Lucia sveglia nel letto immagina sul soffitto una scacchiera e molte mosse possibili, metafora del rimuginio.

«Devo pensarci ancora». Rimuginio e bisogno di certezze

Lucia, le sue parole e le scene che seguono sono interamente inventate a scopo illustrativo.

Lucia si è addormentata a un’ora ragionevole. Era stanca, aveva spento la luce e, per una volta, il sonno era arrivato senza farsi pregare.

Alle tre è di nuovo sveglia.

Fissa il soffitto. Domani vorrebbe parlare con la sua responsabile di una cosa che in ufficio non sta funzionando. Detta così, sembra una faccenda da pochi minuti. Per Lucia è già diventata una notte intera.

Ha trovato la frase con cui cominciare. L’ha corretta, resa più gentile, poi un po’ più ferma. Ma appena le sembra buona, immagina la risposta.

«E se si arrabbia?»

Allora prepara una spiegazione. La responsabile potrebbe interromperla, però, e Lucia dovrebbe trovare il modo di finire senza sembrare polemica. Oppure potrebbe restarci male. Magari penserebbe che Lucia non apprezza il lavoro che fa.

«E se domani non trovo il momento?»

Anche per questo serve un piano. Un messaggio, forse. Ma scritto come.

Lucia cambia posizione sul cuscino. Quella conversazione non è ancora avvenuta e lei ne ha già affrontate sei. È il genere di notte in cui possiamo vedere all’opera il rimuginio: un pensiero torna, cerca una risposta e riparte dal dubbio successivo.

La scacchiera sul soffitto

Se hai visto La regina degli scacchi, forse ricordi la protagonista che immagina una scacchiera sul soffitto e segue le mosse dei pezzi. Lucia, nel suo letto, sta facendo qualcosa che le somiglia. A ogni possibile reazione della responsabile cerca di associare la risposta più adatta.

La differenza è che, nella sua conversazione, le mosse possibili continuano ad aumentare. Entrano il tono di voce, il momento scelto, una parola interpretata male. E la persona che avrà davanti potrà dire qualcosa a cui Lucia, nonostante tutto, non aveva pensato.

Per ora la responsabile sta dormendo. Lucia sta lavorando anche per lei.

Preparare un confronto può essere utile. Qui, però, Lucia sta cercando qualcosa di più impegnativo: vorrebbe arrivare a domani senza nessuna possibilità di essere colta di sorpresa. Ogni risposta trovata dovrebbe farla sentire pronta. Invece lascia scoperto un altro punto, e lei ricomincia.

Che cos’è il rimuginio

Il rimuginio è una sequenza ripetitiva di preoccupazioni rivolta soprattutto a quello che potrebbe accadere: possibili minacce, errori, conseguenze spiacevoli. È il pensiero degli «e se», che può diventare difficile da interrompere. Una preoccupazione conduce alla successiva anche quando non emergono informazioni nuove. [1]

Capita di preoccuparsi a tutti. La difficoltà merita attenzione quando questo modo di pensare diventa insistente, assorbe molto tempo e interferisce con ciò che stai facendo. La parola, da sola, non è una diagnosi.

Nel linguaggio quotidiano chiamiamo rimuginio anche il tornare su una discussione già avvenuta. In ambito clinico si distingue spesso dalla ruminazione, più rivolta a esperienze passate, al proprio malessere e alle sue cause. I due processi possono intrecciarsi: il confine non è un calendario rigido. [2]

Lucia potrebbe ripensare a una vecchia risposta brusca della responsabile e usarla per immaginare il colloquio di domani. Il passato, in quel momento, darebbe materiale alle preoccupazioni sul futuro.

Anche i pensieri intrusivi possono entrare in questo flusso. Un pensiero che compare e la lunga analisi che può seguirlo, però, non sono la stessa cosa. In questo articolo ci interessa soprattutto ciò che accade quando cominciamo a inseguire ogni dubbio con una nuova risposta. [3]

Il momento in cui prepararsi non basta più

Immaginiamo che Lucia, nel pomeriggio, abbia annotato ciò che vuole dire: qual è il problema, un esempio concreto, quale cambiamento vorrebbe proporre. Ha considerato che la responsabile potrebbe non essere d’accordo. Questa preparazione le ha dato qualcosa che può usare.

Alle tre di notte, invece, torna sullo stesso punto senza sapere nulla di più. Cambia un aggettivo. Si immagina un’espressione del viso. Cerca una frase capace di impedire che l’altra si irriti.

È lì che la richiesta diventa impossibile da soddisfare: trovare parole che garantiscano anche la reazione di un’altra persona.

La nostra mente sa immaginare il futuro, fare previsioni e preparare alternative. Non può renderlo certo. Pensare in anticipo può aiutarci: anche la ricerca distingue forme utili di pianificazione e preparazione. Il punto è riconoscere quando quel lavoro smette di servirci. [1]

Per Lucia, la differenza si vede nell’esito. Nel pomeriggio aveva tre appunti. Durante la notte ha aggiunto due ore di fatica, ma non sa più da quale frase cominciare.

