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Ti capita mai di rimandare all’infinito qualcosa di importante?
Magari vorresti parlare di qualcosa con il tuo partner ma non trovi il coraggio di affrontare quella conversazione e, allora, ogni volta che ci sarebbe l’occasione di toccare quell’argomento, cambi discorso.
Oppure hai fissato in agenda una telefonata di lavoro importante, ma non ti decidi a comporre il numero. Lo sai che dovresti farla, ma ogni volta trovi qualcosa di più “urgente” da fare.
O ancora, succede che un amico ti invita a una festa o a una cena a cui parteciperanno diverse persone che non conosci. All’inizio – anche per non far dispiacere l’altro – accetti la proposta.
Poi però, quando si avvicina il momento di andare, ci ripensi.
“E se mi sento a disagio con gli altri?”
“E se non so cosa di che parlare? Meglio evitare…”ti dici.
E così trovi una scusa per disdire.
Non è che non ti importa, solo che quando ci pensi, senti che non riuscirai ad affrontare quella determinata situazione. Così, metti in atto una forma di evitamento, un meccanismo di difesa semplice ma estremamente efficace.
Nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur ho spesso a che fare con questo genere di tentata soluzione. Nei prossimi paragrafi vedremo perché l’evitamento è così facile da mettere in pratica e, allo stesso tempo, così limitante.
Una vera e propria trappola.

Evitamento. Un meccanismo di difesa dall’ansia che diventa una trappola
L’evitamento è la più tipica delle strategie delle persone che soffrono di una qualche forma di ansia, anche se spesso non lo si riconosce subito come tale.
Può assumere forme molto diverse, ma il meccanismo di fondo è sempre lo stesso: cerchiamo di allontanarci da ciò che fa paura per non sentire il disagio.
Penso, per esempio, a chi ha paura di guidare e finisce per organizzare le proprie giornate pur di non doversi mettere al volante. Magari aspetta a lungo un mezzo alternativo, chiede passaggi, oppure rinuncia del tutto a uscire.
Oppure a chi vive un’ansia sociale e tende a evitare feste, incontri o situazioni di gruppo, perché il pensiero dello sguardo degli altri o del possibile giudizio è troppo difficile da sostenere.
In altri casi, l’evitamento è meno visibile ma altrettanto presente: c’è chi si blocca davanti alle decisioni o rimanda continuamente una scelta perché teme di sbagliare, o chi fatica ad affrontare cambiamenti e resta fermo, magari anche incastrato in una situazione che lo fa stare male, per paura di ciò che potrebbe accadere.
Sono situazioni diverse, ma unite dallo stesso filo: evitare sembra, almeno in quel momento, il modo più semplice per stare meglio.
Quando rimandi il momento di affrontare qualcosa, infatti, provi un’immediata sensazione di sollievo.
Di fatto, ti stai proteggendo.
Il punto è che questo modo di proteggerti, sul lungo periodo, ha un costo. E spesso è più alto di quanto immagini.
Il paradosso dell’evitamento. Più scappi, più hai paura
Quando ti allontani da qualcosa che percepisci come minaccioso, il tuo livello di tensione si abbassa quasi subito.
Pensa a una situazione tipica.
Stai camminando per strada e, all’improvviso, ti imbatti in un grosso cane, che comincia ad abbagliare appena ti vede. Non lo hai mai visto prima in zona quindi non sai se ti trovi nella classica situazione “can che abbaia non morde” o se potrebbe attaccarti.
Prima ancora che tu possa formulare un pensiero razionale, è il tuo corpo a entrare in azione, entrando in modalità allarme.
Cuore che batte veloce, muscoli che si tendono, pupilla dilatata…
Tutto il tuo sistema si prepara a reagire.
Istintivamente rallenti il passo, ti tieni a distanza, magari cambi strada.
Insomma, cerchi di mettere più distanza possibile tra te e il potenziale pericolo.
Non appena ti allontani, ecco che senti il corpo e la mente rilassarsi, perché non c’è più bisogno di stare allerta.
In una situazione come questa, evitare è una risposta naturale e utile: ti permette di sottrarti a un rischio potenziale.
Il punto è che lo stesso meccanismo entra in gioco anche quando la minaccia non è concreta, immediata e presente, ma anche quando è collocata in un momento futuro.
Pensa a quando hai davanti qualcosa che ti mette in difficoltà, come un esame, una decisione importante o una situazione in cui sai che ti sentirai esposto al giudizio degli altri, perché magari devi tenere un discorso o comunque perché ci si aspetta da te una qualche forma di performance.
