellare. La nostra società è strutturata in modo tale da trovare sempre un nemico: bene vs male, bianchi vs neri, giusti vs sbagliati etc. etc., in modo tale da potersi orientare meglio nel caos che chiamiamo vita. E poi, diciamocelo, non è bello sentirsi parte dei “giusti”?  Anche se spesso, giusto o sbagliato sono le parole più astratte che esistano.

Tornando all’ansia, come accennavo, non è di per sé una reazione negativa o sbagliata, tutt’altro. L’ansia ci consente di aumentare temporaneamente la nostra memoria, aumenta la vasocostrizione (tradotto: più energia ai muscoli), acuisce l’attenzione e i sensi, aumenta il battito cardiaco e molti altri fattori fisiologici che sarebbe inutile evidenziare in questo momento.

Lo scopo dell’ansia è tenerci vivi, avvisarci che qualcosa potrebbe non andare per il verso che percepiamo come prevedibile (un pericolo), e nel giro di una manciata di secondi l’organismo, attraverso l’incremento della risposta fisiologica, già ampiamente studiata nel 1908 da Dodson e Yerkes, mette in circolo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per metterci in salvo.

Pensatela così, state facendo un’escursione in montagna, a terra vedete delle impronte enormi, ad un certo punto ricordate che in un film (tipo Revenenant con Leonardo di Caprio) quelle impronte sono simili a quelle di un orso, il cespuglio alla vostra sinistra improvvisamente inizia a muoversi …

In quel momento l’ansia vi ha già dato tutta l’energia necessaria per cercare di prepararvi al pericolo presupposto.

Quest’ultimo è un elemento peculiare dell’ansia, la paura senza oggetto, la cui la caratteristica principale è l’incertezza: presupporre che qualcosa di brutto accadrà prima o poi, con il conseguente timore di non essere al sicuro. Effettivamente chi vive nell’ansia è nel futuro, cosi come chi è depresso vive nel passato. E’ proprio questa una delle distinzioni prodromiche della malattia psichica di cui stiamo parlando.

Arrivati a questo punto sappiamo che l’ansia è l’anticipazione di una possibile (o impossibile molto spesso) catastrofe; ma dov’è il limite? Come si fa a capire se l’ansia si mantiene in un range di normalità, come nell’esempio dell’orso?

L’ansia disfunzionale

In una frase: se l’ansia è spropositata rispetto alla situazione può definirsi disfunzionale, perché l’individuo che ne è colpito vive una situazione invalidante.

Torno per semplicità all’esempio dell’orso, dal cespuglio salta fuori un coniglio, benissimo, risate, sospiri di sollievo, e così via. All’improvviso, più tardi, vi viene il pensiero che siete stati molto fortunati perché effettivamente un orso poteva esserci davvero e allora decidete di non andare mai più in nessuna riserva naturale. Ottimo. Poi sul giornale leggete che alcuni animali selvatici sono fuggiti da uno zoo in una piccola città americana (dall’altra parte del mondo quindi), e pensate: “allora possono esserci animali selvaggi che fuggono anche in piccole città”, conseguentemente decidete di non andare più in città dalle modeste dimensioni. Meraviglioso. Poi sul tg vedete che un orso è scappato dallo zoo di una grande città … non essendo mai al sicuro, decidete di non uscire più di casa. Game over.

L’ansia ha preso il posto della ragione. E adesso sì, avete un bel problema di ansia.

Quest’ultima, se mi avete seguito sin qui, ha lo scopo di rispondere a un potenziale pericolo, e si esaurisce in pochi minuti, massimo ore, ma che succede quando “l’orso” è dentro di te (nella forma di un partner carnefice, di un posto di lavoro dove da un momento all’altro verrai pugnalato alle spalle, di un lutto non elaborato, etc. etc. ) e quel pericolo non ti lascia notte e giorno, per settimane, mesi …

E’ un fatto notorio che l’ansia protratta nel tempo può portare a tantissimi disturbi tra cui quelli cardiovascolari o il diabete, ed è semplice capire il perché. Pensateci un momento, sotto ansia, il cuore aumenta i suoi battiti (pressione sanguigna, ipertensione) per portare glucosio ai muscoli, cioè energia. Ora, se dal cespuglio esce un orso vero, quelle energie verranno spese per salvarvi la pelle e quindi non se ne troverà traccia nell’organismo, ma se, invece, “l’orso” è “DENTRO” una vita che non desideri, che non meriti, convivendo con il costante pensiero latente che “prima o poi finirà male”, che succede?

Quell’energia, il glucosio, rimarrà in circolo perché, parliamoci chiaro, quando il pericolo è fuori, identificabile, sicuramente vi toccherà scappare, quando lo portate con voi al guinzaglio (o viceversa), allora sì, bisogna prendere consapevolezza dell’esistenza di un problema.

Lungi dal voler essere esaustivo in questo breve spazio, ma guardate in quanti tipi di disturbi può essere presente il sintomo dell’ansia:

  • Ansia generalizzata
  • Attacchi di panico
  • Disturbo post traumatico da stress
  • Fobia sociale
  • Fobia specifica
  • Disturbo ossessivo compulsivo

Ognuna di queste si può affrontare partendo dalle risorse dell’individuo, e un buon percorso di sostegno, deve far leva proprio su quest’ultime.

Nella teoria della ghianda di J. Hillman, viene affermato che la ghianda, il seme della quercia, ha già in sé tutto quello che occorre per poter diventare un bellissimo albero.

Spesso l’ansia è anche questo, aldilà dei tecnicismi: un modo che una parte di noi ha per dirci che non stiamo diventando l’albero che eravamo destinati ad essere.

Ecco perché un buon sostegno psicologico deve avere proprio questo come meta ultima: l’espressione delle potenzialità e delle risorse dell’individuo, perché anche se siamo tutti alberi, se li guardate bene, non esiste uno uguale all’altro.

L’ansia non è il problema, e lì per dirci che c’è un problema.