Puoi provare a riconoscere questa differenza nella tua esperienza: dopo averci pensato, hai un’informazione in più, un passo praticabile, una scelta più chiara? Oppure stai chiedendo allo stesso ragionamento una rassicurazione che continua a scadere?

«Se considero tutte le possibilità, non sbaglierò»

Lucia non sta perdendo tempo per il gusto di farlo. Sta cercando di proteggersi. Vuole evitare una brutta figura, un conflitto, qualcosa che poi potrebbe rimproverarsi.

Dirle «pensaci meno» lascia intatta la sua paura: fermarsi, per lei, significa rischiare di presentarsi impreparata. Se manca ancora una possibilità da considerare, smettere sembra quasi una leggerezza.

Nella mia lettura clinica, è qui che il meccanismo va interrogato: la preparazione è diventata una richiesta di garanzia. Lucia aspetta di sentirsi abbastanza sicura da poter agire. Ma ogni nuovo scenario sposta più avanti il momento in cui potrà dirsi pronta.

Anche la letteratura sul rimuginio studia il ruolo delle convinzioni sulla sua utilità e delle regole con cui decidiamo se abbiamo pensato abbastanza. [3]

Lucia, intanto, tratta ogni scenario come un compito da risolvere. Una risposta alla rabbia. Una alla delusione. Una al silenzio. Alla fine potrebbe verificarsi una situazione diversa da tutte quelle immaginate.

La conversazione potrebbe essere difficile davvero. E Lucia dovrà affrontarla ascoltando ciò che la responsabile dirà, anche se avrà passato la notte a immaginarselo.

Quando il controllo occupa tutta la mano

Illustrazione di una mano stretta a pugno appoggiata su un tavolo, metafora dello sforzo di controllo.

Per spiegare il costo di questo sforzo mi viene in mente un pugno tenuto stretto. Chiudere una mano è un gesto semplice. Pretendere di lasciarla così per tutta la giornata è un’altra faccenda.

Immagina ora di sentire la presa allentarsi e pensare: «Ecco, sto perdendo il controllo». La mano è stanca. Tu la costringi a stringere ancora.

Uso quest’immagine per descrivere la rigidità del controllo: se ogni allentamento ti sembra pericoloso, perfino riposare diventa qualcosa da cui difenderti.

Nella mia esperienza clinica, il tentativo di tenere sotto controllo ogni possibilità può finire per alimentare proprio la sensazione di non farcela. Per comprenderla, guardo anche a tutto lo sforzo che la precede. Lucia si rimprovera di essere esausta, mentre continua a chiedersi di risolvere l’ennesimo scenario.

Qui ritroviamo una chiave del metodo strategico: la tentata soluzione può contribuire a mantenere il problema. È l’immagine dell’ipersoluzione: una soluzione spinta oltre il punto in cui è utile. Lucia cerca un’altra risposta per tranquillizzarsi. Poi un’altra. Il tentativo di mettersi al sicuro ha ormai occupato tutta la notte.

Nel tuo quotidiano questo può assumere forme diverse, come approfondisco nell’articolo sul bisogno di controllo. Per capirlo serve seguire la sequenza: che cosa temi, che cosa fai per proteggerti, che cosa succede dopo.

La giornata che comincia già stanca

La mattina Lucia rilegge tre volte la stessa e-mail. Una collega le racconta qualcosa e, a metà, lei si accorge di aver perso il filo. Annuisce, sperando che basti. Sta ancora preparando la conversazione con la responsabile.

Poi la responsabile passa davanti alla sua scrivania.

Lucia potrebbe fermarla. Ha lì i suoi appunti. Ma le sembra di non aver trovato il modo giusto, e decide di aspettare un momento migliore.

La sera, a casa, qualcuno le domanda com’è andata. «Una giornata pesante», risponde. Non ha torto. Solo che una parte di quella fatica viene da una discussione che non c’è stata.

Il costo del rimuginio si vede anche qui: nel tempo e nell’attenzione che può sottrarre al lavoro, agli altri, alle scelte. Per Lucia, ogni rinvio lascia aperta anche la conversazione della notte successiva.

Pensiero negativo ripetitivo e difficoltà del sonno sono collegati, ma svegliarsi alle tre non dimostra, da solo, che la causa sia il rimuginio. Se il sonno resta disturbato, occorre comprenderne il quadro complessivo. [4]

Nel frattempo Lucia comincia ad arrabbiarsi anche con se stessa. Alla preoccupazione per l’ufficio aggiunge il giudizio sulla propria incapacità di smettere. È un passaggio che può complicare il suo dialogo interno: adesso, oltre alla conversazione da affrontare, c’è una persona da rimproverare. Lei.

Scegliere anche senza certezza

Illustrazione di Lucia sulla soglia dell’ufficio, pronta a parlare con la responsabile.