In tutti questi casi, a metterti in allarme non è qualcosa che sta accadendo qui e ora, ma ciò che immagini potrebbe accadere.
Eppure, per il tuo corpo e per la tua mente, la differenza è minima e quindi la reazione è molto simile: si attiva lo stesso stato di tensione, lo stesso bisogno di metterti al riparo.
Quella che provi è un’ansia anticipatoria, una vera e propria paura della paura che si manifesta con tutti quei sintomi che ben conosciamo: nodo allo stomaco, tachicardia, sudorazione profusa e, soprattutto, pensieri catastrofici.
In quei momenti, magari, pensi “Ma chi me lo fa fare?”
E subito dopo, rendendoti conto che alla fine nessuno ti costringe, decidi che puoi anche fare a meno di farlo.
Puoi fare a meno di dare quell’esame in questa sessione, tanto puoi riprovarci tra qualche mese, quando avrai studiato di più e ti sentirai pronto…
Puoi fare a meno di fare quella telefonata, tanto sicuramente il tuo interlocutore non risponderà…
Puoi fare a meno di andare a quella cena, sicuramente ci saranno altre occasioni, anche migliori, per stare con i tuoi amici.
Se una certa cosa mi fa star male, avrò il diritto di non farla, no?
È questa spesso la giustificazione che ci diamo, razionalizzando questo comportamento che ci spinge a sottrarci alle diverse “prove” della vita.
Il problema è che più scappi da ciò che temi, più ne avrai paura. Più eviti quella particolare situazione perché immagini accada il peggio, e più non ti sentirai in grado di affrontarla.
E così, poco alla volta, non è solo quella situazione a diventare difficile.
È la percezione che hai di te stesso a cambiare progressivamente.
Ogni volta che ti sottrai, infatti, è come se dicessi a te stesso che non sei in grado.
Come se mettessi un segno meno davanti alla tua autostima, erodendola poco a poco, sottraendole di volta in volta un pezzetto di ciò che la sostiene e le dà forza e sostanza.
E più si assottiglia questo senso di fiducia in sé e nelle proprie capacità, meno si riesce a esporsi.
A un certo punto, l’evitamento diventa sistematico e pervasivo.
Non eviti più soltanto quella situazione specifica che ti faceva paura all’inizio, ma anche quelle che prima avresti affrontato senza troppi problemi, perché iniziano a sembrare più impegnative, più rischiose.
Così rinunci, sempre più spesso. E un passo alla volta, il tuo mondo si restringe entro un perimetro sempre più piccolo.

A forza di evitare, finisci in un vicolo cieco. Il caso di Roberto
Per capire come l’evitamento ci inganni, ti racconto la storia di Roberto (nome di fantasia, ovviamente), un paziente arrivato nel mio studio di psicoterapia a Roma Eur alcune settimane fa.
Roberto è un brillante libero professionista romano di 40 anni. Al nostro primo colloquio mi racconta che ha avuto un leggero attacco d’ansia mentre era bloccato nel traffico sul Grande Raccordo Anulare.
Qual è stata la sua soluzione intuitiva?
Il giorno dopo, per non ritrovarsi di nuovo imbottigliato e ripetere quell’esperienza, ha deciso di fare una strada alternativa.
Appena l’ha imboccata, ha provato un sollievo immediato.
Ma poi, le cose si sono complicate.
La settimana successiva, quando si è messo al volante, anche soltanto l’idea di immettersi sulla Cristoforo Colombo nell’ora di punta lo ha mandato in tilt.
Così, ha replicato lo stratagemma che aveva messo in atto la volta precedente, cominciando a usare strade secondarie per raggiungere la sua destinazione.
Nel giro di sei mesi, pur di evitare qualsiasi strada a scorrimento veloce o semaforo potenzialmente ansiogeno, Roberto aveva sviluppato una conoscenza della viabilità rurale del Lazio che faceva invidia a un cartografo del Settecento.
Doveva fare un tragitto di 20 minuti?
Ci impiegava almeno il triplo, improvvisando percorsi che Google Maps non ha nemmeno mai immaginato di proporre.
Era diventato l’Indiana Jones dell’Eur, esploratore di territori sconosciuti ai più.
Quando è arrivato nel mio studio per un consulto, era ormai esausto. Mi disse:
“Dottore, ogni volta che mi invitano da qualche parte, passo le ore successive a capire come arrivarci senza passare dove potrei sentirmi male.
Non ho più una vita sociale”.