Con Lucia ripartirei dalla conversazione reale. Quella che vorrebbe avere, se riuscisse a smettere di prepararle tutte. Che cosa vuole dire alla responsabile. Che cosa è successo in ufficio. Quale cambiamento intende chiedere.

La sicurezza del contesto conta. Se una responsabile ha comportamenti minacciosi o ci sono rischi reali per il lavoro, bisogna tenerne conto. Una preoccupazione fondata non diventa immaginaria soltanto perché una persona ci pensa molto.

Nella nostra storia, Lucia ha già abbastanza elementi per preparare quel confronto: un problema da spiegare, un esempio concreto, una richiesta. Le manca la risposta della responsabile. Per conoscerla dovrà parlarle.

Il lavoro, a questo punto, riguarda la possibilità di fare quel passo lasciando aperta una parte di ciò che accadrà.

Lucia può entrare in quella stanza con la voce un po’ tesa. Può chiedere un chiarimento, accorgersi di aver formulato male un passaggio e correggerlo. Può anche rimandare, se c’è una ragione concreta. Il cambiamento sta nel recuperare spazio per queste scelte, mentre l’attesa della certezza la tiene ferma.

Per qualcuno, il nodo sarà anche la paura di litigare. Per altri peseranno soprattutto il timore dell’errore o la difficoltà a convivere con una domanda rimasta aperta. Il percorso deve partire da lì.

Quando può essere utile la psicoterapia

Se il rimuginio occupa una parte consistente delle tue giornate, interferisce con il sonno o ti porta a rimandare spesso ciò che conta, può essere utile parlarne con un professionista.

Nel mio lavoro di psicologo psicoterapeuta a Roma EUR, con metodo integrato a orientamento strategico, parto da ciò che mantiene la difficoltà nel presente: quando cominci a rimuginare, che cosa cerchi di ottenere, che cosa fai quando il dubbio torna.

Guardare da vicino questa sequenza permette di mettere a fuoco il lavoro. Per Lucia, il punto da affrontare è la richiesta di sentirsi pronta a tutto prima di parlare. È lì che la preparazione ha cominciato a impedirle di fare ciò per cui si stava preparando.

Immaginiamo allora Lucia davanti alla scrivania della responsabile. Ha ancora i suoi dubbi, ma questa volta li porta con sé.

«Avrei bisogno di parlarti dieci minuti.»

La responsabile apre l’agenda e propone il pomeriggio. Lucia non sa ancora come andrà. Intanto, quelle parole le ha dette.

Lucia ha passato la notte a cercare la risposta giusta. Il primo passo è stato chiedere di parlare.

Domande frequenti sul rimuginio

Rimuginio e ruminazione sono la stessa cosa?

Sono processi vicini, ma non termini perfettamente intercambiabili. Il rimuginio è spesso orientato alle minacce future; la ruminazione tende a tornare su esperienze, malessere e significati. Possono sovrapporsi e alimentarsi a vicenda. [1, 2]

Come distinguere il rimuginio dalla riflessione utile?

Può aiutare osservare se il ragionamento chiarisce un problema e rende praticabile un passo, oppure ripropone gli stessi dubbi. È un criterio orientativo, non un test diagnostico. Anche una decisione importante può richiedere tempo e riflessioni ripetute. [1]

Il rimuginio può disturbare il sonno?

Può accompagnare e contribuire a mantenere difficoltà del sonno. Il rapporto va valutato nel caso concreto: l’orario del risveglio non identifica una causa e l’insonnia può richiedere un’attenzione specifica. [4]

Quando chiedere aiuto?

Quando il pensiero ripetitivo ti fa soffrire, assorbe molto tempo o limita attività e scelte importanti. Per informazioni su un percorso nel mio studio puoi trovare i riferimenti nella pagina Contatti.

Riferimenti

  1. Watkins, E. R. (2008). Constructive and unconstructive repetitive thought. Psychological Bulletin, 134(2), 163–206. Articolo originale in PDF. DOI: 10.1037/0033-2909.134.2.163.
  2. Moulds, M. L., & McEvoy, P. M. (2025). Repetitive negative thinking as a transdiagnostic cognitive process. Nature Reviews Psychology, 4, 127–141. Abstract dell’editore. DOI: 10.1038/s44159-024-00399-6.
  3. Davey, G. C. L., & Meeten, F. (2016). The perseverative worry bout: A review of cognitive, affective and motivational factors that contribute to worry perseveration. Biological Psychology, 121(Pt B), 233–243. Record e abstract. DOI: 10.1016/j.biopsycho.2016.04.003.
  4. Ballesio, A., et al. (2021). Does cognitive behaviour therapy for insomnia reduce repetitive negative thinking and sleep-related worry beliefs? A systematic review and meta-analysis. Sleep Medicine Reviews, 55, 101378. Record e abstract. DOI: 10.1016/j.smrv.2020.101378.

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