Il meccanismo perverso dell’evitamento è proprio questo: è una tentata soluzione che sul momento ti salva, ma a lungo termine conferma il problema e addirittura lo rafforza.
Ogni volta che Roberto evitava una strada grande, provava sollievo, ma inconsciamente si stava mandando un messaggio devastante: “Non l’ho fatta perché non ne sono capace. E non sarei sopravvissuto”.
L’evitamento è un’armatura che, giorno dopo giorno, si trasforma in una prigione da cui è sempre più difficile uscire. Una prigione che ci siamo costruiti addosso per paura di affrontare l’imprevedibilità della vita.
“Non me la sento”: tutte le volte in cui stai evitando senza accorgertene
L’evitamento si presenta nella vita quotidiana molto più spesso di quanto ci rendiamo davvero conto.
Non sempre ha la forma evidente di una rinuncia o di una fuga, anzi. Talvolta si insinua nelle nostre giornate in modo sottile, persino perfettamente giustificabile.
A volte, prende la forma della “rimandite” cronica. Ogni volta che c’è da fare qualcosa di importante, trovi un modo per prendere tempo, sfruttando il fatto che, dopotutto, non stiamo parlando di una cosa urgente.
Ti dici che lo farai domani, quando sarai più lucido, più preparato, più tranquillo.
Altre volte, l’evitamento si traveste da “selezione”.
Quante volte ci siamo sentiti dire che bisogna tracciare dei confini e imparare a dire di no? Ecco, sicuramente l’assertività è una competenza importante, che ci permette di esprimere bisogni e idee in modo rispettoso di noi stessi e degli altri.
Il punto è che non sempre è facile distinguere tra un limite autentico e un evitamento mascherato.
Ti convinci di stare semplicemente scegliendo ciò che è più adatto a te, ciò che ti fa stare bene, ciò che “vale davvero la pena”.
In realtà, dici di no non tanto a ciò che non vuoi, ma a ciò che ti mette alla prova.
Scegli contesti, persone e situazioni che ti fanno sentire al sicuro, non perché risuonano davvero con i tuoi desideri.
In altri casi, l’evitamento prende la forma dell’indecisione perenne che ti fa rimanere sospeso all’infinito davanti a una scelta perché, a conti fatti, nessuna opzione ti sembra abbastanza sicura.
Esistono anche forme di evitamento più subdole, a cui non facciamo troppo caso.
Lo scrolling compulsivo dei social network, per esempio, potrebbe essere il tuo modo di distrarti e allontanare un pensiero che ti opprime.
Pensi di “staccare la testa” per un momento, guardando qualche video su instagram. In realtà, stai soltanto mettendo in pausa qualcosa che, appena il flusso si interrompe, torna a farsi sentire.
Non è l’attività in sé il problema, ma la funzione che svolge in quel momento.
Tenerti costantemente occupato, riempire ogni spazio libero, passare da un impegno all’altro senza pause: sono tutte abitudini quotidiane che, prese singolarmente, sembrano innocue ma, in realtà, possono nascondere un evitamento.
Come superare l’evitamento
Se stai pensando che la soluzione all’evitamento sia “buttarti” di colpo nelle situazioni che temi, fermati un attimo.
Ansia e paura non si superano con la terapia d’urto, né costringendoti a fare tutto e subito. Forzarsi troppo e troppo in fretta, anzi, rischia soltanto di amplificare il problema.
Il cambiamento passa da un’altra strada, più lenta ma decisamente più efficace: l’esposizione graduale.
Che intendo dire?
Che occorre affrontare le cose per gradi, a piccoli passi, partendo magari da situazioni un minimo sfidanti, che ti mettono in difficoltà ma che sai di poter affrontare.
Perché funziona?
Perché, lentamente, dimostri a te stesso che puoi reggere quel tipo di situazione, che quegli scenari catastrofici che avevi immaginato non si verificano o, se anche qualcosa va storto, sei comunque in grado di affrontarlo.
Via via, potrai alzare il tiro, esporti a prove più complesse, costruendo così un bagaglio di successi che faranno da contrappeso alla paura di fallire che prima ti impediva anche soltanto di provarci.
Non andrà sempre tutto bene, sarebbe ingenuo pensarlo.
L’obiettivo, però, non è tanto evitare errori o esperienze negative quanto costruire una solida fiducia in te stesso.
Una fiducia che ti permetta di aprirti al mondo, invece di restringere sempre più il tuo spazio fino a smettere, poco alla volta, di vivere davvero.



